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Robin Williams e l’importanza dello spirito critico

 

Pensi a Robin Williams, scomparso a sessantatre anni a causa del demone della depressione che lo aveva colpito da qualche tempo e che la scorsa notte lo ha indotto ad impiccarsi, e ti torna subito in mente il professor Keating de “L’attimo fuggente”. Perché quest’attore dallo sguardo penetrante e dai modi garbati ed ironici è stato molto più di una una semplice star del cinema hollywoodiano: se vogliamo, è stato la coscienza critica e anticonformista di un Paese spesso abituato all’ipocrisia e ad un fastidioso conformismo di maniera.

I protagonisti di Williams, invece, erano una ventata d’irriverenza, uno sguardo critico sul mondo e sulla società ma, soprattutto, un invito a guardare il prossimo sotto un’altra prospettiva, scoprendo punti di vista diversi e colpevolmente ignorati, mettendosi nei panni dell’altro e accantonando i miti di una retorica nazionale che negli ultimi anni si è infranta drammaticamente contro la barbarie di guerre insulse e la durezza di una crisi e di una recessione senza precedenti.
Non a caso, recitava spesso la parte di un incompreso, di un uomo in lotta contro l’establishment, i luoghi comuni, la retorica del “politicamente corretto” e, più che mai, contro i loro cantori, i loro interpreti, i loro difensori interessati.
Per noi, come detto, Robin Williams rimarrà per sempre il professor Keating: un docente “sui generis”, contrario ai metodi rigidi e ingessati di un college americano in cui si forma la futura classe dirigente e determinato a far emergere l’anima, la spontaneità e la bellezza interiore di quei ragazzi, infrangendo dogmi e tabu e mandando in soffitta un metodo d’insegnamento schematico e privo di emozioni, vuoto, epidermico, cattedratico fino alla noia e all’insensatezza.
E rimarrà per sempre nei nostri occhi l’immagine di quella classe che si ribella a schemi ingiusti e manifesta, di fronte a un mero burocrate privo di umanità, tutto il proprio desiderio di ricevere un’istruzione che li renda protagonisti, che dia un senso e una prospettiva alla loro passione culturale, che li consideri esseri umani e non semplicemente cavie di un sistema insostenibile.
In conclusione, “L’attimo fuggente”, realizzato negli anni del capitalismo sfrenato e del liberismo imperante, è stato la reazione di un uomo semplice e mite all’esaltazione dell’avidità come valore e punto di riferimento di un’America rampante ma priva d’identità, proprio come i frequentatori di quel college che incarnava tutti i difetti e i punti oscuri di una nazione in guerra con se stessa e perennemente in fuga da quei principi di umanità e rivolta morale contro le ingiustizie senza i quali nessuna società può avere un futuro.
Purtroppo, nonostante una vita intensa e prodiga di successi, gli è mancato proprio quel coraggio di osare e credere in se stesso che aveva saputo trasmettere agli altri ma l’esempio rimane e, oggi più che mai, ne abbiamo bisogno.

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