“Immigrazione: abbiamo dei mezzi d’informazione che cavalcano gli stereotipi”. Intervista a Igiaba Scego

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Igiaba Scego è la classica scrittrice “di confine”: il perfetto incontro fra due culture, quella italiana e quella somala delle origini, che fondendosi l’una con l’altra, compongono un mosaico interessantissimo di racconti e riflessioni che interrogano direttamente la nostra coscienza. Romana di nascita, combatte fin da piccola contro gli stereotipi legati al colore della sua pelle, contro la percezione di estraneità che esso colpevolmente ispira in molti di noi e anche contro l’ipocrisia montante in una società che rifiuta i migranti e smantella “Mare Nostrum” ma poi lucra sulla disperazione degli ultimi, confinandoli in periferie ribollenti di rabbia o in centri d’accoglienza che gridano vendetta solo a guardarli. E dalle sue parole traspare anche una profonda indignazione nei confronti di una politica corrotta e inadeguata, di una sinistra che ha smesso di svolgere il suo mestiere, di una città e di un Paese che ama ma dei quali contesta apertamente la perdita d’identità, radici e valori. Non c’è paragone con il caos e la distruzione che regnano nella sua Somalia, non scherziamo, ma in fondo, riflettendoci attentamente, siamo obbligati ad ammettere che anche i drammi di quella terra, così lontana e, in fondo, così vicina, sono in parte colpa nostra, come tentò di dimostrare Ilaria Alpi prima di pagare con la vita il prezzo del suo coraggio.

Lei è nata in Italia da una famiglia in fuga dalla Somalia, all’epoca governata dal dittatore Siad Barre. Cosa ricorda, cosa le ha raccontato suo padre di quella vicenda?
Ho raccontato il tutto nel romanzo “La mia casa è dove sono”[1]. Mio padre era di fronte a una scelta difficile: doveva scegliere fra la morte e l’esilio e chiaramente scelse l’esilio, poiché non voleva collaborare con Siad Barre, benché il dittatore fosse disposto ad accettare anche alcuni collaboratori del governo precedente ma sotto regole assurde che contrastavano con le sue idee politiche. A dispetto degli anni faticosissimi che abbiamo dovuto affrontare, sono contenta che mio padre abbia assunto questa decisione, preferendo un esilio molto complicato e difficile.

Di cosa si occupava esattamente suo padre?
Era un uomo politico. Mio padre è stato ispettore di polizia, governatore, tre volte ministro, deputato per più legislature e ambasciatore in Belgio. Quando è andato in esilio, ovviamente, si è dovuto reinventare una vita, faceva quello che poteva: import-export e commercio in particolare, visto che conosce numerose lingue. Non è semplice reinventarsi la vita a cinquant’anni, soprattutto se si ha un lungo percorso politico alle spalle, in quanto lui credeva negli ideali dell’indipendenza somala, insieme a un gruppo di persone che avevano costruito la Somalia indipendente.

Suo padre, una volta in Italia, ha mai subito persecuzioni o rischiato la vita?
In Italia no. Molti anni dopo, Siad Barre varò addirittura un’amnistia che consentì a mio padre di tornare in Somalia, prima della guerra civile, e questo gli ha senz’altro giovato perché ha potuto rivedere la sua terra. Erano tutti ormai anziani, mio padre adesso ha novant’anni, e Siad Barre pensò che potesse concedere loro di rientrare.

Di solito, i nomi africani hanno un significato ben preciso: qual è il significato del nome “Igiaba”?
Non è africano: è un nome arabo! I somali, a volte, mettono nomi a casaccio e così ho scoperto che il nome “Igiaba” ha la stessa radice araba della parola “risposta”, in quanto le radici arabe sono a tre lettere, e questa cosa l’ho appresa quando ho cominciato a studiare arabo e tutti mi dicevano “risposta, risposta”. Comunque, tutti i nomi hanno un significato, non solo quelli arabi o africani.

