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Italiani e politica, fine di un amore antico?

 

Giovedì 6 giugno 2013 – Ore 15,20 – Alcuni titoli “secchi”, di “la Repubblica.it”, uno dietro l’altro, senza occhielli, sommari e catenacci.
“Da Cdm via libera a riforma Costituzione – Quagliariello: “Fine lavori a ottobre 2014” – Il Colle: “Non è un governo a termine”.
Senato, bagarre in Aula sui video dei ‘pianisti’ – Grasso: accuse gravi, il voto è stato regolare. Al Copasir eletto il leghista Stucchi – A Fico 5S la Rai – Sel contro l’intesa Pd-Pdl.
Draghi: ripresa si allontana, sostegno da Bce – “Lavoro, flessibilità scaricata tutta sui giovani”.
Letta, durare senza tirare a campare.
Giù anche spesa per telecomunicazioni – Un calo senza fine per i consumi.
L’Espresso: Schifani alle Maldive a sbafo.

Ah, agli italiani era sembrato di capire che si trattava di una soluzione di emergenza (l’ennesima!), a tempo, di scopo, per risolvere immediatamente i problemi che stanno erodendo una nazione, la gente, le famiglie. Che stanno portando allo sfascio, alla disgregazione sociale. Basta parole, derive populiste ma fatti: per ridare lavoro, sicurezza sociale, dignità. La dignità, soprattutto la dignità interessava a quegli italiani (sempre meno) che ancora una volta hanno creduto nell’opportunità e nel potere di esprimere un voto col quale scegliere chi li deve rappresentare al massimo livello decisionale: nella Politica. Ebbene, quegli italiani, votanti, astenuti o “schede bianche” non avevano capito bene. La realtà è tutta un’altra cosa. E, puntuale, il Censis li fotografa, quegli italiani. Fotografa i loro (i nostri) volti, arrabbiati, impauriti, rancorosi.

La 25° edizione di “Un mese di sociale” – ieri s’è tenuto il primo dei quattro incontri del tradizionale appuntamento di giugno dell’istituto, dedicato quest’anno alla “Societa’ impersonale” – rileva che negli ultimi  tre anni gli italiani sono diventati più preoccupati (52 per cento) e più arrabbiati (50,5) soprattutto verso politici e istituzioni, che hanno sempre meno fiducia nel futuro (40 per cento) – ma tra i giovani la percentuale sfiora il 60 per cento. Che il 35 per cento dei cittadini ha paura. Il titolo del comunicato stampa che riassume l’indagine, diramato ieri dal Censis, è: “La politica non unisce più e l’Europa è un nemico: la società impersonale arrabbiata e a rischio di populismo”. Poi, comincia il testo: “Italiani e politica, fine di un amore antico”. Non ce lo dovevamo aspettare?

Passiamo ai numeri. Il 77 per cento dei nostri concittadini considera mediocri i leader politici, il 18 appena sufficienti. Sfiorano l’80 per cento coloro che sono convinti che in politica si fa carriera con raccomandazioni e favoritismi.
E a votare, ormai ci va una minoranza: oltre 14 milioni gli astenuti alle politiche di febbraio, pari al 27,8 per cento degli aventi diritto. Record di astensione nella storia della Repubblica, stracciato in ogni caso dal dato delle elezioni amministrative ancora in corso: il tasso ha superato il 37 per cento. Ma più della metà degli italiani non risulta neppure coinvolto in altre forme di partecipazione politica non elettorale, come l’adesione a raccolte di firme e petizioni, non frequenta dibattiti e manifestazioni, non cerca occasioni pubbliche per manifestare la propria opinione manco su temi che lo possono interessare direttamente. Atteggiamento di civiltà matura che ancora una volta ci relega nel ruolo di Cenerentola fra i partner europei.

L’Europa. E’ paradossale, ma l’Europa, seppur in negativo, rappresenta un elemento unificante. La Ue, pur con significativi distinguo a seconda della collocazione politica, per esempio per quanto riguarda la moneta unica, viene vissuta come una maledizione. “Siamo ostaggi dei Paesi forti, Germania in testa”: ne è convinto appena (si fa per dire) il 71 per cento di chi si riconosce nel centro-sinistra, si sale al 75 con i centristi, ancora di più, 81, fra i grillini, al top, 84 per cento, il centro-destra.

Un sottile margine di speranza viene riposto nell’utilizzo massivo del Web per consentire ai cittadini di partecipare alle decisioni pubbliche e nel fare finalmente largo ai giovani. In testa a questo gruppo di opinionisti ci sono naturalmente i grillini, ma nel complesso, ammette il Censis, la nostra è una società seduta che non ha grandi speranze per il futuro, che vive con la tendenza a fare da spettatrice di quello che accade e poi inveisce contro tutto e tutti: “Una miscela potenzialmente infiammabile, come accaduto altrove, da populismi abili”.

Ma non è ancora il caso di lanciare l’allarme, ammonisce ottimisticamente il rapporto. La crisi, si legge, non innescherà la lotta di classe: “Se un tempo tutto si coagulava intorno all’appartenenza di classe e all’identità politica, oggi i fattori di tensione sociale sono individuati nel conflitto tra chi paga le tasse e chi non le paga, tra autoctoni e immigrati, tra ricchi e poveri”. Alle tensioni derivanti dalla diversità delle opinioni politiche non ci crede più nessuno, appena un risicato 6 per cento degli italiani.

Ma allora è vero: siamo un popolo di larghe intese. Che non significa però di larghe vedute. E sì, perché l’elemento veramente unificante, il rapporto lo individua negli stili di vita simili. A tenerci insieme, a farci sentire vicini agli altri, rileva il Censis, è la comunanza delle nostre abitudini: fare le stesse cose nel tempo libero, acquistare gli stessi oggetti, avere un rapporto simile con i consumi. Valori, patriottismo, tolleranza, appartenere alla stessa generazione, essere vicini di casa, fare lo stesso lavoro, avere lo stesso reddito, pensarla allo stesso modo in politica, credere nello stesso dio è roba del passato. Viva i centri commerciali.

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