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Per la Liberia, l’epidemia di Ebola è devastante come una guerra

 

Hanno tolto lo stato d’emergenza a fine dicembre, dicendo che il virus sta regredendo. Hanno, però, mantenuto lo stato d’assedio, perché in molte zone la risposta, dal punto di vista sanitario, è ancora instabile. Per la Liberia, l’epidemia di Ebola è devastante come una guerra. Uscito dieci anni fa da un decennio di guerra atroce, con 250mila morti, migliaia di sfollati e istituzioni e economia distrutte, il Paese rischia di ripiombare nel caos a causa del virus. L’allarme lo ha lanciato qualche mese fa il ministro dell’Informazione liberiano, Lewis Brown, responsabile anche della task force governativa che cerca di contrastare il morbo. Nel Paese il 60 per cento dei mercati è stato chiuso per evitare che l’epidemia si diffonda. Risultato: l’economia si è fermata. Brown lo ha spiegato con parole dure. “Gli ospedali lottano, ma anche gli alberghi e le imprese – ha detto -. Se le cose continuano cosi’, il costo della vita aumentera’. La gente e’ agitata. Il mondo non puo’ aspettare che la Liberia, la Sierra Leone e la Guinea ricadano in una guerra civile, che potrebbe essere il risultato di questa lentezza nella risposta alla lotta contro l’Ebola”.

Un pericolo reale, dicono gli osservatori internazionali. La Liberia vive in una fragilissima pace, garantita sempre da una missione Onu. Il Paese confina con la Sierra Leone – anch’essa teatro di una decennale guerra civile fra il 1991 e il 2001, con circa 120.000 morti – e con la Guinea. Sono i tre Paesi che stanno crollando sotto i colpi dell’epidemia: i morti sarebbero complessivamente più di 3mila, alla fine del 2014, ma sono le economie e le istituzioni ad essere impantanate. A questo si aggiunge il concreto pericolo “fame”. Lo dice l’Organizzazione mondiale per la sanità: se nei primi 45 giorni di quest’anno l’epidemia dovesse rimanere su questi livelli, almeno 1milione e 700mila persone sono a rischio alimentare.

Una emergenza nella emergenza, quindi. D’altrocanto, la crisi nata con l’epidemia ha evidenziato la fragilità del sistema. La Liberia negli anni di pace e prima di Ebola, è cresciuta in termini di Pil del 10 per cento l’anno. Ma la crescita è stata alimentata soprattutto dalla cessione a società straniere di concessioni minerarie e permessi di disboscamento. Il 65 per cento degli investimenti è finito in questi settori, senza creare però posti di lavoro. Così,  non è stata ridistribuita la ricchezza, che è rimasta nelle mani di pochi. Anche i servizi non sono aumentati. All’inizio dell’epidemia, nel Paese i medici erano solo 120, per 4milioni di cittadini. Le uniche ad essere cresciute sono le città, che si sono riempite in modo disordinato di gente. E’ da lì che passa e cresce il malcontento, con una sfiducia radicata nel Governo.

Insomma, le ripercussioni politiche sono pesanti e gli interventi internazionali dovrebbero essere rapidi ed imponenti, proprio per evitare che da Ebola risorgano vecchie contese politiche e riparta lo scontro armato. A fine 2014, era indispensabile allestire al più presto almeno dieci centri di trattamento, con mille posti letto. Un vero e proprio grido d’allarme, che riportava l’eco di quanto detto dalla presidente Ellen Johnson Sirleaf in settembre. Aveva esortato i connazionali a fare mostra della stessa “resistenza” messa in campo per uscire dalla guerra civile. Il nemico, questa volta, è Ebola.

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