Cosa ricorda della sua infanzia e della sua adolescenza? Com’era percepita, all’epoca, la sua condizione di migrante?
Personalmente, non avevo una condizione migrante ma la mia famiglia sì; pertanto, ero percepita come un’aliena, più di quanto non accadesse ai migranti stessi, in quanto, agli occhi degli altri, non ero migrante ma nemmeno italiana. Il problema più grande, anche se adesso i numeri sono decisamente cambiati, l’ho vissuto sulla mia pelle e riguardava il fatto che, pur essendo nata in Italia, non avevo i canoni estetici tipici degli italiani, quindi per gli italiani (maestre, professoresse, compagni di classe, i loro genitori ecc.) vedermi costituiva sempre uno shock e dovevo continuamente spiegare chi fossi. Ovvio che, a furia di spiegare, sono diventata una scrittrice! Adesso ci sono un sacco di figli di migranti, ma bisogna sempre spiegare. Non parlo di me che, comunque, ho una certa età ma delle generazioni più giovani perché un conto era l’epoca mia, un conto è adesso.

Ha scritto Márquez in “Vivere per raccontarla”[2] che ci sono state due nascite nella sua vita: quella biologica e quella vera, “quando ho deciso di diventare scrittore”. A quando risale la sua “nascita vera”?
Questa domanda è difficile, me la rivolgono spesso. Io, in realtà, ho sempre scritto e, soprattutto, letto: mi piace molto leggere, sono tuttora una divoratrice di libri e non è detto che uno scrittore legga tanto. Quando mi confronto con i miei colleghi, ho notato che non si tratta di un fatto scontato. Ho iniziato con un’attività che oggi sarebbe definita fan fiction: è una tradizione molto americana e io la ripresi, in quanto volevo cambiare il passaggio di “Piccole donne” in cui Jo non accetta Laurie e così iniziai a scrivere non un finale, perché questa cosa avviene a metà del libro, ma una variazione interna. Da lì, ho capito di poter spiegare chi sono attraverso la scrittura: l’idea mi è venuta piano piano ma, se ci pensa, è cominciata nel modo più banale possibile.

Che peso hanno le vicende autobiografiche nei suoi romanzi?
Dipende da ciò che scrivo. La mia urgenza di base, più che alla mia biografia, è legata al mio colore della pelle perché in questo Paese è considerato respingente, strano o comunque esotico; e anche quando viene visto positivamente è stereotipato. Questi stereotipi che mi hanno accompagnato per tutta la vita, mi hanno indotto a dire basta, e questo entra nella mia scrittura: la ricerca di un racconto che spieghi l’umanità delle persone. Le vicende autobiografiche le ho utilizzate, di fatto, unicamente ne “La mia casa è dove sono”, negli altri romanzi no. “Roma negata[3]”, pur contenendo elementi autobiografici, utilizzati a mo’ di espediente narrativo, è una passeggiata lungo la città. In altri romanzi, come “Rhoda”[4] e “Oltre Babilonia”[5], non ho molti punti in comune con i personaggi perché una è una prostituta e l’altra è una ragazza che ha tantissimi dilemmi esistenziali; ma io, attraverso quelle figure, volevo rispondere a domande sulla violenza e lo sfruttamento dei corpi femminili. L’autobiografia ha in me lo stesso ruolo che ha in tutti gli scrittori: a volte è preponderante, a volte no ma c’è comunque un’urgenza autobiografica, ad esempio legata al colore della pelle, anche se le storie non riguardano il mio vissuto. Nel romanzo che uscirà a settembre, io non ho nulla in comune con i personaggi ma volevo spiegare una tesi, rispondendo a delle domande che mi pongo spesso e dalle quali sono scaturiti racconti o romanzi come “Roma negata” in cui scopro la città insieme a chi mi legge.

