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La partita che si gioca in queste ore. Caffè del 26

 
“La Battaglia delle province”, Corriere della Sera. “Province, il governo rischia e Renzi pensa alla fiducia”, la Stampa. “Paura Renzi su province e Italico”, il Fatto. “Il governo già traballa” per il Giornale. Mentre per Repubblica è Matteo Renzi che rilancia: con la riforma costituzionale in gestazione “Il premier potrà revocare i ministri”.Vivo questa partita al Senato, la seguo da un osservatorio privilegiato, credo che mi tocchi spiegare un po’ di più e un po’ meglio, se ne sono capace. Ieri la legge Del Rio che trasforma le province, non prevedendo più l’elezione popolare dei consigli e del Presidente, che istituisce le Città Metropolitane, sulla carta dotate di molti poteri ma anch’esse senza amministratori votati direttamente, ieri questa legge ha rischiato lo stop per i malumori diffusi tra i partiti del centro. Governo e maggioranza sono stati battuti due volte in Commissione Affari Costituzionali. In aula, una pregiudiziale di incostituzionalità è stata respinta con soli 4 voti di scarto. È probabile che oggi Renzi debba porre la questione di fiducia per evitare altri e più gravi incidenti. 

Con tutta evidenza il problema sono le riforme di Renzi che è giusto esaminare e giudicare nel loro insieme. Gli obiettivi del Segretario del Pd e Presidente del Consigli mi sembrano questi. Una legge elettorale che consenta a un soggetto politico (o a una coalizione di soggetti) di ottenere un mandato secco e poter esercitare una “dittatura della maggioranza” per l’intera legislatura. Una sola camera che vota la fiducia ed esamina, con procedura accelerata, i provvedimenti del governo. La riduzione del numero dei parlamentari eletti, meno 315. Il ridimensionamento dei poteri legislativi delle Regioni, l’abolizione dei consigli provinciali, l’istituzione di nuove entità amministrative (città metropolitane). La trasformazione del Senato in un’assemblea di sindaci e consiglieri regionali che porti le istanze delle autonomie al vertice dello Stato.

Se tali riforme fossero tutte approvate, ne conseguirebbe una semplificazione brutale della rappresentanza democratica, com’era prevista dalla Costituzione. Si spezzerebbero i lacci e i laccioli che, a suo dire, avrebbero impedito a Berlusconi di governare. Renzi potrebbe vantarsi con Grilllo di aver tosato la Casta, diminuendo la spesa per gli stipendi dei senatori e dei consiglieri provinciali. È condivisibile un progetto siffatto o si tratta di un attentato alla democrazia? Se l’Unione Europea si trasformasse presto in unione politica, in cui sia consentito ai cittadini di partecipare alle scelte fondamentali, la mia risposta è sì, la sfida di Renzi sarebbe da cogliere. Perché la navetta tra camera e senato di ogni provvedimento, l’abuso dei decreti legge, la confusione di competenze legislative tra Regioni e Parlamento, il proliferare di soggetti amministrativi con le relative burocrazie, tutto ciò minaccia la democrazia più della  semplificazione auspicata.

Scrive oggi su Repubblica il costituzionalista Alessandro Pace che questo Parlamento, eletto con una legge ritenuta incostituzionale dalla Corte Suprema, non potrebbe farlo. Il mio valente amico Walter Tocci, sostiene da tempo che non tutte le generazioni, né tutte le legislature, hanno l’ispirazione necessaria, e dunque il diritto, di rimaneggiare la Costituzione. Io però penso che l’Europa proceda su una corda tesa in aria e che il nostro sistema politico statuale debba cambiare in fretta se l’Italia vuol tentare di restare in partita. Perciò sì, a condizione che gli Italiani siano comunque chiamati a pronunciarsi per referendum.

Il punto è un altro. Come trasformare in riforme gli obiettivi indicati? Qui Renzi, per via della fretta e – temo – della sua presunzione, sta combinando parecchi pasticci. La legge elettorale ha due premi di maggioranza, quello al primo turno (per chi raggiunga appena il  37%) favorisce il formarsi di “coalizioni insincere” e resta (come quello del Porcellum) incostituzionale. Le soglie di sbarramento al 4,5, all’8 e al 12 per cento, sono studiate (da Verdini) per costringere tutti i leader dei minori (da Meloni, a Salvini, Alfano, Storace e Casini) a baciare la pantofola di Berlusconi. Le liste bloccate permettono a tre soli soggetti (Berlusconi, Grillo, Renzi) di controllare in modo ferreo i gruppi parlamentari, svuotando l’articolo 67 della Costituzione secondo cui ogni parlamentare “rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Tuttavia basterebbe alzare la soglia del premio al primo turno, portandola al 40 per cento, adottare un solo sbarramento al 4, introdurre la preferenza, per correggere l’Italico. Resterebbe legge ultra maggioritaria, ma decisamente meno a misura di demagogo.

Senato. Intanto è bene che resti il nome. È nostro, osservava ieri Mucchetti, l’hanno inventato gli antichi Romani, oltre un millennio prima dei Parlamenti anglosassoni. E, se solo la Camera voterà la fiducia al governo e approverà le leggi ordinarie, sarà giusto lasciare al senato competenze su leggi di sistema, costituzionali, elettorali, e sulle leggi che riguardano i diritti delle persone. Oltre che affidargli il raccordo tra Stato Centrale e autonomie. Naturalmente un Senato siffatto non può essere composto solo da amministratori locali che chiamati ogni tanto a Roma a fare il doppio lavoro. Meglio che siano eletti almeno 100 senatori, riducendo dello stesso numero i deputati (e dunque la promessa di tagliare il numero delle diarie sarebbe salva). Questi Senatori, potrebbero essere eletti in grandi collegi uninominali, per far prevalere personalità più libere dal vincolo di maggioranza e  più adatte al ruolo di controllo e garanzia del Senato.

Mi fermo qui. Nei prossimi giorni, a uso di chi voglia approfondire, pubblicherò sul blog qualche articolato di legge. Quel che mi preme, come sempre, è la politica! Questa sera Renzi incontra deputati e senatori del suo partito. Venerdì toccherà di nuovo alla Direzione del Pd occuparsi di riforme. È altresì ormai evidente (lo si evince anche dal quasi stop al DL Del Rio) che le due maggioranze messe su da Renzi, quella di governo e quella con Forza Italia per l’Italico, ballano, sono in sofferenza. Dunque sarebbe giusto che in primo luogo i parlamentari del Pd dicessero al segretario e premier: Ok tradurremo in leggi gli obiettivi che poni e faremo presto. Però saremo noi a dire come, a scrivere l’articolato delle leggi, senza imposizioni di partito né patti e ricatti consumati altrove.

Se questo Pd e Parlamento non sapranno o non vorranno dire a Renzi, non faranno alla fine neppure il suo interesse. Fingeranno di aderire sperando di poter sabotare. Faranno chiacchiere per non esporsi e mantenere la poltrona o la corrente o la cordata di cui fan parte. E convinceranno ancora più Italiani che il Parlamento è solo una palude e che bisogna sbarazzarsene al più presto.

Da corradinomineo.it

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