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Non vedo, non sento, non parlo. Caffè del 19

 

Ma com’è, in verità? “Alfano, tre condizioni a Renzi”, come dice Repubblica? E ti immagini Angelino che, ritrovato il quid, sillaba “con noi mai patrimoniale”, “la maggioranza non può cambiare”, “prima la riforma del Senato, dopo la legge elettorale”. Oppure, invece, come scrive il Giornale, “Renzi mette in riga Alfano”, “lo gela e non gli dà garanzie”, mentre “undici senatori di centro destra – quelli contattati da Verdini – sono pronti a dare la fiducia”.  Come che sia, questa trattativa con Alfano (e Verdini che si immischia) mi sembra modesta, modestissima, molto al di sotto della fama del guerriero Achille-piè-veloce, o Aiace-demolition-man, che Matteo Renzi si era conquistata. Anche i nomi degli aspiranti ministri indicano un calo delle aspettative: non si scrive più di Barca o di Reichlin ma di Moretti al ministero del lavoro (quel Moretti delle Ferrovie, ex sindacalista Cgil, che ha lasciato a terra e in braghe di tela i pendolari d’Italia), ai Fassino (davvero, un buon Sindaco e prima bravo funzionario di partito, al ministero del tesoro?), più vari sotto ministri scelti da Letta (Pinotti, Martina) che Renzi promuoverebbe ministri. Basta, chi vivrà saprà.

Scrive Barbara Spinelli. “La cosa straordinaria, e solo in apparenza paradossale, è che la macchina del Pd cresce in potenza, man mano che organizza autodafé e perde i contatti con la società. Già da tempo ha smesso di identificarsi con la sinistra: parola da cui fugge, quasi fosse un fuoco che scotta e incenerisce. Già da tempo non si preoccupa di parlare in nome degli oppressi, degli emarginati, ed è mossa da un solo obiettivo: il potere nello Stato, attraverso lo Stato”. Giudizio spietato sul Pd partito-stato. Barbara Spinelli insiste e cita Ignazi “parte dello Stato anziché controparte; ha un potere che tanto più si dilata al centro, quanto più si sfilaccia il legame con gli iscritti, le periferie, la democrazia locale”. E’ così?  Ho accettato la candidatura al Senato, e mi sono poi iscritto al Pd, perché speravo che questo destino non fosse ineluttabile, perché, come Barca, pensavo che l’essere rimasto il Pd unico partito nazionale offrisse la possibilità di ricostruire un rapporto con le intelligenze e le spinte di cambiamento presenti nelle tante Italie, perché contavo – come Civati – su di una sinistra radicale che non stesse con la testa rivolta all’indietro, verso gli intergruppi degli anni 60. Mi sono sbagliato? Dipende anche dalle risposte che darà Renzi nel fine settimana. Perché, nonostante tutto, c’è un’Italia che guarda a Renzi come la pietra nello stagno, la corda che ci tira fuori dalla palude.

Scrive Nardella, stretto compagno d’armi del Presidente del Consiglio incaricato e –  si dice – futuro sindaco di Firenze: “Penso proprio che non ci saranno scissioni. Il Pd deve dar seguito a una decisione di cui è stato protagonista, senza sacrificare la discussione interna. Anche se la parola partito non mi piace. Forse non abbiamo colto appieno la novità del congresso in cui il partito socialista europeo cambierà il nome, per diventare il partito dei socialisti e dei democratici. Stiamo vivendo un cambio epocale del modo di fare politica. Ci sono nuove forme di partecipazione che non possono essere racchiuse nella forma tradizionale del partito dello scorso secolo. Prendiamo esempio da movimenti emergenti come i 5 Stelle. I tempi sono maturi per chiamarci solo “Democratici”, senza la parola “partito”. Cosa vuol dire? Che il Partito Stato si trasformerà in comitato a sostegno del Segretario Premier, o che si immagina una dialettica tra partito di governo (e compromessi) e la volontà di costruire una sinistra diffusa, con identità e proposte più avanzate?

Intanto noto che le manifestazioni della società e dell’opposizione non sono meno modeste e insincere delle pratiche compromissorie di governo. Abbiamo assistito al ritorno di Grillo a Sanremo: un interminabile comizio contro tutti, senza l’onere della proposta, la messa in scena del disgusto – Grillo – e della disperazione – i due signori che minacciavano di buttarsi – una rappresentazione, alla fine, nello spettacolo. Pensavo, ieri sera, alla tragedia, personale ma vera, di quel lontano 1968, quando Luigi Tenco si era tolto la vita e Dalidà cantava con voce rotta “Ciao, amore”. Sanremo che divora tutto, figurarsi il comizio di Grillo.

A Roma molti artigiani e commercianti che si dicono rovinati dalle tasse e dalla selva di norme e permessi da ottenere. Tutto vero. Ma quanti di loro pagavano le tasse al tempo delle vacche grasse? E quanti dei carrozzieri non scaricano sulle assicurazioni costi “gonfiati” delle riparazioni, con la complicità dei clienti? Meccanici che ottengono un pezzo di ricambio al massimo ribasso e poi lo fanno pagare a prezzo di listino. E perché, dopo la crisi, a New York pagavi al ristorante il 30 per cento in meni, a Roma i prezzi sono rimasti quelli di sempre? Perché viviamo in una società bloccata. Vero. Ma non si toglie il blocco se ognuno tira la coperta dalla sua parte e una “politica”, ruffiana e colpevole, fa come le tre scimmiette: non vede, non sente, non parla.

Da corradinomineo.it

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