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Mori e il fatto che non c’è. 21 anni fa veniva ucciso Borsellino

 

L’estate di questo strano 2013 ha portato la prima sentenza sul 1992, anno che tutti ricordiamo per le stragi di Capaci e di via d’Amelio e che sarà seguita nell’autunno con ogni probabilità dal processo centrale sulle trattative tra mafia e Stato che vede alla sbarra (o comunque imputati) accanto ai capi mafia detenuti (tra i quali Riina,Brusca e Bagarella), due politici importanti come l’ex presidente del Senato Nicola Mancino, l’ex ministro per il Mezzogiorno Calogero Mancino e gli ufficiali del Ros Carabinieri Mori e Obinu assolti ieri perché il fatto non sussiste. Ossia perché la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano nel giugno 2006 a Mezzojuso è avvenuta senza che ci fosse da parte loro un dolo, cioè la commissione di un reato di favoreggiamento nei confronti del capomafia latitante. Non è la prima sentenza del genere nei confronti di Mori che venne assolto all’indomani della cattura di Salvatore Riina quando fu imputato di analogo reato per la mancata perquisizione del covo del boss, ordinato dalla procura palermitana subito dopo l’arresto avvenuto a Palermo il 15 gennaio 1993. Anche qui i giudici si trovavano di fronte a un fatto sicuramente avvenuto e imputato proprio al Ros dei Carabinieri (in particolare a Mori e a De Caprio, il mitico comandante Ultimo) competenti per l’azione da compiere e decisero di assolvere gli imputati. La sentenza di Palermo dichiara con ciò inattendibili la testimonianza del colonnello Riccio dei Carabinieri di Palermo e del pentito Massimo Ilardo assassinato a sua volta nel 1996 dai mafiosi siciliani e non spiega chi siano i colpevoli di quella mancata cattura come della mancata perquisizione di tre anni prima. Insomma aumentano le tenebre che sicuramente alcuni uomini e alcuni pezzi dello Stato e della politica hanno interesse a mantenere sulle trattative del 92-93. Perché è difficile, per non dire impossibile, che quelle trattative non ci siano state. Ricordo io stesso di aver scritto più di un editoriale nella seconda metà degli anni novanta sull’Unità diretto allora da Concita de Gregorio che dicevano apertamente come le trattative ci fossero state e lo dimostrava la revoca di oltre trecento misure di 41 bis da parte del ministero in carica allora. Ma a mano a mano che gli anni sono passati e le associazioni mafiose – piuttosto che afflosciarsi e diventare più deboli, sono diventate invece più forti e prospere, con il ritorno della destra al potere e poi del governo tecnico – quelle trattative sono diventate sempre più difficili da accettare da parte delle nostre classi dirigenti. Così oggi mentre il nostro parlamento sembra avere qualche difficoltà a istituire una nuova commissione di inchiesta sulle mafie, come pure chiedono tutte le associazioni culturali che si occupano di questi problemi (a cominciare dall’associazione “Pio La Torre” che ha scritto in questi giorni ai presidenti delle Camere per sollecitare l’iniziativa), incominciano a diffondersi anche nelle aule giudiziarie i dubbi sul recente passato e su quelle trattative proprio mentre tutto quello che succede oggi in Italia e nel mondo dovrebbe condurci a guardare con grande attenzione alle pagine oscure ma significative del rapporto tra mafia e politica. Ma la giornata di oggi diciannove luglio 2013 è dedicata alla memoria di Paolo Borsellino e dei cinque agenti di scorta che morirono con lui in quell’assolato pomeriggio palermitano di fronte alla casa di sua madre in via D’Amelio per una bomba di centinaia di chili di tritolo di cui fu imbottita l’auto centoventisei Fiat posta di fronte all’abitazione cui il giudice siciliano era diretto. Le interviste che tre giornali (Il Corriere della Sera, l’Unità e Il fatto quotidiano hanno fatto rispettivamente al procuratore aggiunto di Palermo Vittorio Teresi,all’ex senatore Giuseppe Lumia e al procuratore di Palermo Sergio Lari) non hanno aggiunto notizie importanti al complesso dei fatti che sono oggetto del processo in corso sulla trattativa tra mafia e Stato né alla spiegazione delle ragioni che hanno condotto ieri i giudici di Palermo ad assolvere gli ufficiali dei carabinieri Mori e Obinu. L’unico grande quotidiano che ha dimenticato del tutto l’avvenimento è – mi dispiace doverlo ricordare – la Repubblica di Ezio Mauro, occupata a tempo pieno a celebrare il governo delle “larghe intese” PD-PDL di Enrico Letta, sostenuto a corpo morto dal presidente della repubblica, Giorgio Napolitano. La verità dei fatti, per chi si è dedicato con i suoi studi al fenomeno mafioso, è che ancora grandi ombre pesano sui rapporti tra mafia e politica nella storia d’Italia. Non nel senso che quei rapporti non ci siano stati, o che non abbiano riguardato problemi importanti del nostro passato come, con ogni probabilità, del nostro presente ma piuttosto nel senso che non siano stati così importanti e decisivi da condurre a modificare comportamenti rilevanti degli organi istituzionali, politici o giurisdizionali, e favorire la battaglia delle associazioni mafiose da sempre attive nella conquista di un potere sempre maggiore nella nostra società. C’è una difficoltà da superare che giudici come Falcone e Borsellino siano stati eliminati perché percepiti come ostacoli in una guerra senza quartiere contro Cosa Nostra, che altri giudici (come Livatino, Scopelliti, Saitta o Terranova e Bruno Caccia a Torino) o ancora politici (penso a Pier Santi Mattarelli) siano stati uccisi per le stesse ragioni e che, a distanza di venti o più anni dai fatti sicari o mandanti di quegli omicidi, siano ancora a tutti gli effetti impuniti. E ancora per chi scrive è difficile ammettere, come scrive l’illustre prof. Fiandaca, che trattare con Cosa Nostra sia dal punto di vista del diritto penale indifferente o addirittura lecito. Non è espressione di una visione “politi cistica” o, come scrive Fiandaca “sostanzialistica”, sostenere che una trattativa mafia-stato sia un aspetto indubbio del rapporto tra lo stato di diritto che regge la nostra costituzione democratica e le associazioni mafiose e che esprime la malattia di fondo che affligge la nostra repubblica. Sono ancora convinto, come scrivono magistrati del passato come Falcone e del presente come Caselli, che trattare con la mafia significa accantonare la lotta contro di essa, cercare una composizione con le sue pratiche, la coabitazione con i suoi metodi, in altre parole accettarne le regole di fondo.

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