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Un ricordo molto personale di Franco Rosi

 

Franco arrivò a Roma dopo aver esordito nel cinema come aiuto regista in quel capolavoro assoluto che fu e resta “La terra trema” di Visconti. Con lui, uno dopo l’altro, arrivarono altri napoletani: Peppino Patroni Griffi, Mario Ferrero, Maurizio Barenson. Andavano a mangiare in un ristorante che si chiamava “Al fedelinaro” e si trovava proprio in piazza della Fontana di Trevi: facevano gruppo a sé andando qualche volta (quando “lui” lo permetteva) ad assistere alle prove che faceva Luchino Visconti al vicinissimo teatro Quirino o anche all’Eliseo che, attraverso il grande tunnel che collega via Nazionale con il Tritone, era comunque a portata di passeggiata.
Già. Perché allora si “passeggiava” molto. Di notte in particolare, sempre parlando e sempre discutendo, diradandosi come gruppo ma poi richiamandosi e raggiungendosi.
Poi Rosi trovò casa in via dei Greci: un bellissimo “miniappartamento” di una sola camera con bagno e con finestre d’angolo su via del Corso che tutti gli invidiavamo. Io allora ero aiuto regista e stretto collaboratore di Michelangelo Antonioni e la sera però andavo a mangiare senza di lui – che era di gusti culinari raffinati e mangiava a casa – al super economico “Da Peppino” in via dei Greci, dalla parte opposta alla casa di Franco, proprio all’angolo con via del Babuino. Così capitava che qualche volta,uscendo di casa o tornandoci, Franco Rosi ci passasse. Avevamo degli amici comuni soprattutto alcuni senesi che facevano anche loro gruppo a sè da Peppino ed erano, se ricordo bene, Mchele Gandin, Piero Sadun, Guidarino Guidi e Tatina Drudi. C’era anche lo scrittore nero Bill Dumby e il grande scenografo teatrale tedesco Gaspar Neher. Per sopravvivere Franco partecipò in quegli anni alla sceneggiatura di un film melodrammatico e lagrimoso di Matarazzo e ricordo che ce lo raccontava in via dei Greci spiegandoci animatamente le sue necessità economiche. Ci conoscemmo attraverso la mia compagna di allora che era Goliarda Sapienza ed era, allora, un’attrice particolarmente stimata da Visconti. Mi sembra che Franco si presentò a lei congratulandosi per la sua interpretazione de “La frontiera” di Leopoldo Trieste, e insomma come fu come non fu diventammo subito amici. Passeggiavamo, ricordo, per tutte le stradine adiacenti a via dei Greci verso piazza del Popolo e ricordo il fervore espressivo con cui si gettava nella difesa del voto per la Repubblica così come, in altri momenti, nell’esaltazione ragionata e costellata di particolari di Luchino Visconti che io allora conoscevo appena e di cui sarei diventato a mia volta aiuto pochi anni dopo. Ma in quelle notti in cui, in prossimità del referendum istituzionale, il centro di Roma era stracolmo di piccoli “comizi volanti” dove chiunque poteva imporre la propria opinione attraverso il volume e l’irruenza della propria voce, io ricordo che ammiravo la forza e la volontà di intervenire che esprimeva Rosi cui non mancavano certo, da napoletano verace qual’era, le qualità per imporsi autorevolmente in quelle discussioni.
Anni dopo, vedendo i film di impegno civile che fece dopo l’inizio modesto de “La sfida” e l’immenso lavoro cui si sottopose nel “codirigere” con Goffredo Alessandrini un film su Anita Garibaldi interpretato dalla Magnani, anni dopo, dicevo, vedendo tutti quei suoi film di coraggioso e vibrante impegno civile, mi ricordavo quel suo modo di imporsi nelle discussioni attaccando la casa Savoia italiana e non dando mai tregua ai suoi interlocutori. C’era una veemenza e una sorta di elementarità efficace che metteva nel suo argomentare che era straordinaria per quanto era sentita e vibrante, ma insieme tanto lontana dalla logica fredda e un po’ professorale cui ci aveva abituato – a noi giovani comunisti reduci da quello straordinario quinto congresso del nostro partito che si era svolto, mi pare, nel gennaio del ’46 – la scarna ed educativa precisione di Palmiro Togliatti.
Ma non era un caso forse che Franco, pur venendo da una città dove il Partito comunista era rinato ed era fortissimo, pur condividendo tutti i tratti essenziali delle nostre tesi di allora, non si era mai iscritto al Partito comunista italiano. Ricordo che io e Pietro Notarianni (l’intellettuale comunista collaboratore del produttore cinematografico più importante e intelligente di allora: Franco Cristaldi) facevamo il possibile per convincerlo a quell’iscrizione, ma lui, pur ascoltandoci e rispettandoci con una particolare attenzione e…. quasi “devozione”, alla fine preferiva tacere confermandosi però nelle sue posizioni.
Fu Notarianni a convincere Cristaldi ad affidare a Rosi la regia del “Bandito Giuliano”, essendosi accorto che io – cui in un primo momento si era pensato di affidare il film – ero in realtà sempre più interessato ad un altro tipo di realismo. Infatti ricordo che quel passaggio fu da me tranquillamente accettato e fu anche questo un motivo di amicizia e affetto da parte di Franco. Quando il suo film uscì, poi, mi resi conto di quanto Notarianni e Cristaldi avessero visto giusto: per come mi ero andato formando dopo il mio primo film che era sulla nascita della Resistenza in Italia, non avrei mai saputo trattare la storia del bandito Giuliano con quell’intensità e quell’adesione che vi aveva messo Franco.
Ricordo che lo ammisi in un’assemblea pubblica di non so quale circolo del cinema e ricordo anche quanto Franco se ne mostrò stupito e contento.
Franco ed io abbiamo fatto un cinema molto diverso ma anche molto riconoscibile per l’essere stati vicini e formati alla scuola di Visconti: chi ha lavorato con lui ha imparato e mantenuto a vita non solo la speciale cura nella direzione degli attori, non solo la speciale attenzione alla forma del linguaggio cinematografico, ma anche un’etica in certo senso “luterana” nel modo di porsi nei confronti del proprio lavoro. Questo credo sia quello che ci ha unito per tantissimi anni.
Né è un caso forse che anche per queste ultime feste, ci fossimo tanto spesso e tanto affettuosamente telefonati.
Non parlo di Franco come autore perché lo faranno naturalmente i critici e gli storici del cinema. Voglio solo dire che la sua importanza nella storia del nostro cinema e della nostra cultura risiede nella sua coerenza artistica e intellettuale, nel non aver mai ceduto alle logiche di mercato, nel non aver mai separato la più ferma volontà di denuncia sociale dalla più alta ricerca artistica e dal magistero formale di cui era portatore.
Franco non è stato un promotore in prima persona delle battaglie culturali, ma non una volta si è tirato indietro dalle tante lotte e iniziative messe in campo dagli autori italiani fino a ieri.
È di pochi mesi fa infatti la sua adesione e la sua convinta firma ad un manifesto per il rilancio di un cinema d’autore come perno e asse centrale di un irrimandabile rinnovamento del cinema italiano.

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