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Per l’Egitto si dovrebbe schierare l’intero mondo del calcio. No alla violenza negli stadi. No alla condanna a morte

 

No alla condanna a morte e no alle condanne a morte di oggi in Egitto. 21persone, molti dei quali giovani, che hanno compiuto da poco 18 anni, dovranno pagare con la propria vita i disordini e la strage avvenuta un’anno fa nello stadio di Port Said durante la partita tra la squadra locale Al-Masry e la cairota Al-Ahly e in cui morirono 74 tifosi.  Ciò che lascia sconcertati in questa notizia, oltre al fatto che condannare a morte dovrebbe essere abolito in tutto il mondo, è che avviene in un Egitto che ricorda, proprio in questi giorni, la rivoluzione che ha deposto Hosni Mubarak. Ricorda e non festeggia, perchè l’Egitto resta ancora molto lontano dall’essere un paese libero e democratico.  Mohammad Morsi, il presidente e fratello musulmano ha mantenuto molte delle leggi dittatoriali dell’era Mubarak e ne ha aggiunte altri. Una su tutte, il carcere per i giornalisti. L’esercito è comandato direttamente da lui, qualcuno pensava che fosse un’opportunità per ridurre il potere dei militari nel paese invece quello che sta succedendo in queste ore dimostra il contrario:  a Port Said l’esercito ha guardato morire decine di persone che protestavano contro la sentenza.

Fra le vittime anche due calciatori.  Il paese però non ci sta, decine di migliaia di persone continuano a manifestare in tutto l’Egitto contro il nuovo regime, lo slogan è lo stesso di due anni fa “Il popolo vuole la caduta del regime”.  Piazza Tahrir è assediata da mesi ma il nuovo Rais non vede e non ascolta, tace e insieme a lui anche l’occidente.

 

Ma cosa si potrebbe e si dovrebbe fare ora:  intanto bisognerebbe muoversi contro questa triste sentenza. Il mondo del calcio, intero, dovrebbe schierarsi. No alla violenza negli stadi.  No alla condanna a morte. Non si può pensare di cancellare una strage facendone un’altra.

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