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Il messaggio di Napolitano e la coscienza del PD

 

Non sempre, specie negli ultimi mesi, abbiamo condiviso le scelte del Capo dello Stato né, come sapete, ci ha fatto piacere la sua riconferma in seguito al disastro cui è andato incontro il Partito Democratico nei drammatici giorni in cui avrebbe dovuto eleggere il suo successore. Tuttavia, nessuno può negare che, soprattutto nell’asfittico panorama politico dell’Italia contemporanea, si tratti di un gigante delle nostre istituzioni, di un uomo da sempre capace di guardare al futuro, di immaginarlo, di costruirlo e, cosa assai rara di questi tempi, di infondere coraggio ai giovani, di valorizzarli, di mostrarsi sempre e comunque al loro fianco e di invitarli a impegnarsi attivamente per il bene comune.
Non a caso, intervistata da “La Stampa” a poche ore dalla nomina a senatrice a vita, Elena Cattaneo ha dichiarato: “Il Presidente mi ha detto che ha scelto noi perché ritiene che nella scienza e nell’arte, nella musica soprattutto, vede un forte segnale di incoraggiamento verso le nuove generazioni che devono continuare a cercare e costruire. Devono impegnarsi, come mi ha detto il Presidente, per il miglioramento della nostra società”. Il che, in qualunque altro paese europeo, chiunque sia al governo, sarebbe assolutamente naturale, direi quasi scontato, ma non qui, non in un’Italia sfibrata da vent’anni di berlusconismo, non in una nazione che ha avuto ministri secondo cui “con la cultura non si mangia” e parlamentari secondo cui il CNR e gli istituti di ricerca sono “enti inutili e improduttivi” o, peggio ancora, “spese superflue da tagliare”.
Ciò che non è normale, e sarebbe ora che anche i commentatori lo mettessero in risalto, è che, ancora una volta, il presidente Napolitano è stato costretto ad esercitare una sorta di supplenza nei confronti di un governo paralizzato dall’eccessiva eterogeneità e dai troppi veti posti da un PDL oramai intento ad occuparsi unicamente dei problemi giudiziari del proprio capo, di un Parlamento tanto giovane, femminile e rinnovato quanto, purtroppo, privo della grinta e dell’autorevolezza necessaria per riaffermare la propria centralità e di forze politiche la cui impopolarità, il cui scarso radicamento territoriale e la cui mancanza di ideologie, visioni, punti di riferimento, proposte e idee concrete e realizzabili ha animato, negli ultimi anni, una vasta letteratura.
Ci troviamo, dunque, ad applaudire e dire nuovamente grazie a un Presidente che, nel corso dei suoi due mandati, ha mantenuto alta la bandiera dell’Italia nel mondo, preservando la nostra dignità, la nostra credibilità e la nostra storia dagli attacchi di governanti inetti, dai risolini di scherno della comunità internazionale e dal declino in cui il crollo dell’economia e dei consumi rischia tuttora di trascinare inesorabilmente anche la cultura.
Claudio Abbado, Elena Cattaneo, Renzo Piano e Carlo Rubbia, nominati venerdì scorso senatori a vita, rappresentano infatti il volto dell’Italia migliore: l’Italia che resiste alla crisi, l’Italia che crede nella cultura e nel sapere, l’Italia che considera la cultura e il sapere due straordinari strumenti non solo di conoscenza ma anche di rilancio dell’economia e di ripresa morale della società che, come è noto a tutti coloro che hanno un minimo di buonsenso, è un punto oramai ineludibile e non meno importante dell’aumento del PIL o dell’abbassamento di una pressione fiscale fattasi sinceramente insostenibile.
E costituiscono un bel messaggio non solo per il centrodestra, che per voce dei suoi esponenti peggiori non ha perso occasione di dimostrare scarso rispetto per la cultura e per le istituzioni, quanto, più che mai, per il Partito Democratico e per il centrosinistra che ora sono chiamati a un radicale ricambio, effettivo e non solo di facciata, della propria classe dirigente: un ricambio in grado di convincere i milioni di elettori che, delusi e amareggiati da vent’anni di errori, a febbraio si sono rifugiati nel voto di protesta al Movimento 5 Stelle; un ricambio in grado di dimostrare che politica e società civile possono prendersi per mano; un ricambio in grado di far entrare anche nel partito quella ventata d’aria fresca che Napolitano ha immesso nelle istituzioni.
Una prima prova la avremo già nelle prossime settimane, quando proprio il Senato, prima in Giunta e poi in Aula, sarà chiamato a pronunciarsi in merito alla decadenza di Berlusconi da senatore. Anche per questo i falchi e le pitonesse più accanite sono furibonde con Napolitano: perché sanno che la presenza di persone come Rubbia o Abbado costituisce un esempio di correttezza e massimo rispetto per l’imprescindibile princìpio democratico della divisione dei poteri. In poche parole, potrebbero fare scuola, indicando al PD e a tutti coloro che intendono archiviare questi quattro lustri di continuo degrado una strada diversa, interrogando le loro coscienze e chiamando in causa la loro dignità, con comportamenti degni di un rappresentante delle istituzioni indisponibile a chinare la testa di fronte a qualsiasi ricatto.
Forse è questo l’ultimo regalo che ci ha voluto fare Napolitano: quello di ricordarci che non ha senso fare politica se non si persegue, come primo obiettivo, la costruzione di un avvenire migliore per l’intera comunità.

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