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Le mafie e il passato italico

 

La piccola storia di Consolato Minniti, caposervizio a Reggio Calabria del quotidiano regionale L’ora della Calabria, meriterebbe un pò più di attenzione di quella, scarsissima o meglio nulla, che le hanno dedicato i media del pianeta ItaliaNon ci vuole molto spazio per riassumere i fatti. Giovedì 12 settembre, dieci giorni fa, Minniti pubblicava un articolo fondato sulla lettura di due verbali della Direzione Nazionale Antimafia (dilaniata a quanto pare in questo periodo – come è noto ai lettori più attenti – che ha condotto alla rimessione delle deleghe del giudice Donadio da parte del procuratore nazionale Roberti per i dissensi scoppiati all’interno dell’organismo  nelle ultime settimane) che conteneva alcuni particolari sulle stragi del 92-93 con riferimenti alla presenza di uomini della ‘ndrangheta in quei tragici eventi.

Ora, su quegli avvenimenti sono usciti l’anno scorso alcuni libri di diverso valore e chi scrive è più volte intervenuto per precisare problemi e particolari che ancora non sono chiari ma tutto questo, come i libri a cui mi riferisco e in particolare al migliore tra essi (che è, a mio avviso, Processo allo Stato di M.Torrealta e G.Mottola uscito nella Biblioteca Universale Rizzoli, non hanno mai suscitato – per quanto so – polemiche o iniziative della polizia come quella presa nei confronti del giornalista calabrese). La sera del 12 dicembre la polizia di Reggio arrivava nella redazione de L’ora della Calabria e chiedeva al giornalista di svuotare borselli e tasche dei pantaloni ma soprattutto di smontare il computer di redazione estendendo la perquisizione all’abitazione del giornalista e a quella dei suoi genitori. Il giornalista chiariva che molti altri hanno appreso i particolari sulle stragi raccontati dal giudice Donadio durante una conferenza stampa e pubblicati nello stesso giorno anche dal quotidiano economico Il Soleventiquattrore. Alla luce di quel che è successo – mi dispiace dirlo ma mi sembra proprio così – l’azione contro il giornalista con le modalità raccontate si spiega soltanto con l’atteggiamento che le forze dell’ordine hanno tenuto complessivamente nei confronti delle persone raggiunte da un ordine di indagini della magistratura per la maggior parte dei decenni seguiti all’unificazione nazionale del nostro paese: in tutto il periodo liberale, in quello fascista e ancora in quello repubblicano almeno fino agli sessanta e settanta in cui l’Italia dovette subire gli assalti del terrorismo. Di qui la tendenza di non tutti ma di gran parte dei dirigenti della Pubblica Sicurezza a continuare allo stesso modo soprattutto di fronte a piccoli giornali percepiti magari come fogli di opposizione al governo attuale. Certo, tutto questo è in grave contrasto con i principi della costituzione repubblicana, lo sappiamo. Ma possiamo dire che la costituzione ha informato e tuttora informa i comportamenti degli apparati repressivi? Penso, per fare soltanto un  esempio, alla situazione drammatica delle nostre carceri a cui nessuno ha provveduto finora. La cronaca quotidiana mostra che non è così e che conta assai di più il passato autoritario e di eccessivo distacco tra chi governa e chi è semplicemente un cittadino che lo spirito e la lettera della nostra carta fondamentale. E che proprio questo nostro passato spiega vicende come quella del giornalista calabrese di cui abbiamo parlato finora.  

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