Lei è originaria di uno dei paesi più corrotti al mondo. Che idea si è fatta, da italiana di origini somale, di ciò che è venuto alla luce a Roma nei giorni scorsi, nell’ambito dell’inchiesta su “Mafia Capitale”?
È triste, ma in proposito ho una mia tesi: è meglio che il marcio sia venuto fuori adesso perché almeno abbiamo la possibilità di porvi rimedio. Il lavoro da fare in questa città è enorme perché si sono persi proprio i fondamentali. Roma ha sempre catalizzato le dinamiche del Paese: se in Italia si sta male, qui si sta malissimo; se in Italia si sta bene, qui si sta benissimo. In questo senso, è sempre stata uno specchio di questo Paese e, non a caso, ne è la capitale. È chiaro che ha sempre avuto i suoi dilemmi esistenziali: la corruzione, la politica e via elencando. Questa è una città fatta a strati: Roma non è una, sono mille ed è sempre stata molteplice, sia come esperienze sia al livello delle persone che vi abitano sia per la sua storia. Non ci sono solo gli antichi romani: c’è la Roma medievale, la Roma rinascimentale, la Roma barocca, la Roma fascista, la Roma del dopoguerra, la Roma della dolcevita e così via. I turisti continueranno a volerle bene perché è bellissima: il problema è più che altro dei romani, siamo noi a dover costruire una città più vivibile perché non lo è. Per questo, ho cominciato a narrare Roma e credo che il lavoro iniziato con “Roma negata” continuerà nel futuro perché è una città che mi affascina molto. Molti non riescono a viverci, io invece le voglio un gran bene: ho un rapporto intenso con la mia città.

In queste sue riflessioni si coglie una profonda passione politica. Perché ha scelto di collocarsi a sinistra? Cosa rappresenta per lei?
Io sarei di sinistra: il problema è che non esiste più la sinistra, essenzialmente. Tuttavia, anziché farne un discorso strettamente di sinistra e destra, ci tengo a precisare che io mi batto per i diritti delle persone e che dovunque si possa portare avanti questo tipo di politica, io ci sono. Io sono per il diritto di cittadinanza, per il diritto alla femminilità, per la salvaguardia della legge 194 che oggi è attaccata da tutte le parti, attraverso gli obiettori di coscienza, mentre io sono dell’idea che le donne debbano avere la sovranità sul proprio corpo. E poi c’è il peso della sinistra storica: Gramsci e Togliatti ma anche Angela Davis.

Lei una volta scrisse un articolo[6] per lamentarsi del mancato rispetto nei confronti di Gramsci…
Sì, perché Gramsci è poco studiato in Italia: è studiato più all’estero, ad esempio negli stati post-coloniali, che qui da noi dove ci sarebbe un gran bisogno di conoscerlo, di riaffermare la validità del suo pensiero, se vogliamo ritornare a una sinistra vera.

Lei in quell’articolo scrisse che il 1° novembre avrebbe portato un fiore sulla tomba di Gramsci per scusarsi  per la pessima abitudine della movida romana di urinare sul portone del cimitero acattolico dov’è sepolto, compiendo una profanazione inconsapevole…
Sì, ogni tanto ci vado. Testaccio è messo male come quartiere, con tutti quei locali è un disastro. Scrissi quell’articolo per denunciare questa vergogna ma anche per ricordare che in quel cimitero non è sepolto solo Gramsci ma anche Keats, Shelley, soltanto che noi non abbiamo cura del nostro patrimonio né una sufficiente memoria.

Prima parlavamo di diritti. Quest’anno si è celebrato il ventesimo anniversario dell’uccisione, a Mogadiscio, di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, i quali pare che avessero scoperto un traffico d’armi e rifiuti tossici illegali nel quale si dice che fossero coinvolti anche l’esercito e le istituzioni italiane. La ritiene un’ipotesi plausibile? Cosa c’ha insegnato e cosa resta di quell’esperienza?
In Italia è stato istituito il “Premio Ilaria Alpi” che ha lavorato molto per non far dimenticare Ilaria e Miran e io sono davvero felice di collaborare con loro perché penso che quest’uomo e questa donna abbiano dato molto sia alla Somalia che all’Italia, dedicando e, purtroppo, perdendo la loro vita per scoprire la verità. Verità sulla quale ancora non è stata fatta piena luce: mancano ancora dei nomi, alcuni fatti, alcuni collegamenti, però almeno adesso si conoscono più particolari rispetto al passato. Sono contenta dell’esistenza di questo premio perché, come dicevo prima, ha fatto sì che Ilaria non venisse dimenticata, come invece è successo ad altri giornalisti, e mi auguro che, anche grazie ad esso, le giovani generazioni che si affacciano a questa professione abbiano l’esempio fulgido di una persona straordinaria. Io non la conoscevo personalmente: l’ho conosciuta attraverso il suo lavoro perché avevo vent’anni quando e morta e mi ricordo i suoi servizi che mi facevano sentire molto vicina a lei. Anni dopo ho incontrato pure la madre e mi auguro che quando Mogadiscio sarà in condizioni meno disperate si possa avere una piazza dedicata a Ilaria Alpi: sarebbe bello.

