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Egitto, giornalisti sempre più a rischio

 

Per i giornalisti lavorare in Egitto in queste ore diventa sempre più difficile e pericoloso. Il 14 agosto scorso quattro operatori dell’informazione sono stati uccisi. A cadere sul campo un cameraman di 61 anni di Skynews, giornalista di grande esperienza, un collega egiziano e due croniste tra cui la giovane Habiba, 26 anni, precaria in un quotidiano della capitale. Habiba era anche figlia di un importante esponente dei Fratelli Musulmani. Ieri paura per 4 colleghi italiani: l’inviata di Radio Rai Maria Gianniti ed il tecnico del suono Sergio Ciani, l’inviata dei Tg Mediaset Gabriella Simoni ed il cameraman Arturo Scotti. Tutti fermati e trattenuti per alcune ore dalle forze dell’ordine e poi rilasciati. Il rischio è dietro l’angolo in questa “guerra” civile senza fronti. A sparare possono essere i cecchini filogovernativi vicini al generale al-Sisi , i rabbiosi Fratelli Musulmani o anche bande di criminali comuni che approfittano del caos per rubare, regolare conti, seminare caos. Difficile capire che cosa accade in queste fasi concitate. Se poi ad assicurare l’informazione sono le donne i rischi aumentano. Alcune colleghe che seguivano i primi moti della primavera egiziana sono state violentate dalla folla in strada, sotto gli occhi di tutti, senza che nessuno muovesse un dito. Ed anche le autorità locali non vanno tanto per il sottile. Andrea De Georgio, un giovane e appassionato giornalista freelance milanese che ho conosciuto a gennaio in Mali, mi ha raccontato del suo arresto insieme a due colleghi, tra cui una ragazza. Furono fermati lo scorso anno ed accusati di aver bruciato con una bottiglia molotov alcune palme lungo le strade del Cairo. In realtà erano stati individuati e seguiti per giorni dai servizi di sicurezza perché con le loro telecamere avevano filmato le violenze della polizia e raccolte importanti testimonianze. Con queste accuse gravi e fantasiose furono tenuti prigionieri insieme ai detenuti comuni per alcuni giorni. I tre freelance rischiarono di essere violentati: a turno restavano svegli di notte per lanciare l’allarme in caso di necessità e non andò meglio neanche alla ragazza. A tirali fuori furono i diplomatici della nostra ambasciata che riuscirono ad imbarcarli su un aereo e rimpatriarli. Andrea (che fino a quel momento non aveva mai fumato una sigaretta in vita sua) cominciò a fumare per vincere la tensione e non ha più smesso.
Il sindacato dei giornalisti egiziano e gli organismi internazionali di categoria chiedono il ripristino di regole ormai costantemente violate. Sarà difficile in questa esplosiva situazione ma diciamo grazie alle nostre colleghe ed ai nostri colleghi per quello che stanno facendo.

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