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Cinque minuti di silenzio per Stefano Cucchi. Per urlare una richiesta di verità e giustizia

 

Non vendetta, condanna e carcere, ma verità e giustizia. È la richiesta dei detenuti della redazione di Ristretti orizzonti del carcere di Padova al termine di una discussione sulla morte di Stefano Cucchi, una discussione che hanno scelto di fare “a freddo”. Hanno parlato di Stefano, della sua morte, della sentenza. Hanno parlato del carcere, che conoscono bene, delle scelte e delle negligenze che lo hanno portato a diventare un luogo dove è “si muore facilmente come in guerra”. Dove può succedere, come è successo, che un ragazzo entri in carcere sano e muoia, dove può succedere che si muoia di botte, di fame e di sete, di malattie ignorate o curate tardi e male, di suicidi, di “cause da accertare”, di droga.
Stefano ora non c’è più e come lui moltissimi altri ragazzi, uomini, donne. Morti in carcere.
A loro, ai morti in carcere, ieri, lunedì 15 luglio, i detenuti hanno voluto dedicare cinque minuti di silenzio, per urlare così la loro richiesta di verità e giustizia per Stefano e per tutti gli altri, per sognare che qualcosa cambi dentro le carceri, per gli oltre 60mila donne e uomini che abitano le prigioni e per quelli che verranno dopo, per una giustizia che sappia essere tale.
A scrivere l’appello è un uomo che questa giustizia ha pietrificato nel suo reato, condannandolo a essere per sempre quello che ha fatto, senza un futuro se non il suo presente di galeotto. Anche lui, ergastolano ostativo, ieri ha gridato il suo silenzio dietro le sbarre per chiedere verità e giustizia.

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