O magari l’autostrada che congiunge Bosaso e Garoe, sotto la quale pare siano stati seppelliti i rifiuti tossici.
Sì, però il problema è che non c’è il Paese, quindi non le si può dedicare nulla in questo momento. Non è facile la situazione somala.

In che condizioni versa, di preciso, la Somalia? Che opinione si è fatta del governo di Hassan Sheikh Mohamud?
Un macello totale! Da una parte c’è il governo che è debole, dall’altra ci sono i terroristi, dall’altra ancora i traffici illeciti: certo, non c’è proprio la guerra aperta, gli Shabab sono stati cacciati da moltissimi avamposti, ma siamo ben lontani dalla tranquillità; ieri sono stati uccisi dei soldati, ogni giorno ne succede una. Nonostante l’attenzione e i lavori strutturali che sono stati realizzati nel Paese negli ultimi anni, ci vuole tempo, tanto tempo. Vediamo che succede nel prossimo futuro: non ho un’opinione, al massimo una speranza. Non so più cosa aspettarmi dalla situazione somala, considerando che c’è stata anche una crisi di governo: una volta sono speranzosa, un’altra volta dispero. E pensa che stiamo così da ventitre anni!

Fatte tutte le debite differenze, quanto a caos non è che in Italia ce la passiamo tanto meglio!
Non esageriamo, dai: non è la stessa cosa! L’Italia ha molti problemi ma non c’è la guerra civile: non hai una distruzione completa di tutte le strutture del Paese e delle città. Lì è stato distrutto tutto, le città sono state rase al suolo, come in Siria. L’Italia ha senz’altro dei problemi strutturali, ha una grossa crisi politica e morale, dopo vent’anni di berlusconismo che non sono stati semplici, in questo momento storico è un Paese triste ma la situazione non è paragonabile a quella somala perché ciò che è successo laggiù non è successo in nessun’altra nazione del mondo, a parte adesso la Siria. Non auguro a nessuno questa distruzione totale.

Non si è mai superata l’eredità di Siad Barre?
Non c’entra solo Siad Barre, anche se ovviamente ha le sue colpe. Il punto è che ci sono stati ventitre anni di guerra civile: ventitre anni senza uno Stato, una struttura, una devastazione completa che talvolta mi riesce persino difficile spiegare. Io dico sempre a tutti che noi somali abbiamo subito una sorta di malattia mentale perché questo è un trauma che non si supera, che ti rimane attaccato addosso.

C’è una poesia molto bella di Rashidah Ismaili che s’intitola “Africa, sei bellissima!” e recita: “Ti hanno mai detto, Africa, / che sei bellissima? / Le tue forme piene / e le tue labbra sensuali / hanno baciato la mia anima, / e a te, Africa, sono avvinto / dal rullo di tamburo del mio cuore / che pompa il sangue / delle mie origini, / e tu sei mia”. Cosa rappresenta l’Africa per lei?
Più che altro, un qualcosa che ho imparato piano piano a conoscere perché per me, inizialmente, l’Africa era solamente la Somalia. Piano piano, recandomici, ho imparato il resto perché la definizione di “africani” è inesatta: il senegalese non ha nulla a che vedere col somalo. Addirittura, i senegalesi mi guardano e mi domandano se ci sia ancora la guerra perché non sanno assolutamente niente del mio Paese. È un continente enorme, con grandissime differenze, che sto imparando a capire. È chiaro che conosca maggiormente il Corno d’Africa perché mi è più vicino per storia e per origini, però ribadisco che si tratta di un continente grandissimo e un po’ tutto da scoprire, nel senso buono del termine.

