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Brancati: le conseguenze dell’amore amaro

 

Maurizio Scaparro, ospite al teatro Quirino dove si replica con la sua regia ‘La governante’ di Vitaliano Brancati, ricorda con commozione e affetto le grandi doti di artista e di donna di Anna Proclemer (che della commedia, di cui segue una recensione, fu la prima interprete). Un’attrice che ha sempre mantenuto alto il suo impegno civile, senza ostentazione, soprattutto sul tema della censura e della libertà di espressione. Problema che Anna Proclemer visse in prima persona proprio in occasione del debutto della “Governante”, testo che Brancati le dedicò e che fu colpito da una odiosa censura.

 

E se fosse pacifico, se ce ne facessimo una ragione che la drammaturgia di Vitaliano Brancati non è (minimamente) all’altezza della sua potenza di narratore?
Se accettassimo la condizione defatigante e bozzettistica del suo non risicato repertorio di drammi, commedie e atti unici? Che, giusto per rinfrescare la memoria, vanno dal giovanile fulgore (littorio) di “Everest” e “Piave” (1930-1932) ai più disincantati bozzetti di “vita gallista” (quindi frustrata, ossessiva, tragico-sottaniera) di “Don Giovanni involontario”, “Raffaele”, “Una donna di casa” (composte fra il 1942 ed il 1950), raramente rappresentati, seppur elogiati per i turgidi tratti di “un’anima aristofanesca”” suffragati da “carattere polemico e satira corrosiva”. Animati – secondo l’insigne giudizio di Nino Borsellino- “da vena beffarda, acre comicità, felice uso del grottesco, rivelanti una struttura drammaturgica del tutto indipendente dalle qualità del romanziere”. Sarà…

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Diversamente dal Brancati letterario (oggetto di utilizzo spesso corrivo), ammetto di non avere mai approfondito il suo repertorio teatrale. E, dunque, dovendo opinare da ciò che si desume dalla lettura (e dalla messinscena) di questa “La governante”, non posso che ribadire le iniziali perplessità. Inerenti una drammaturgia stagnante, approssimativa, del tutto dipendente dall’artiglio-stereotipo che “dalla Sicilia ci si porta appresso”. Drammaturgia che a me pare imbastita su elementi di psicologia spicciolo- sentenziosa, donde Brancati (che cincischia e fa ammuina, per un intero atto, sul nulla drammaturgico della parodia del Moravia- annoiato e di un anziano che inveisce contro… la spirocheta pallida) non direi che afferri alcuna distanza critica- se non la ‘rivelazione’ di quella minima chiave di lettura che credo di cogliere nell’assioma del pater familias Leopoldo Platania (possidente siciliano trasferitosi a Roma, dopo un grave lutto familiare) secondo cui “un po’ di religione, nella vita, ci vuole…”.

Quale religione? Probabilmente quella cui allude il prospetto scenografico che, nell’asettico allestimento di Scaparro, delinea il Cupolone di San Pietro a ‘testimone’, convitato, sovrintendente di un episodio di omosessualità femminile destinato ad una sorta di tragico epilogo espiativo Dunque la religione come altare della simulazione ‘necessaria’ (specie in materia di sesso), con annesso abbindolamento dei più deboli che ‘facendo la volontà di Dio’ si addossano le colpe dei padrone (come nell’episodio del contadino devoto ed ottuso, anch’egli ‘mandato’ dal sud per meglio annichilirsi in Urbe). E comunque, freno, coltre, manto asfittico entro cui sussurrare indicibili ‘dedizioni’ di una vita amorosa che, traslata al femminile, perde –da parte dell’autore- tutta l’indulgenza, la pietas umana, il gusto per la digressione antropologica che strutturava- invece- i suoi romanzi. Dall’ oblomoviano annegamento di eros del “Bell’Antonio” all’accidia funerea de “Gli anni perduti” all’incompiuto capolavoro della ‘stupidità insorgente’ (per abuso di eros) che è “Paolo il caldo”.

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Al di là delle vicende censorie che la commedia affrontò alla sua prima rappresentazione (per una celebrità palesemente superiore alla qualità), rivista a distanza di tempo (e dopo quella pietra di paragone, insuperabile, che resta l’edizione di Squarzina, anni ottanta, protagonisti Turi Ferro e Carla Gravina) non si può tacere dell’inesorabile ‘datazione’ di cui s’impregna ogni elemento della reviviscenza. Che è la storia, prospetticamente cangiante, di un’istitutrice spietata, ingessata, nevrotizzata per indotta colpevolizzazione (calvinista) delle sue tendenze sessuali. Ovvero di Leopoldo Platania che, supponendo di saper tutto della vita (protervia endemica del maschio meridionale), dovrà ricredersi al confronto con una realtà inaccessibile ai suoi parametri di ‘religione necessaria’, come argine al ‘malcostume’ dei ‘costumi’ continentali.
E se invece la vera protagonista della commedia fosse Jana, la giovane serva esportata dall’isola, calunniata (dalla governante) di un’inclinazione che -la poveretta- non riuscirebbe nemmeno a fantasiare?

Sono spunti, angolazioni, interrogativi che dovrebbero indurre (se proprio la si vuol rappresentare) ad un approccio meno illustrativo e fescennino di quanto Scaparro riesca ad espletare-della “Governante”- nel suo svolgimento sbrigativo, colorito, indulgente al folklore di una Sicilia in trasferta, non assimilabile però al divertimento scioperato di “Re di denari” (col grande Musco, dallo sguardo satiresco) o agli equivoci a lieto fine della “Incredibile avventura di Francesco Maria” (deliziosa novella dello stesso Brancati)

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“La governante” di Vitaliano Brancati -regia di Maurizio Scaparro- scene e costumi di Santuzza Calì -musiche di Pippo Russo –luci di Franco Buzzanca con Pippo Pattavina, Giovanna Di Rauso, Max Malatesta, Marcello Perracchio, Giovanni Guardiano, Valeria Contadino, Veronica Gentili, Chiara Seminara – Prod Stabile di Catania Teatro Quirino Roma

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