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Turchia: la tolleranza zero e la fretta di Erdogan

 

Se fossimo stati tutti come lo shakespeariano mercante di Venezia potremmo ben dire di aver avuto soddisfazione, la nostra bella libbra di carne ed anche più.
Se fossimo stati al posto di Erdogan non avremmo potuto lanciare l’anatema “tolleranza zero” senza averne soppesate le conseguenze ed aver capito il punto debole dell’avversario.
Se fossimo stati – come idealmente ci piace credere di essere – a fianco dei manifestanti in una qualsiasi piazza turca, oggi potremmo dire di aver vinto una importante battaglia. E rischieremmo di cullarsi sugli allori.

Invece siamo l’Europa della Comunità e ieri a Bruxelles, in streaming pure (tutto me lo sono visto e sentito), ci siamo prodotti nel solito balletto. Ieri, alle 15.30, durante l’audizione al Parlamento Europeo, lo sdegno si poteva misurare a chilometri, a tonnellate si poteva pesare la denuncia, secondo uno stucchevole ritornello che indistintamente hanno cantato tutti i gruppi parlamentari davanti ad una sala che per numero di assenti quasi eguagliava il Parlamento Italiano di certe recenti occasioni. Prendere le distanze sì, ma senza essere eccessivi: di questi tempi non si sa mai a chi può toccare (gli europarlamentari greci dovrebbero saperne qualcosa).
Era palpabile tuttavia, che il vero messaggio non era di cittadina e normale indignazione, ma di compassione e stizza.
Di compassione (quella che i vecchi sapienti riservano ai giovani inesperti), perché oggi non ci si espone alla gogna mediatica con questi sistemi da repubblichetta centro-africana così stupidamente; oggi si usa il “debito” e lo “spread” per governare anche i casi più ostici.
Di stizza perché per qualche tempo non si potrà riportare sul tavolo della trattativa la ricchezza di quel paese che all’Europa, sempre più strozzata nella propria introversa recessione, necessita e necessiterebbe.

Ed Erdogan tutto questo sembra conoscerlo. Non può non aver calcolato l’ovvio, imponente e dilagante sdegno del mondo occidentale. Come non può non sapere che è uno sdegno che sparirà nel breve volgere di una settimana o poco più con alcune piccole accortezze.
Piccole accortezze come un bel (falso) tavolo dei negoziati con 11 personaggi (12 giammai, numero volutamente evitato per il biblico paragone), ufficialmente rappresentativo dei ceti sociali ed anche dei gusti sociali, con nutrita rappresentanza di attori e musicisti che, in siffatta teatrale commedia sono risultati quelli più a loro agio.
Peccato che dei seppur 116 (centosedici) movimenti e formazioni che fanno capo alle proteste in corso non ci fosse nessuno. L’hanno denunciato, ma solo alcuni e, si sa, in questi casi, la mancanza di un portavoce ufficiale diventa sintomo di debolezza e … di presunte occasioni perse.

Ed anche questo Erdogan lo sa. E ne ha doverosamente approfittato, dando in pasto a quella stessa pubblica ed internazionale opinione che lo ha stigmatizzato come un carnefice, una bella e non meno shakespeariana libbra di condiscendenza, suggellata dall’ipotesi di una promessa: un bel referendum popolare per decidere delle sorti del parco. Ma era la sorte del parco la vera causa di tutto? Ecco che i gas, gli idranti e lo sdegno inernazionale, compiono il loro inevitabile compito di assorbire tutto l’interesse perché diventano essi “lo spettacolo”, molto più spettacolo che non un elenco di idee, di proposte, di un desiderio vero di libertà vere. E si distoglie così l’attenzione dalle vere ragioni del contendere.