Secondo recenti stime, sono più gli italiani che emigrano che gli immigrati che vengono da noi. Come si spiega il fenomeno? Quali possono essere i punti in comune fra le speranze di un futuro migliore dei nostri connazionali che se ne vanno e quelle di chi viene in Italia in cerca di un po’ di dignità e di sicurezza?
È un gioco di aspettative: uno spera sempre di migliorare, ma dipende da dove parti e che cosa hai a disposizione. Il problema è che in Italia non si sta parlando tanto dell’emigrazione dei giovani: si dice, ma a livello morale, di risposte e di narrazione popolare non si evince la gravità di questo fatto. Io lo trovo incredibile, veramente incredibile. In un momento in cui i nostri connazionali tornano a emigrare c’è un livello d’intolleranza che mi meraviglia e mi addolora. I giovani italiani non se ne vanno solo per la mancanza di lavoro ma mi vien da pensare che c’entri anche l’assenza di reali opportunità di futuro. Viene detto loro: questo non è un Paese meritocratico, è inutile che ci speriate. Un giovane può anche accettare di stare due-tre anni senza lavoro ma solo se è animato dalla speranza di poter arrivare, migliorare, invece i posti di potere sono caratterizzati dal nepotismo, dall’assenza di meritocrazia e la gente, di conseguenza, scappa via. E poi c’è tantissima disoccupazione, frutto di politiche sbagliate, che ci porta a riscoprire il fatto che l’Italia è sempre stata un paese di migranti: è stata una piccola parentesi quella in cui gli italiani non sono emigrati all’estero, fra gli anni Settanta e gli anni Novanta, poi la tradizione è ripresa, è nel loro DNA.

Lo ricordava anche il presidente Ciampi ai leghisti, affermando che anche noi siamo stati un popolo di migranti.
Sì, il punto è che noi qui abbiamo la Lega di Salvini che è molto attiva ma non ci stiamo raccontando le cose vere. Io sono molto critica con la politica in questo momento storico perché penso che non stia dando le risposte giuste a una fase gravissima.

Dove si è sbagliato, a suo giudizio, nelle periferie romane?
Il sindaco è bravo e, anche se quest’amministrazione è stata travolta dal problema delle periferie, uno sguardo al tema l’ha gettato. Io ho votato Marino, sono contenta del suo operato e lo difendo a spada tratta: secondo me, ce lo dobbiamo tenere molto stretto. Quando si parla di periferie, poi, bisogna stare attenti perché non sono tutte uguali: un conto è Tor Pignattara, un conto è Tor Sapienza. Ci sono le periferie storiche e quelle hanno, comunque, una loro vita: un po’ complicata ma degna. Altre sono veramente dimenticate dal Signore, non se n’è mai occupato nessuno e su quelle si deve lavorare, a cominciare dai trasporti urbani e dalle molteplici realtà che le caratterizzano.

Posto che una società multietnica e varie forme di convivenza esistono già, come si possono far coesistere le diverse culture, facendosi carico delle ragioni degli uni e degli altri?
In Italia non lo sta facendo nessuno, ma prima di tutto bisogna insegnare alle persone che il fatto di vivere in una società multietnica non è ovvio mentre noi abbiamo dei mezzi d’informazione che cavalcano gli stereotipi e invitano in ogni trasmissione persone con un linguaggio xenofobo, ignorando del tutto la necessità di far capire ai migranti, attraverso programmi scolastici, civili o la pubblicità progresso, in che Paese vivano. Molto spesso vedo fiction che non stanno né in cielo né in terra: vedo questi programmi, poi osservo la gente fuori e sembrano vivere in due paesi diversi. Si deve spiegare agli italiani cosa significhi essere una società multietnica e ai migranti cos’è l’Italia perché non è ovvio: qualcuno arriva qui con un background e una scolarizzazione particolari ma la maggior parte dei migranti è costituita da rifugiati politici, non scolarizzati e, dunque, privi di strumenti per capire, per vivere e per interagire. Io ho come vicina di casa una signora del Bangladesh che lascia sempre la porta aperta; allora un giorno mi sono ripromessa di spiegarle che deve chiudere la porta e come muoversi nella nostra società perché tante cose che a noi sembrano ovvie, in realtà, non lo sono. Non basta il “volemosebene”, come si dice a Roma: bisogna cominciare a spiegare chi sono gli uni e chi sono gli altri, quali sono i diritti e i doveri di ciascuno e promuovere anche una politica linguistica perché abbiamo questa lingua bellissima, la quarta più studiata al mondo, che noi trattiamo malissimo. Al contrario, bisognerebbe insegnare meglio l’italiano ai migranti, così da consentire loro di integrarsi, perché il fatto di non parlarsi è molto pericoloso per una società. La multietnicità esiste, solo che viviamo gli uni accanto agli altri senza conoscerci. Il conoscersi potrebbe essere un inizio, poi ci dovrebbe essere la costruzione di un’identità nazionale, di un’identità plurima e per questo occorrerebbe un lavoro politico serio, ma in questo momento ci mancano delle leggi fondamentali: va cambiata la Bossi-Fini, bisogna introdurre una legge sulla cittadinanza perché se non cominciamo a mutare immaginario, questa società non camminerà mai insieme.

