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Il calcio, scommesso, che uccide la passione dei tifosi

 

Il gioco del calcio è stato nel corso degli ultimi decenni lo sport che più ha condizionato il ‘fare’ ed il vivere sociale delle nostra cultura. Come ogni cosa dell’uomo, però, anche questa è soggetta ai vizi ed alle virtù del nostro animo. Non dovrebbe esser così in quanto lo sport, tutto, dovrebbe veicolare valori positivi ed aiutare, sia chi lo pratica che chi lo guarda, a vivere in maniera più civile all’interno di una data società. Tralasciando queste riflessioni utopiche per tornare a parlare della realtà, possiamo notare come il calcio sia in realtà uno strumento in grado di veicolare, nel nostro paese in particolar modo, valori (non sempre positivi), ideali e malcostumi.

Più volte negli ultimi mesi si è parlato, fra le righe di numerosi articoli nostrani, dell’importanza del dover tenere lontano dagli stadi il razzismo, intenso come la più bassa delle forme di disprezzo verso un membro della propria specie. Ma i malanni che affliggono il nostro calcio sono anche altri. Proprio quest’oggi sono state arrestate quattro persone, l’accusa? In una parola ‘calcioscommesse’.

Un fenomeno che non ci è nuovo, ricordate il 2006? Fra gli indagati compaiono anche due nomi di grande rilievo e spessore, Gennaro Gattuso e Cristian Brocchi.
Al gruppo sotto inchiesta viene contestata, a partire dal 2009, la manipolazione di 90 gare, tra serie A, B e Lega Pro, di queste circa 30 sono quelle di serie A che coinvolgono squadre dello spessore di Juve, Milan ed Inter.

Come comportarsi, da tifosi e cittadini, davanti a questi fatti? Bisognerebbe ricordare giustappunto il giusto valore da delegare ad uno sport come il calcio. Sport che da una parte, come ricorda José Ortega y Gasset, è importante in quanto “la cultura non è figlia del lavoro ma dello sport”, ma che dell’altra non dovrebbe occupare così tanto ‘passivo spazio’ nelle nostre vite.

Il problema del nostro paese sta proprio nella sbagliata concezione che abbiamo del calcio e dello sport in generale. Tutti ne parlano, ne sono esperti e sentenziatori, ma pochi, pochissimi lo praticano veramente e sanno apprezzare il vero significato della fatica che deriva da uno sforzo fisico effettuato nel contesto del gioco con l’altro. È in quel momento che l’uomo cresce e matura, non di certo nelle ore passate a parlare, spesso a sproposito, fin nel minimo dettaglio delle azioni dubbie di una partita.

Politico diventa così l’aggettivo più idoneo per definire il nostro calcio. L’Italia è una nazione dove il calcio è poco praticato ma altamente politico e politicizzato. Non c’è da meravigliarsi allora se questo non riesce a svolgere la sua funzione principale: quella di educare. Perché il nostro calcio è maleducato, così come la nostra politica, ed ha dimenticato che la passione non è annientamento dell’avversario o ricerca di vane glorie, come quelle economiche derivate dalla vendita di una partita, ma è condivisione attiva della medesima emozione positiva che si nutre per un qualcosa.

Il calcio è malato? Ripartiamo dall’educazione. Parliamo dello sport giocato dagli altri solo nel week-end, durante la settimana proviamo anche a praticarlo.

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