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Caput mundi, il Baedeker politico di Rodolfo Ruocco

 

Karl Baedeker, editore di Coblenza era noto per l’accuratezza cartografica e per la puntigliosa precisione; al punto che il cognome è diventato sinonimo di guida turistica. Qualcosa del genere, riferito ai meandri della politica italiana, si può dire per l’acribia di Rodolfo Ruocco, giornalista parlamentare, autore un anno fa di “Rubysconi”, e che ora torna sul “luogo del delitto” (i palazzi del potere partitico), con “Caput Monti” (Futurebook, pagg.256, euro 12).

Il libro si presenta come “diario di una crisi dove un premier tecnico e un comico hanno azzerato i partiti”. Chissà. Nel senso non è retorica domanda chiedersi se Mario Monti (il “tecnico”) e Beppe Grillo (“il comico”), siano gli autori di quello che ci accade sotto gli occhi, o piuttosto non siano il prodotto di una situazione che si è determinata in un paese contraddittorio e pieno di sfaccettature: perché è ben vero  che sembriamo condannati a sprofondare sempre più nella melma di una sabbia mobile senza mai toccare il fondo; poi però – spesso inaspettatamente – ecco presentarsi momenti di conforto; per fare alcuni esempi concreti: la massiccia partecipazione agli ultimi referendum, estate alle porte e boicottaggi di ogni tipo da parte del governo Berlusconi-Maroni: come non intenderla, proprio come un segno di rivolta e di volontà di partecipazione, e dire che tanti dotti&savi avevano decretato la morte del referendum medesimo?

Poi certo: questo povero paese ne ha viste e ne vede di tutti i colori. Da un Parlamento la cui maggioranza (di centro-destra) dice di credere alla balla sesquipedale di un Silvio Berlusconi che si prodiga per una ragazzotta, la “nipotina di Mubarak”, alla lunga teoria di case possedute senza sapere chi le ha pagate o a chi sono state vendute: da quella dell’ex ministro Claudio Scajola vicino al Colosseo, a quella del cognato di Gianfranco Fini a Montecarlo; la farsa dell’albergo a Porto Ercole pagato all’ex sottosegretario Carlo Malinconico alle vicende Fiorito (ma mica solo alla regione Lazio; in Liguria e in Lombardia, per fare due esempi, anche là non scherzavano)…

Proviamo a proiettarci nel futuro, diciamo fra un centinaio d’anni; o immaginiamo i nipoti dei nostri nipoti, che possono essere presi da curiosità e cercare di capire che tempi vivevano i nonni dei loro nonni. Cercheranno di capire guardando i filmati dei notiziari televisivi, e magari cercheranno di decifrare i segni su quelli che noi oggi chiamiamo giornali, e chissà se fra cent’anni ci saranno ancora, o tutto il mondo sarà un gigantesco twitter. Vedranno le immagini di un tipo bizzarro, un po’ pelato un po’ no, con il lucido non sulle scarpe ma sul capo, la pelle del viso stirata all’inverosimile, senza più una ruga e dunque plastificata, senza storia. Lo vedranno agitarsi e berciare anatemi e barzellette da angiporto; e per contorto una folla di personaggi improbabili, a volte conferma che Darwin aveva ragione; e comunque uscite dal mondo di Peter Bruegel e George Grosz; come noi oggi stupiti ci chiediamo come un popolo si sia fatto ammaliare dalle smorfie e dalle “mosse” di un Mussolini, fra cent’anni si chiederanno come abbiamo potuto “bere” le fesserie berlusconesche & affini. E dunque, “Caput Monti”. Scrive Felice Saulino nella nota di introduzione che si tratta di tempi “al limite de fantapolitico, una storia in cui si mescolano e si confondono la caduta di Berlusconi e il peso di potenti lobby internazionali, la nascita del governo tecnico e la resa dei partiti, la fine del bipolarismo e la morte della seconda repubblica nata sulle ceneri di Tangentopoli…”. Ci si può (e anche si deve), evidentemente, interrogare se stiamo assistendo al disfacimento della Seconda Repubblica, o se al contrario si sia ancora prigionieri della Prima, sempre la stessa, che dipana in sostanziale continuità pur evolvendosi.

Come sia, “Caput Monti” è la certosina raccolta di quotidiani episodi che isolati possono anche parere insignificanti, ma presi nel loro complesso, cesellati fino a scarnificarli, sono il sintomo, la “spia” di una situazione che da transitoria si trasforma una cancrena definitiva, da cui non si riesce a guarire. E’ calzante il parallelo con la tormentata stagione del 1992-1994, quando una classe politica certo non innocente, venne spazzata via (in parte); e se il “vuoto” creato da quello tsunami venne poi occupato da forze anomale, non sono queste che vanno messe sotto accusa, quanto la “politica” che aveva creato le condizioni perché accadesse quello che è accaduto, e non ha saputo creare anticorpi credibili.
La storia, contrariamente a quello che si dice, non è maestra di vita; e figuriamoci la cronaca. Così, vent’anni dopo, altri attori, altri scenari, ma sostanzialmente il copione rischia di essere lo stesso. Anche nei giorni nostri si assiste a sconvolgimenti che si giustificano con il “vuoto” creato e lasciato da chi non sa, non può fornire risposte adeguate e credibili alle innumerevoli e “nuove” domande che vengono dalla società. Appare sconsolato, Ruocco, che annota:
  “Berlusconi, Alfano, Bersani, Renzi, Bossi, Maroni, Casini, Fini, Rutelli, Di Pietro, Vendola, Nencini, Ferrero, Diliberto, Bonelli tentano di difendersi come possono, cercando alleanze interne ed esterne…Siamo alla fine di un sistema, allo scontro finale tra mondi diversi. Nel 2013 la sfida politica potrebbe essere tra un tecnico-Professore da una parte e un guro-comico dall’altra,  insieme ai rispettivi alleati…Sembra di rivedere la guerra di Troia. Alessandro Baricco in “Omero-Iliade”, fa dire ad Agamennone, rivolto a Menelao, mentre i greci stanno per cedere ai troiani guidati da Ettore: cerco un piano per salvare con gli achei. Alla fine Agamennone, grazie ad Achille ed Ulisse, salva i greci e distrugge Troia. Nel nostro caso, chi sono Achille e Ulisse? Chi è Ettore? E – soprattutto – chi è Agamennone?”.

Nel 1937 lo scrittore americano Christopher Morley pubblicò “The Trojan horse”, divertente e divertito romanzo, che in Italia venne poi tradotto splendidamente da Cesare Pavese. L’Agamennone, gli Ettore, i Menelao che popolano la nostra scena politica sembrano più simili ai personaggi di Morley, che agli eroi di Omero.  Situazione tragica ma non seria, per rubare l’aforisma di Ennio Flaiano. Ed è la situazione che ci tocca di vivere e patire. Lo scenario che Ruocco racconta, strappandoci un sorriso amaro inevitabilmente seguito da un’invettiva.

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