Ora, su richiesta di Alfano, è stato smantellato anche “Mare Nostrum”…
Sì, ed è stato un gravissimo errore.

Se incontrasse una ragazza del Corno d’Africa che stesse per affrontare un viaggio della speranza verso il nostro Paese…
… ne ho incontrate tantissime! Mi chiede cosa le direi?

Non solo, ma quale tratto della sua storia, della sua vicenda personale e familiare le racconterebbe?
Io ho conosciuto tante persone che vogliono venire in Europa, al che ho spiegato loro il viaggio e le ho esortate a pensarci bene prima di affrontarlo, descrivendo loro anche dove sarebbero andate a finire perché non è ovvio per le persone che si trovano lì.

Ma sono informate dei pericoli che devono affrontare?
Di alcune cose sì, di altre no. Alcuni ti dicono pure che preferiscono correre il rischio di morire ma non hanno una percezione reale di che cosa significhi il viaggio.

Si torna sempre alla famosa vignetta di Staino: c’è quel “forse” legato alla speranza di potercela fare che è una molla potentissima per chi vive in condizioni disumane e disperate.
Certo, il “forse” conta. Il guaio è l’ipocrisia dell’Occidente che non vuole i migranti ma vuole, invece, i diamanti: penso al Congo e ad altri paesi che sono stati depredati delle loro risorse; penso alla Nigeria e al fatto che, quando uno vede una prostituta nigeriana, ci deve pensare cento volte prima di dirle qualcosa perché, se lei è costretta a svolgere quel mestiere, è perché l’Occidente ha rubato al suo Paese tutto il petrolio: nulla succede casualmente, questo è il punto.

Basti pensare alla recente indagine che ha coinvolto i vertici dell’ENI.
Esattamente.

È ottimista per il futuro: dell’Italia e, visto il respiro internazionale del discorso, mi vien da dire dell’umanità?
Sempre. Non è che la situazione attuale dell’umanità sia peggiore rispetto a quella del 1940: il mondo ne ha viste di tutti i colori e la gente è riuscita comunque a sopravvivere e creare qualcosa. Io ho sempre fiducia negli esseri umani: questo è il mio carattere. Penso che se uno è vivo, qualcosa possa fare, anche perché dentro di noi abbiamo sia le cose brutte che le cose belle. Non sono tempi semplici, per carità, ma l’altro giorno mi sono chiesta: quando mai abbiamo vissuto tempi semplici? La Guerra dei trent’anni, le bombe atomiche, il Vietnam: questa è la natura umana ma noi abbiamo il dovere di essere ottimisti, magari pensando al fatto che, nel corso della storia, abbiamo debellato un sacco di malattie per le quali prima si moriva.

[1] Igiaba Scego, “La mia casa è dove sono”, Rizzoli, Milano 2010
[2] Gabriel García Márquez, “Vivere per raccontarla”, Mondadori, Milano 2003
[3] Igiaba Scego, “Roma negata”, Ediesse, Roma 2014
[4] Igiaba Scego, “Rhoda”, Sinnos, Roma 2004
[5] Igiaba Scego, “Oltre Babilonia”, Donzelli, Roma 2008
[6] Igiaba Scego, “Un fiore per Gramsci”, “l’Unità”, 28 ottobre 2010