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Somalia, “sradichiamo la detenzione illegale delle armi”. Intervista al PM somalo Abdiweli

 

Si è appena conclusa la visita del Primo Ministro somalo Abdiweli Sheikh Ahmed al campo profughi di Dadaab, il più grande del mondo che accoglie oggi circa 450 mila rifugiati somali su circa 50 chilometri quadrati di terra keniota e che costituisce lo specchio delle tragedie degli ultimi vent’anni in Somalia. La delegazione somala era accompagnata da Alessandra Morelli, responsabile UNHCR per la Somalia. Il campo di Dadaab si è ingrandito fino alle dimensioni attuali con la guerra civile e con le carestie che periodicamente colpiscono il sud della Somalia e deve rispondere alle necessità di fame, sete, igiene e medicine di un numero impressionante di sfollatati. E’ UNHCR che, sopratutto, si occupa di questo dramma umano.

Quella di Abdiweli Sheikh Ahmed è stata una visita che si può definire storica, la prima volta di un Primo Ministro somalo nell’inferno somalo di Dadaab con una delegazione del Ministero dell’interno e del Parlamento Federale. Subito dopo aver terminato la visita del campo di Dadaab, il Primo Ministro Abdiweli ci ha rilasciato l’intervista che segue.

Qual era l’obiettivo del vostro arrivo a Dadaab?
Visitare e assistere i nostri concittadini è un dovere. Questi sono stati lontani dalla loro patria per troppo tempo, ormai fin dalla terza generazione. Volevamo anche vedere con i nostri occhi come vivono.

E come è andata?
E’ andata bene. Noi siamo stati felici di vederli e altrettanto loro sono rimasti contenti di incontrarci. Nonostante la sofferenza c’è una grande dignità e un forte sentimento di contribuire alla rinascita della nazione.

Che cosa vi hanno chiesto?
I rifugiati ci hanno dichiarato il loro desiderio di tornare nelle loro località d’origine ma ci hanno anche chiesto i servizi necessari per ricominciare.

Quali servizi?
Sanità, istruzione e sicurezza.

Sanità, istruzione e sicurezza sono i problemi irrisolti di tutta la Somalia. Come si fa garantire questi obiettivi ai rifugiati di Dadaab per poterli far tornare alle loro sedi?
Anche proprio tra i rifugiati ci sono persone di valore. Sono una risorsa che può contribuire per raggiungere questi obiettivi. Ad esempio, fra di loro ci sono tante persone istruite. Ci sono insegnanti e tecnici, mestieri di cui la Somalia ha bisogno per conseguire questi traguardi. Tutti i paesi che hanno subito un collasso come la Somalia sono riusciti a rialzarsi con le loro forze. Guardi per esempio l’Uganda o il Congo. Sanità, istruzione e sicurezza devono costruirle i somali e quindi anche quelli di Dadaab che torneranno in patria. Già alcuni di loro sono rientrati in Somalia e hanno iniziato a ricostruire una nuova vita.

Come intendete procedere per avviare questi progetti?
C’è un accordo tra Somalia, Kenya e UNHCR per rimpatriare questi rifugiati. L’accordo prevede il rimpatrio su base volontaria verso le loro località di origine.

Ma di concreto che cosa avete in mano?
C’è il finanziamento di un primo progetto pilota che riguarderà località come Kismayo, Luuq e Baidoa e che sarà gestito da UNHCR con il Ministero dell’interno. Infatti il MinistroA bdullahi GodahBarre è stato oggi qui a Dadaab insieme a me.

Pensa che ce la farete?
Ci vorrà tempo e molte risorse ma sono sicuro che ce la faremo come ce l’hanno già fatta altri e noi somali non siamo da meno. Ma qui rivolgo un appello alla comunità internazionale e all’Italia, paese amico che attualmente presiede l’Unione Europea, per averne il supporto. Il sostegno internazionale è assolutamente necessario per poter fare presto, di più e meglio.

In Somalia avete iniziato il disarmo dei privati suscitando parecchio rumore. A che punto siete?
Noi abbiamo iniziato questo disarmo per ora a Mogadiscio ma riguarderà tutta la Somalia. Purtroppo c’è vendita e detenzione illegale delle armi da parte di privati e questo mette a repentaglio la sicurezza dei cittadini e della nazione. Noi dobbiamo togliere le armi illegali che ci sono in giro e vietarne la vendita al mercato nero. Chi vuole tenere un’arma per autodifesa, deve andare al Ministero dell’interno a registrarsi. Ma dobbiamo assolutamente sradicare la detenzione illegale delle armi per garantire la pace d cui dipende tutto il resto.

La Somalia ha attraversato un ventennio di dittatura e un altro ventennio di guerra civile. Ora si avvia ad essere un paese democratico, ma un paese democratico non può esistere senza libertà di espressione. Recentemente sono state chiuse Radio Shabelle e Sky FM. I giornalisti sono stati arrestati e torturati. Cosa ne pensa di questo caso?
Il Procuratore della Repubblica Ahmed Ali Dahir ha accusato questi giornalisti di incitamento alla violenza contro il Governo e AMISOM. Si verificherà se ci sono responsabilità penali. Se non hanno responsabilità, saranno rilasciati.

Un’ultima domanda. C’è la comunità internazionale che sta addestrando i militari somali. Quali sono i criteri di reclutamento dei soldati: forse in base al criterio 4.5?
No, noi non pratichiamo il 4.5. L’esercito somalo non può essere soggetto alle divisioni claniche.

Ma allora qual è il criterio di formazione dell’esercito?
Su base regionale.

Ma sappiamo che in molte regioni ci sono diversi clan. E allora?
Noi facciamo un bando nazionale. Chi ha i requisiti viene accettato. Poi tutte le reclute vengono addestrate assieme.

Fonte: Repubblica.it

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