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La scelta di Dario. Il 3 settembre prima di cena.

 

La scelta di Dario (Franceschini) è il segno della resa del vecchio apparato a Matteo (Renzi). Non che ci fosse alternativa. Bersani, Letta, Franceschini, Epifani. Fioroni, Zanda, Speranza, non hanno saputo spiegare come dal mantra del “rinnovamento” si sia passati alla minestra da mangiare con Silvio. Non hanno chiarito chi siano stati e cosa volessero i 101 traditori, anzi hanno tentato di giustificate gli accoltellatori di Prodi mettendoli sullo stesso piano di chi (io, per esempio) non ha votato, dicendolo, per Marini. Infine non hanno saputo dare al partito una prospettiva, indicare un “dopo”. Dopo Berlusconi, dopo l’aborto delle larghe intese, dopo la crisi del neo liberismo.

Così, oggi più di ieri, sono i vecchi volontari comunisti delle feste, un tempo dell’Unità, ad accogliere Renzi. Più di altri “democratici”, quelli che vestono l’abito buono, corteggiano il potere, si riempiono la bocca con “il fare” e capiscono, anche se non condividono, le ragioni del condannato. Quelli si trovano meglio con Boccia e la sua sposa. E tuttavia la scelta di Dario un prezzo ce l’ha. Innanzitutto per Renzi, il quale per mostrarsi “unitario”, e quindi degno dell’investitura, dovrebbe, secondo Franceschini, accettare di dividere il potere con l’altro console, con il gemello che sta al governo, Enrico Letta. E poi il prezzo è che questa conversione avviene nel vuoto del dibattito politico, perciò puzza di trasformismo. Tende a ridurre il sindaco di Firenze in un brand, una tecnica di marketing, che abbia dietro l’immagine nulla o molto poco. Così le cordate (dette correnti) resteranno libere di far cordata, gli amministratori rimarranno feudatari dei loro territori, i funzionari continueranno a difendere la vecchia ditta da idee nuove e pericolose.

Se il consolato dovesse durare fino al 2015 (cosa non impossibile, vista la paura di votare che si coglie nell’aria), Renzi apparirebbe vecchio a 40 anni. Vedremo come reagirà al successo che è, a volte, più insidioso di una sconfitta. Intanto c’è chi non si rassegna a un congresso che si apra e si chiuda con la scelta di Matteo, come fu per Walter qualche anno fa. Cita Kant, il giovane Civati, e con un tweet “Il cielo stellato sopra di me”, si mette a caccia di un altro pianeta, quello dei giovani (ma anche no) che ripudiano il Pd come partito del potere, un Moloch a cui dare l’anima per avere in cambio di un posto al sole,dove contano le stellette che guadagni non le idee che sostieni.

Anche Gianni Cuperlo, che oggi compie 52 anni – auguri! -, non rinuncia alla sua bella analisi del neoliberismo e del ventennio berlusconiano. Per lui il problema non è tanto vincere, con Renzi, ma per che cosa vincere, con quale prospettiva per la sinistra che verrà in Italia e in Europa. Oggi si è incontrato con Fassina, ministro che critica il compromesso sull’IMU ma non rassegna le dimissioni da leader di “Fare Pd”. Oggi Zoggia, fino a ieri stretto collaboratore di Bersani e oggi capo dell’organizzazione del Pd, fa intendere che per “loro” Cuperlo sarebbe un ottimo segretario.  Mi chiedo se Bersani, Zoggia, Fassina abbiano letto il documento di Gianni. Perché se sì, e se le parole avessero ancora un senso, dovrebbero dire a Napolitano che le larghe intese sono una prospettiva politicamente non sostenibile e a Letta che non si  può costruire una sinistra in Europa senza contestare, con educazione e coraggio, le linee di politica economica della Cancelliera Merkel. Cosa che il Governo si è, fin qui, ben guardato dal fare.

Insomma Gianni Cuperlo, non corre pericoli troppo diversi da quelli di Matteo, Renzi. Entrambi rischiano di essere risucchiati in un gorgo plebiscitario, costretti ad alleanze insincere, macchiati da adesioni trasformiste che li condizioneranno, che ne tarperanno lo slancio come una zavorra nello zaino E io? Mi batterò perché, nel congresso del Pd e in Parlamento, si discuta finalmente di politica. La politica non è una cosa di cui vergognarsi, né il mestiere di una casta, no, per me è l’arte di trovare proposte che conseguono da un’analisi. La buona politica deve proporsi oggi ricostruire un’intesa sentimentale tra istituzioni e cittadini. Non inseguendo, da opportunisti, ogni protesta, ma spiegando ogni propria scelta, difendendola e discutendone. Resterò isolato? Irrilevante tra post democristiani che corrono da Renzi (magari aspettando Letta) e post comunisti che (per salvare la ditta, cioè l’apparato, il potere degli amministratori e dei parlamentari) corrono ad abbracciare Gianni Cuperlo? Vedremo.

Intanto tutti, Enrico, Matteo e Gianni, dovranno fare i conti con il ricatto di Silvio. I margini per continuare a tenere in piedi il papocchio delle larghe intese si riducono ogni giorno per l’ostinazione di un vecchio mentitore che non vuole uscire dalla porta di servizio. E sfida il Pd. Qual è la realtà vera? È la vostra, che parlate di lavoro ma senza convinzione, di Europa senza entusiasmo, di corruzione pur sedendovi ogni tanto a quel tavolo? O la realtà è quella che mi conviene, e cioè che non ho cambiato l’Italia non perché io abbia fallito, ma per colpa vostra e della Costituzione del 48, perché perseguitato da una giustizia ingiusta che non capisce come i peccati di chi ha il sostegno di milioni di elettori non possano essere giudicati come quelli di un privato cittadino? C’è una politica dietro questa follia, e non c’è più spazio per l’ipocrisia di chi vorrebbe ma non può salvarlo per via della  legge.

Infine Beppe Grillo. Il grande rivoluzionario è ormai il più tenace sostenitore del governo Letta, il più scalmanato tifoso dell’alleanza Pd-PDL, l’adoratore più convinto delle larghe intese. Tutto per non dover scegliere, tutto per poter restare solo all’opposizione, e nascondere, così, inconsistenza delle idee e debolezza del carattere. Che delusione. Prepara un vaffa,  ma questa volta potrebbe essere un boomerang. Vaffa tu, che continui a ululare alla luna.

Da corradinomineo.it

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