Questo è il momento più delicato di tutta la protesta.
Il momento in cui un movimento indefinito di cittadini deve iniziare a mostrare, per continuare ad esistere, chiari i propri progetti. Non è più sufficiente resistere per scopi che rischiano di diventare confusi. La “piattaforma”, come la si sta da più parti indicando – così come si indicano tutte le cose dai contorni nebulosi e, spesso, dai contenuti sfuggenti e non chiari – costituita da giovani e meno giovani, studenti, commercianti, professionisti, contadini, laici, islamici, uomini, donne (se proprio vogliamo far notare anche questa differenza che invero è stata enfatizzata molto più dai media occidentali che in casa propria), se vuole sopravvivere, deve fare di questa sua molteplicità, di questa sua intrinseca diversità, un elemento di maggior valore e non un’arma che al momento di sedersi all’auspicabile tavolo delle trattative, possa rivelarsi una debolezza – come intimamente e fortemente continua a credere Erdogan – , una impronta genetica che automaticamente disgregherà il movimento, riportandolo alle sue originarie mille e mille tendenze e voci.

In Europa è ben conosciuto questo meccanismo. Ne è rimasta quasi mortalmente vittima la sinistra italiana, ha reso la sinistra greca incapace di gestire un momento storico ad essa talmente congeniale che mai forse si ripresenterà, sta facendo marcire la sinistra francese che annaspa tra manovre populiste e pannicelli più o meno caldi.

E la protesta in Turchia è al suo aut-aut con la storia. O emerge a breve allo scoperto, definitivamente, superando la fase della semplice resistenza, adesso; o si autocensura e torna nei bui corridoi della resistenza clandestina, sussurrata, sottaciuta. Mai avrà un palcoscenico interno ed internazionale aperto e benevolo come oggi (conquistato, si può dirlo, anche con il sangue).
Saranno capaci quei tanti spicchi di società che la sorreggono, di compiere la catarsi e risvegliarsi come forza proponente del paese?
L’anonimato dell’iniziale entusiasmo ha già svolto il suo ruolo ed è il momento di vedere chi e cosa c’è dietro una maschera che altrimenti rischia di diventare un comodo nascondiglio. Anche se gli oltre cinquemila feriti, i cinque morti (in queste ore è morto uno dei ricoverati il primo giugno ad Ankara), i permanentemente lesi e quanti ancora verranno sicuramente perseguitati fisicamente, contesteranno questa comodità che tuttavia, è compresa nelle responsabilità che impone l’essere promotori e protagonisti della democrazia di un paese diversamente governato. Una diversità questa che non è nell’atteggiamento fascistoide della repressione di polizia (talvolta usato anche dalle morbide democrazie della vecchia Europa) ma, ben più chiaro e lampante, nell’arresto – sic et sempliciter (meglio prevenire che curare) – di avvocati in un Tribunale di Stato colti in flagranza di esercizio delle proprie funzioni. A testimonianza inequivocabile che la democrazia, è roba che non parla turco.
Ma, nonostante questi apparenti scivoloni, Erdogan sa bene che al momento non c’è una strutturata organizzazione ed il movimento, la cui inafferrabilità era stata l’arma principale nei primi giorni in cui l’autorità annaspava e faticava a contenerli, oggi potrebbe proprio per mancanza di coesione essere isolato in gruppuscoli da fagocitarsi poi con calma. E quindi cerca di fare in fretta. Molto in fretta. La gente, quella destinata a rimanere senza nome, quella che da milioni di finestre ha incitato e sostenuto la resistenza, potrebbe perdere la fiducia se ai giorni della rabbia non seguiranno quelli della responsabilità e delle proposte. E se la rabbia può scoppiare istintiva, la responsabilità deve invece costruirsi.

Ed in Turchia, proprio per quel sistema violento che la falsamente moraleggiante Europa ha con tanto politico fervore denunciato ieri, potrebbero invece tornare drammaticamente attuali le parole di Nazim Hikmet, poeta esule del novecento, perseguitato anche per alcune di quelle libertà che oggi, sessanta anni dopo, sono ancora da guadagnare: “…La notte è caduta. / Il passeggio serale è terminato. / Una jeep della polizia entra nella strada./ Tua moglie sussurra: “andrà a casa? “; “… ansızın bastırdı gece/ bitti akşam gezintisi / bir polis jipi saptı sizin sokağa / karın fısıldadı / bizim eve mi?” (versi finali della poesia “Sera”).

E intanto Erdogan ha lanciato un altro ultimatum: lasciate Gezi park.
Stanottte e domani, di sicuro, sarà nuovamente battaglia.

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