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Mafia, condannato Marcello Dell’Utri

 

«Un imprevisto potrebbe salvarmi» aveva detto oggi a Palermo ai giornalisti il senatore Marcello Dell’Utri, durante la giornata conclusiva del processo d’appello per concorso esterno in associazione mafiosa. Ma l’imprevisto non è arrivato. E il manager di Publitalia e fondatore di Forza Italia, è stato condannato  in Corte d’appello a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa

. Il procedimento era scaturito dalla sentenza della Cassazione che annullava la precedente  di secondo grado e rinviava ad un nuovo processo che si è chiuso oggi, nell’aula bunker del carcere Pagliarelli di Palermo. La sentenza, adesso, tornerà in Cassazione per l’ultimo grado di giudizio. Le accuse contestate all’ex senatore del Pdl andranno in prescrizione a novembre del 2014.

Cronistoria del processo per concorso esterno. Era l’11 dicembre 2004 quando il tribunale di Palermo condannava l’imputato Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa a nove anni di reclusione e all’interdizione in modo perpetuo dai pubblici uffici e lo obbligava a risarcire le parti civili. La sentenza era molto articolata e descriveva con precisione l’intreccio di rapporti tra il senatore, elementi di spicco di Cosa Nostra (fra i quali Bontate, Riina) e diversi esponenti del mondo imprenditoriale e finanziario italiano. Dell’Utri secondo la sentenza sarebbe stato “l’intermediario” tra l’ambiente mafioso e l’imprenditoria. Nel testo viene illustrato, in particolar modo, il rapporto con il politico e imprenditore Silvio Berlusconi e Dell’Utri e si sofferma su alcuni fatti: come l’assunzione dello stalliere Vittorio Mangano, boss palermitano di Cosa Nostra, presso la residenza di Arcore del Cavaliere. Berlusconi, in quegli anni, era nel mirino dei boss di Cosa nostra, per i suoi affari, le sue aziende e – si legge nella sentenza – era preoccupato dell’escalation di sequestri nel milanese, temeva quindi ritorsioni da parte della mafia nei confronti dei suoi familiari. Così, avrebbe cercato tramite l’amico Dell’Utri, di ottenere una protezione personale. Il 29 giugno 2010, dopo cinque giorni di Camera di Consiglio, giunge la sentenza di Appello. Il pg Antonino Gatto aveva chiesto per Dell’Utri la condanna a 11 anni. La Corte d’Appello, presieduta da Claudio Dall’Acqua, condanna a sette anni di carcere l’imputato per concorso esterno in associazione mafiosa. Ma per i fatti accaduti sino al 1992, cioè solo due anni prima della “discesa in campo” di Silvio Berlusconi, di cui Dell’Utri è braccio destro. Quando l’imprenditore milanese sceglie di entrare in politica, dunque, i rapporti del suo braccio destro con Cosa nostra sarebbero improvvisamente cessati. Per il periodo successivo al ’92, la Corte d’Appello infatti ritiene che il “fatto non sussista”. E mentre da una parte scrive questo dall’altra conferma il ruolo di “mediazione” svolto da Dell’Utri tra le cosche e Silvio Berlusconi, in particolare per quel che riguarda la vicenda Mangano. Inoltre, vengono ribaditi i contatti fra il boss Stefano Bontade ed alcune aziende del nord Italia che aiutarono il mafioso a riciclare denaro sporco. Il 4 gennaio 2011 il pg Gatto deposita ricorso in Cassazione in merito all’assoluzione per i fatti successivi al 1992. Il 9 marzo 2012 la quinta sezione penale ritiene inammissibile il ricorso del pg Gatto e annulla con rinvio la sentenza d’appello. In 146 pagine la Cassazione spiegherà il perché del rinvio in Appello, con una sentenza che aprirà anche un acceso dibattito sul reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Per i giudici della Cassazione, in particolare, l’accusa ”non è stata dimostrata con sufficiente chiarezza”  per gli anni che vanno dal 1977 e il 1982, anni in cui il futuro stratega di Forza Italia era  alle dipendenze dell’imprenditore Rapisarda. In questo modo la Cassazione evidenza un vuoto da colmare e chiede alla Corte d’appello di integrare perché possa ritenersi valida la sentenza.

L’antefatto. Prima della sentenza di condanna a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa Marcello Dell’Utri è intervenuto in aula e ha dichiarato: «Il pg ha fatto un pentolone dove ha messo dentro tutto, pure la storia del mondo, per tirare fuori la mia figura come referente della mafia. Ma io vorrei chiarire di non avere introdotto la mafia a Milano, ho introdotto un signore che si chiamava Mangano, un signore normalissimo che frequentava la squadra di calcio Bacigalupo e che si occupava di cavalli. Se questo vuol dire introdurre la mafia come ha detto il procuratore generale non so cosa dire. Dell’Utri risponde al pg Patronaggio che in aula, prima che i giudici si riunissero per decidere, ha confermato “Marcello Dell’Utri, permettendo a Cosa nostra di ‘agganciare’ Silvio Berlusconi, ha permesso alla mafia di rafforzarsi economicamente, di ampliare i suoi interessi, il suo raggio d’azione, di tentare di condizionare scelte politiche governative in relazione al successivo ruolo politico assunto da Berlusconi». «Questa condotta – ha ribadito Patronaggio- e’ stata perpetrata dall’imputato coscientemente  conoscendo e condividendo il metodo mafioso dell’organizzazione, perseguendo il fine personale del rafforzamento della sua posizione all’interno delle varie aziende e iniziative di Silvio Berlusconi». Poi nei minuti precedenti alla condanna il senatore Dell’Utri dichiarava: «Questa corte ha valutato attentamente i documenti e se mi condanneranno non dirò che sono giudici comunisti». Poco dopo ai giornalisti delle agenzie stampa ha dichiarato: «Speravo in un’altra sentenza, ma accetto il verdetto». Ma poi incalza:  «Il romanzo criminale prosegue visto che ha molta audience continua. Faranno un altro supplemento del romanzo criminale. Poi ci sarà il processo per la”trattativa”. Siamo in questo trip e non possiamo fare altro. Che devo fare? Devo dire parolacce? Prendiamo la vita come viene».

“L’imprevisto” che attendeva Dell’Utri in appello non c’è stato. L’impianto accusatorio a sette anni per concorso esterno rimane valido e la nuova sentenza torna  in Cassazione. Saranno i giudici del terzo grado di giudizio a  decidere se il senatore, amico personale e uomo centrale nella scalata al successo dell’imprenditore e politico Silvio Berlusconi, andrà in carcere e sconterà la pena per i suoi contatti con i boss di Cosa nostra e aver “mediato” fra gli interessi di Cosa nostra e quelli dell’attuale leader del Pdl. Prescrizione permettendo.

da “Libera Informazione”

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