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La battaglia di Pio La Torre continua

 

“Se si vuole assestare un colpo decisivo alla potenza della mafia occorre debellare il sistema di potere clientelare attraverso lo sviluppo della democrazia”: è solo un passaggio delle importanti conclusioni di Pio La Torre, che si trovano contenute nella relazione di minoranza della Commissione Parlamentare Antimafia, pubblicata nel 1976 e recentemente edita nuovamente con il titolo “L’antimafia dei comunisti” (Istituto Poligrafico Europeo, Palermo 2014).

Sono passati trentadue anni dall’agguato mafioso che costarono la vita al parlamentare e segretario regionale del Partito comunista e al suo fidato collaboratore Rosario Di Salvo. Trentadue anni di storia del nostro Paese che ha visto cadere i suoi uomini migliori nella lunga battaglia contro le mafie e la corruzione. Trentadue anni di storia che hanno segnato le vite di persone e territori indelebilmente. Trentadue anni di lacrime e di speranze. Quelle parole, frutto del lavoro di La Torre e di altri parlamentari della sinistra come Cesare Terranova, rilette ancora oggi, parlando di speranza, perché conservano una straordinaria carica evocativa ed esprimono la tensione morale del politico siciliano nella lotta al cancro che si stava mangiando l’isola e che negli anni a venire avrebbe portato la sua sfida allo Stato con il tritolo di Capaci e via d’Amelio. Soprattutto, quelle parole anticipano la direzione strategica che avrebbe dovuto prendere un’antimafia sociale e civile in grado di reggere la sfida delle cosche: affiancare cioè l’opera repressiva, necessaria ma non sufficiente, delle forze dell’ordine e della magistratura e promuovere il riconoscimento dei diritti fondamentali previsti dalla Carta Costituzionale come fondamentale antidoto alla cultura criminale.

Sono parole che evocano altre parole, quelle contenute nell’ultima intervista del prefetto di Palermo Carlo Alberto dalla Chiesa, rilasciata all’inviato de “La Repubblica”, Giorgio Bocca, alcune settimane prima di essere ucciso anche lui a Palermo: “Ho capito una cosa, molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi certamente pagati dai cittadini non sono altro che i loro elementari diritti. Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla Mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati”.
Non è straordinaria questa consonanza di vedute?

Ed è ancora più straordinaria se si pensa alla profonda diversità della loro esperienza umana e professionale. Le due vite di questi grandi servitori della Repubblica s’incrociano per la prima volta a Corleone, quando hanno a che fare con l’omicidio di Placido Rizzotto, il sindacalista ucciso per il suo sogno di libertà e di lavoro per tutti. Pur con compiti e responsabilità diverse, i due si troveranno a fronteggiare la minaccia dei corleonesi, in rapida ascesa dentro Cosa Nostra proprio a partire da quell’omicidio. E poi negli anni a venire avranno altre occasioni di incontro e di collaborazione.

Fino a quel tragico 1982, quando ci vorranno le loro due uccisioni brutali per far ricordare al Parlamento di avere nei cassetti quel disegno di legge fondamentale per la nuova stagione di contrasto alle mafie.La legge n.646 del 1982, passata alla storia come Legge Rognoni – La Torre, infatti, per essere approvata dovette essere bagnata anche dal sangue del generale, della sposa Emmanuela Setti Carraro e dell’agente di scorta Domenico Russo. Quella legge racchiude intuizioni fondamentali, maturate e testate sul campo da un pugno di uomini dello Stato che si erano misurati con gli insuccessi nel tentativo di reprimere il cancro mafioso: La Torre, Terranova, dalla Chiesa, Chinnici e altri con loro avevano chiara la consapevolezza che servissero nuove norme per aggiornare gli strumenti del diritto nella battaglia contro le cosche.

Pio La Torre, in particolare, figlio di quella terra bellissima ma disgraziata quale è la Sicilia, aveva compreso che la lotta alla mafia era un tutt’uno con la difesa della pace e la promozione dei diritti e che per sconfiggere le cosche si dovesse puntare ai loro patrimoni. Era un comunista dalla punta dei capelli ai piedi Pio La Torre ma amava quella Costituzione che in sé conteneva una direzione di progresso e civiltà, come è descritta nel secondo comma dell’articolo 3: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

E cos’altro era la mafia se non un ostacolo alla partecipazione dei lavoratori alla vita del Paese? Per batterla, allora, era importante che i lavoratori – cioè cittadini pienamente realizzati con lavoro e dignità, cittadini sui quali si fonda la Repubblica – fossero messi nella condizione di poter esercitare i loro diritti in piena libertà e non sotto il condizionamento della criminalità organizzata.

Dopo trentadue anni la lezione di quell’uomo libero che era Pio La Torre è ancora a nostra disposizione.
Dopo trentadue anni la sua battaglia continua su altre gambe, su quelle dei giovani delle cooperative che lavorano i terreni confiscati alle cosche e producono cibi di qualità con il marchio di legalità “Libera Terra”.
Dopo trentadue anni la sua battaglia continua su altre gambe, su quelle del figlio Franco, oggi presidente di FLARE, la rete europea creata da Libera per esportare nel continente le buone prassi dell’antimafia sociale e civile del nostro Paese.

Il 2014 è l’anno in cui è stata approvata dall’Unione Europea la Direttiva che prevede la confisca dei beni provento di reato.
Il 2014 è anche l’anno in cui il Governo Italiano avrà la presidenza della stessa Unione Europea per il prossimo semestre.
Il 2014 potrebbe essere l’anno del recepimento della direttiva da parte della maggioranza degli Stati europei.

Infine, il 2014 potrebbe passare alla storia come l’anno in cui una delle più grandi lezioni di Pio La Torre diventa cultura antimafiosa consolidata: un’antimafia sociale e responsabile è parte della lotta per la democrazia, una battaglia cioè per l’affermazione dei diritti dei singoli e delle collettività nelle quali questi singoli si esprimono.

Avremmo proprio bisogno di un 2014 così, di un anno all’insegna di Pio La Torre.

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