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Sakineh, forse stavolta è davvero finita (bene)

 

Dopo otto anni di carcere, appelli dell’ultim’ora, mobilitazioni, notizie contraddittorie sugli sviluppi giudiziari, forse la vicenda di Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna iraniana colpita da una doppia condanna a morte per adulterio e omicidio, è arrivata a una svolta decisiva. Il 18 marzo Mahamad Javad Larijiani, Segretario generale del Consiglio superiore iraniano per i diritti umani, ha dichiarato che Sakineh aveva ottenuto un provvedimento di clemenza per buona condotta. Il provvedimento sarebbe stato adottato diverse settimane prima, ma la notizia è diventata pubblica solo ieri. Nessuna conferma da parte della famiglia mentre Iran Human Rights sta cercando di capire se la donna abbia ottenuto un permesso temporaneo di uscita dal carcere o sia stata effettivamente graziata.

La vicenda di Sakineh dovrà essere, un giorno, ricostruita una volta per tutte, possibilmente da lei stessa. Ciò che si sa dagli atti giudiziari è che nei suoi confronti vennero emesse, intorno alla metà dello scorso decennio, due condanne: per adulterio durante il matrimonio e per omicidio (del marito, Ebrahim Qaderzadeh). I familiari di quest’ultimo rinunciarono alla qisas (retribuzione) e la condanna venne commutata a 10 anni.

Rispetto alla condanna per adulterio, nel maggio 2006 durante le indagini sull’omicidio del marito, la donna venne accusata di avere avuto “relazioni illecite” con due uomini. Venne condannata a 99 frustate. inflitte in presenza di suo figlio Sajjad. Venne poi accusata anche per “adulterio durante il matrimonio” e il 10 settembre 2006 condannata alla lapidazione, ai sensi dell’articolo 83 del codice penale. Sulla sospensione o sull’annullamento di questa condanna, non c’è mai stata chiarezza, e le stesse autorità iraniane hanno sempre dato più peso alla condanna per omicidio.

Sakineh è diventata rapidamente il simbolo della lotta dell’Occidente contro le violazioni dei diritti umani in Iran. L’esempio perfetto, suo malgrado, di un regime violento, minaccioso e autoritario che opprime le donne. Niente di falso, ovviamente. Ma mentre le sue gigantografie venivano appese ovunque, da Roma a Parigi, tante altre donne in Iran venivano imprigionate, torturate, eliminate. I loro volti, le loro storie, non hanno meritato la stessa attenzione.
Nel 2013 sono state eseguite circa 700 condanne a morte, 30 delle quali nei confronti di donne.

Viva Sakineh, allora, se è davvero libera definitivamente. E pensiamo adesso alle altre. A Bahareh Hadayat, attivista e femminista 33enne condannata nel 2010 a 10 anni per il suo impegno, malata e non curata nel famigerato carcere di Evin. O a Maryam Shafipour, leader studentesca 27enne, condannata il 2 marzo di quest’anno a sette anni di carcere per “propaganda contro il sistema”, “collusione contro la sicurezza nazionale” e appartenenza a un’organizzazione per il diritto allo studio priva del riconoscimento ufficiale.

* Portavoce Amnesty International Italia

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