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Il Sangue di Del Bono non mette all’indice la Rai

 

Conosco personalmente Pippo Delbono. Lo stimo come artista, come uomo libero e democratico e come persona per bene. Sono, con assoluta convinzione, uno dei suoi produttori teatrali.

Non conosco personalmente il giudice Caselli. Lo stimo come uomo libero e democratico, come persona per bene.

Non conosco personalmente il senatore Gasparri. Ho opinioni differenti dalle sue, ma da cattolico liberale come mi definisco, rispetto con sincerità le sue idee.

Il ferragosto, oltre al Palio dell’Assunta, alle scarse vacanze degli italiani sempre più poveri, al disastro umano e politico del caro Egitto, ha improvvisamente unito quelle tre persone. Forse non si sono mai incontrate e magari il giudice Caselli e il senatore Gasparri non hanno mai visto un’opera teatrale o cinematografica di Pippo Delbono. E’ scoppiata una polemica dai contorni che mi paiono un po’ confusi a proposito dell’ultimo film di Pippo Delbono, “Sangue”, in concorso a Locarno, e nel quale c’è una piccola partecipazione della Rai attraverso la sua controllata Rai Cinema.

Chi conosce Pippo Delbono sa del suo adorato rapporto con la madre che non molto tempo fa è scomparsa a causa di una cosiddetta malattia incurabile. In quell’occasione, per comunicarmi la triste notizia, Pippo mi mandò un sms delicato e profondo. “Sangue” percorre con la fantasia e la naturalezza artistica che sono il suo patrimonio, il dolore per la perdita della madre che lui documenta un una sorta d’implacabile “cinema-verità”. Non percorre questa via per esorcizzare il proprio dolore, ma per costruire un dialogo intenso con la propria interiorità e parlare coraggiosamente a se stesso e agli altri della morte.

Tutti abbiamo paura di quella falce, e cerchiamo delle soluzioni: chi aggrappandosi alle religioni; chi alla natura; chi al cosmo; chi al nulla.

Qualcuno ha scritto che la morte è inutile, priva d’immaginazione, di tutti e di tutto golosa. Credo che sia questa la direzione più intima di “Sangue”.

La polemica, con gli interventi del giudice Caselli e del senatore Gasparri, è esplosa perché nel film appare Giovanni Senzani, uno dei capi brigatisti definito tra i più feroci. Personalmente considero l’aggettivo feroce del tutto pleonastico, perché la ferocia era parte integrante dei loro atti e dunque chi gambizzava, uccideva, sequestrava persone innocenti in nome di un’astratta e disumana ideologia era innegabilmente feroce. Andiamo oltre. Senzani, che Pippo Delbono ha conosciuto per caso, nel film racconta in prima persona il proprio rapporto con la morte, la scomparsa della moglie colpita da tumore, la cui agonia coincide con quella della madre di Delbono. E anche i propri crimini, come l’assassinio dopo varie settimane di prigionia e di torture, di Roberto Peci, il cui unico delitto era essere fratello di Patrizio Peci. E’ proprio sulla presenza nel film di Senzani che interviene il giudice Caselli con una serie di motivazioni giuste e incontrovertibili. Mentre per il senatore Gasparri il Servizio Pubblico, che vive con il denaro dei contribuenti, non dovrebbe dare la parola a criminali tipo Senzani.

Partiamo dal senatore Gasparri. Secondo la definizione del mitico direttore della BBC Reith il Servizio pubblico è composto da un 33% d’intrattenimento, un 33% di cultura e un 33% d’informazione. Il dibattito su quel 33% che riguarda l’informazione è aperto secondo me. Propongo un esempio recentissimo: si devono far vedere o no le stragi in Egitto? Qual è il compito del Servizio Pubblico? E’ pensabile che non farle vedere sarebbe meglio che farle vedere? Io credo di no. Come credo che in un film come quello di Delbono, che racconta fatti reali, la possibilità di mostrare Senzani libero dopo trent’anni di galera e di sentirlo parlare della morte, sia molto più istruttivo che ignorarlo. Le verità, anche le peggiori, vanno affrontate, perché così il cittadino cresca, sia trattato da adulto e non da bambino come nei regimi totalitari.

Il Servizio Pubblico è uno dei fondamenti della democrazia ed è suo compito precipuo dare voce anche ai Senzani, ma senza indulgere in falsi perdonismi. E dunque non capisco perché la Rai che si è mossa da vero Servizio Pubblico, debba essere messa all’indice.

Per quel che riguarda il giudice Caselli, il discorso mi pare più complesso, perché Caselli che conobbe bene Senzani lo considera un essere dagli scarsi sentimenti e dalla rigida e folle dottrina. Non dubito che il giudice Caselli abbia motivazioni che nascono dalla sua profonda onestà di un uomo di legge che ha fatto sempre il proprio dovere, spesso a rischio della vita. Quello che continuo a non capire è perché Senzani non possa partecipare a un film che gode di un piccolo contributo di denaro pubblico. Sono convinto che proprio il Servizio Pubblico, in questa occasione, ha dato una buona prova di sé, perché ha mostrato faccia, espressione e parole di chi ha pensato di far saltare la Repubblica con la lotta armata. Vederlo sofferente, dopo la lunga detenzione, offre più sicurezza alla democrazia e non il contrario. Lo considero un esempio virtuoso e dunque credo che la Rai abbia fato bene a spendere qualche migliaio di euro per partecipare al finanziamento di “Sangue”.

Il male non si sconfigge ignorandolo, perché in quel modo, nel silenzio, può crescere forte e rigoglioso. Il male va guardato negli occhi facendo sì che quegli occhi si vergognino e si chiudano.

*da l’Unità

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