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Scherzava coi santi, Gigi, e ha pagava di persona, un libertario con il gusto e la grinta di un impegno che è stato la cifra di tutta la sua vita

 

Come dice il proverbio? Scherza coi fanti, ma lascia stare i santi. Ecco, Gigi Melega era esattamente l’opposto. Lui coi santi già scherzava, eccome: come quella volta che a “Paese Sera” scopre un ancora sconosciuto Giorgio Forattini che di professione fa il grafico, si innamora delle vignette che fa a tempo perso, lo “impone” come vignettista al giornale fino a quella che diventa “storia”: la ricordate? Vaticano, Democrazia Cristiana e Movimento Sociale escono con le ossa rotte dal referendum sul divorzio del maggio 1974, traditi dal loro stesso elettorato, dai loro stessi militanti, e la coppia Melega-Forattini ci regala l’immagine di un Amintore Fanfani in forma di tappo che salta da una bottiglia di champagne che ha l’etichetta «No».
Tre anni dopo, è il 7 gennaio del 1977, da direttore dell’“Europeo” Gigi pubblica una copertina che mostra una piazza San Pietro notturna, la michelangiolesca cupola e il colonnato di Bernini illuminati da una luce bianca e livida. Il titolo, sopra la fotografia, è un programma: “I Beni del Vaticano. Quanto vale lo Stato più piccolo del mondo”. In sostanza, grazie a un certosino lavoro di Paolo Ojetti e Pierluigi Franz, “L’Europeo” aveva ricostruito l’enorme arcipelago costituito dal patrimonio e delle finanze vaticane. La “roba”, insomma. L’inchiesta esce proprio quando Governo italiano e Santa Sede stanno muovendo i primi passi diplomatici che avrebbero poi portato alla revisione del Concordato del 1929. Per quell’inchiesta Melega viene licenziato dalla Rizzoli senza tanti complimenti. A difenderlo praticamente nessuno, solo i radicali. La stessa FNSI di allora, per non parlare del CdR si limitano a comunicati di forma e nessuna sostanza. Passato a “l’Espresso” e poi tra i fondatori di “Repubblica”, a Gigi dobbiamo memorabili inchieste caratterizzate da un maniacale rispetto della deontologia, una non comune capacità dii scrittura, curiosità infinita e anche, non guasta per un giornalista, incontenibile ambizione.
Impegno professionale, ma anche civile nel senso più alto e vero del termine. E’ stato anche parlamentare per due legislature, Gigi, eletto nel 1979 e nel 1983, nelle liste del Partito Radicale, a fianco di Marco Pannella, Emma Bonino, Leonardo Sciascia…gli atti parlamentari documentano la sua non comune capacità di analisi, il suo impegno, un libertario con il gusto e la grinta di un impegno apparentemente svagato, ma ben solido e radicato, che è stato la cifra di tutta la sua vita.
Chissà se ha raggiunto l’amico e “rivale” Lucio Magri, e ora sta giocando con lui una di quelle lunghissime partite a scacchi che lo vedevano impegnato tra una seduta e l’altra a Montecitorio. Li vedevi giocare, Magri e “Gigi” Melega – è di lui che sto scrivendo – in un angolo della sala stampa della Camera dei Deputati: ed erano una sorta di istituzione; li trovavi incollati a quella scacchiera, assorti e indifferenti a quello che accadeva intorno, salvo scattare come primatisti quando quella specie di sirena collocata ai lati del Transatlantico annunciava con il suo insopportabile, spacca timpani segnale, che era imminente il voto; e dopo qualche minuto, eccoli tornare, per continuare il “duello”.
Gli piaceva molto il cinema e quell’ambiente artistico. Ogni anno, da anni, chi scrive, lo incontrava al festival internazionale del cinema di Locarno, in Svizzera: un “piccolo” festival che ancora conserva il suo specifico, ha saputo allargare i suoi orizzonti, senza cedere alle tentazioni di commercializzazione, e di cui la sua compagna, Irene Bignardi per quattro anni è stata superba e discreta direttrice. Lo incontravi alle prime, o nei vari dibattiti e incontri con gli autori, sempre sorridente e di buon umore, anche negli ultimi anni, quando già forse era tormentato dal male che sopportava con stoicità, e comunque traspariva un poco dal viso; ed era un piacere parlare con lui dell’ultimo film visto, dell’ultimo libro, dei viaggi mirabolanti, come quando, seguendo le orme di Napoleone, salì su un cargo che lo aveva portato fin nella remota Sant’Elena, per documentare come si viveva sperduti nell’Oceano, pionieri fuori dal mondo, e che il mondo non sa neppure esistano, un reportage poi condensato in “L’isola più isola. Viaggio a Sant’Elena” (Scheiwiller). E poi i suoi libri, vere e proprie saghe, come i tre volumi di “Tempo lungo” (“Delitti d’amore”, “Addio alle virtù”, “Eravamo come piante”), opere giovanili, raccontava, per anni relegate in fondo a un baule e poi scovate e pubblicate da Baldini e Castoldi; perfettamente bilingue, si era formato negli Stati Uniti, si dilettava scrivendo poesie nella lingua di Shakespeare, e negli ultimi anni libretti d’opera come “Mr. Me”, dedicato a Berlusconi di cui aveva una pessima opinione; o “L’Italia del destino. Real-Italy in un atto”, sull’Italia che siamo. Che la terra ti sia lieve, Gigi.

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