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La pavona Belen e l’imperatrice lussuriosa

 

Tra la vita e l’esistenza c’è un terrain vague, una striscia di terra abitata da tutti e da nessuno; o forse sarebbe più suggestivo pensare a una tratto di mare, lo stretto canale tra Scilla e Cariddi a cui non possiamo sfuggire ed è molto facile incontrarvi naufragio senza l’aiuto di un abile e muscoloso nocchiero.

Il quale ha un nome e un cognome: Ugo Amati. E’ appena uscito presso Tabula Fati (139 pag. 11 euro) il suo ultimo libro, “Da Berlino”, in cui sono raccolti in un’ampia silloge gli interventi più ameni e profondi da lui pubblicati su La Voce di Romagna. Non sono articoli ordinari quanto piuttosto acrobatiche evoluzioni letterarie sul filo teso della psicanalisi, di cui Amati è riconosciuto maestro. Tutti sappiamo che la vita scorre seguendo certe regole, incontrastabili, e quasi mai esse coincidono con la seconda dimensione in cui ‘abitiamo’, nota solo a noi stessi e neppure sempre, essendo ardua impresa afferrare il passaggio dall’essere all’esistere: un volo cieco in cui insorgono interrogativi fatali.

E qui si colloca Amati scrittore, prima ancora del terapeuta; il quale essendosi formato in Francia alla scuola di Jacques Lacan sa bene quanto conti il linguaggio nella globalità dell’espressione umana e dell’equilibrio individuale; e come ogni parola da noi pronunciata produca una traccia del nostro inconscio, un segnale di malessere alla pari con una preziosa illuminazione. L’autore gioca quindi con le parole, ma in modo scoperto, con amichevole complicità. Nell’articolo su Miresa Turci, ideatrice a Sant’Arcangelo di Romagna di un’assise letteraria intitolata Libra, troviamo questa postilla gustosa: “Un’agorà improntata al femminile, perché oggi la letteratura ospita sempre più volentieri le libre, anziché i libri. Chi, infatti, più delle donne, è oggi disposto a sacrificare una libbra di carne, pur di mettere al mondo una libra?” Meraviglioso “L’elogio delle puttane” e la ricostruzione che lo scrittore compie della figura di Teodora, moglie di Giustiniano, già attrice ed etera di insaziabili appetiti.

Non bastavano per i suoi tre orifizi i dieci baldi giovanotti scelti a commensali, e quando erano esausti, i loro trenta servi. E neppure “le oche opportunamente ammaestrate a beccare i semi d’orzo che certi schiavi, addetti all’incombenza, le spargevano sul pube”. Ma ad Alessandria Teodora si convertì, tornò a Costantinopoli, sposò il monarca, divenne lei stessa imperatrice.  E quando il marito di fronte al tumulto del popolo esasperato dalle tasse, si apprestava a fuggire timoroso per la propria vita, fu lei a trattenerlo, dando prova di quale nobile sangue le scorresse nelle vene: “La morte è la condizione della nostra nascita, ma chi ha regnato non dovrebbe mai sopravvivere alla perdita della dignità e del potere. Da parte mia mi attengo a un’unica massima: “Il trono è un sepolcro glorioso”. Cosa ne penserebbero i prodi Savoia della real casa? Denso di fascino il capitolo dedicato all’Amare, e in particolare alla ‘mancanza’ che le rende preziose le creature femminili: “Ci sono donne solide nella realtà, ma fragilissime sotto questo profilo. L’anoressia lo dimostra, essendo l’esasperazione vivente, per non dire morente, di questa fragilità. Ciò che manca al cibo che l’anoressica rifiuta è questo niente, assimilabile a un intingolo, a una spezia. L’amore, per essere tale, deve essere speziale, più che speciale.

Amo i cammelli in modo particolare, perché li ho sempre immaginati carichi di spezie provenienti dall’Oriente e inconsciamente ho sempre pensato che l’amore fosse per sua natura “cammellare”. Dice l’amata: “Dimmi quali sono le spezie che porti con te sul tuo cammello, e io saprò se sei un uomo capace di amare.” Avvincente nella prima delle tre sezioni del libro, il racconto incentrato sul “Talento della malattia”, attraversato da sofferenze private e bagliori sulla Crocefissione del Bellini. Pagine che si scorrono golosamente, ogni titolo è un occhiello per affacciarsi sull’universo, pretesto di sosta negli interstizi che si creano tra il calcio e la filosofia, tra Machiavelli e Berlusconi, tra i capricci e le automobili. C’è anche una magnifica pavona che si chiama Belen, perché l’autore ci attrae senza pudore nei suoi affari personali; sa bene come guarirci da quel vuoto vertiginoso tra idea e realtà in cui si annida il letale luogo comune, morte dell’intelligenza e dell’anima. Amati è il gigante della lampada che si pone a guardia sul confine, sorridente e inflessibile.  Ci tende la mano, ci sostiene nel salto nel buio verso la consapevolezza. Diceva un nostro comune direttore che masticava il sigaro e le pagine di giornale: “Quando arrivano i pezzi di Ugo voglio essere io a passarli perché da lui imparo sempre qualcosa.”

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