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Siria: tra dovere morale e complessità

 

C’è qualcosa che accade alle porte dell’Europa. Proprio ai confini del nostro continente. E’ difficile per tutti noi immaginare cosa sia accaduto in Siria da due anni e mezzo a questa parte. Ma non dovrebbe essere difficile immaginare come avremmo reagito noi davanti alla solitudine in cui ci fossimo in ipotesi trovati davanti a qualcuno che per impedirci di dire la nostra, pacificamente, uccidesse i nostri parenti più stretti; genitori, sposi, figli…Avremmo reagito così come oggi ci sembra naturale agire? Oggi dunque, con responsabilità e raziocinio, bisogna avere il coraggio di porsi una domanda: esistono in politica i doveri morali? Lasciamo stare i gas, sui quali sembra si stia trovando un accordo, Assad li consegnerà all’Onu (ora lo chiede anche Mosca)… Dunque alzare la voce qualche volta serve. Ma finisce qui il problema? In Siria ci sono 4milioni di rifugiati interni, 2 milioni di profughi all’estero, un numero di morti che oscilla tra i 100 e 200mila: un fatto che precedenti solo nel tremendo Novecento. Che si fa? Bisogna essere consapevoli che ci sono tre risposte, tutte e tre rischiose: la prima è affermare che davanti a una simile complessità non ci sono “doveri morali”: bene, bisogna dirlo con chiarezza, e sapere che il via libera alla sistematica eliminazione dell’altro, alle porte d’Europa, non sbarrerà certo la strada ad altre azioni del genere. Ci piace? E’ uno scenario accettabile?

La seconda risposta è reagire con estrema fermezza: qui si può dire che rispondendo alle nostre coscienze si potrebbero rischiare non pochi colpi di rinculo: reazioni forse improbabili ma sempre possibili di chi, come Assad, Iran e Hezbollah si sentisse messo alle corde, in pericolo di soccombere, per sempre. E’ un rischio che non si può non considerare.
La terza opzione è quella di un’azione mirata, limitata, utile ad aprire le porte ad un negoziato russo-americano. Da tempo sosteniamo che la Siria è diventata un ring dove si combatte una battaglia regionale, sulla pelle dei siriani. E’ anche chiaro però che davanti all’efferatezza di Assad e alle sue conseguenze, la diffusione di forze estremiste tra i suoi avversari, lo sbocco del negoziato è uno solo, la partizione della Siria, con un’area costiera, quella dove vivono gli alawiti, e regioni limitrofe, lasciate all’attuale regime, e il resto del paese agli insorti, curdi e sunniti. Sarebbe la soluzione “tedesca”, con Damasco forse divisa come fu divisa Berlino, che prolungherebbe la guerra fredda. Nell’attesa di un futuro di pace questa sarebbe una soluzione di non guerra.

A noi piace l’idea che è emersa da alcuni spunti diplomatici: un attacco mirato a fermare il genocidio e ad avviare un negoziato tra tutte le componenti della società siriana, cioè le comunità etniche e religiose, che con l’ausilio della comunità internazionale intraprendano un cammino simile a quello che ha condotto il Libano (nonostante la Siria di Assad padre) fuori dalla guerra civile: cioè una democrazia comunitaria nella quale i diritti vanno agli individui e le garanzie alle comunità.  Ma questo esito, attento al benessere di tutti, dagli alawiti ai cristiani ai sunniti ai curdi, non può che prescindere dalla presenza al tavolo dell’attuale presidente siriano: magari i suoi uomini sì, ma lui no.

Consapevole di questo rischio il presidente sta usando tutte le armi che ha al suo arco. E non sono solo armi da fuoco: l’idea “luciferina” di “avvelenare” la rivoluzione con al-Qaida, foraggiata dal regime ai tempi della guerra d’Iraq, dovrebbe far riflettere su quante armi sofisticate ci siano nel suo arsenale, compresi i tanti, anche contrapposti, antisemitismi che ha radunato attorno a sé.
Ora però aggiungiamo un’ultima domanda: perché per due anni non si è parlato di Siria? Perché la voglia di pace è emersa in noi italiani non mentre si moriva ma solo quando si è paventato l’intervento americano? Perché? E se quell’intervento non fosse stato paventato oggi la consegna almeno delle armi chimiche sarebbe più vicina? Chiediamocelo, per favore.

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