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Il mondo si evolve, la politica arranca*

 

Il grande paradosso di questa stagione è, in estrema sintesi, così riassumibile: l’universo mediatico e post-mediatico vira verso il digitale, mentre è riapparso sulla scena il Re tirannico del mondo analogico. Silvio Berlusconi. È un vero paradosso? Solo in parte. In verità, è proprio la parzialissima e contraddittoria rivoluzione digitale, frenata dalla pesantezza sistemica della vecchia televisione generalista e dalla «stecca» originaria (il ridimensionamento della svolta numerica a mera moltiplicazione dei canali tv), a lasciare spazio ai flash back della politica. Che in Italia – e in gran parte dell’Occidente – è intrisa di mediaticità, spesso manipolatoria e arretrata. Emerge, di fronte alla antica (e attuale) patologia del conflitto di interessi, l’inadeguatezza della normativa di cui disponiamo. Altra assurdità.

In un universo legislativo che assomiglia ai mosaici pasticciati e incompiuti dei tolder, dove è quasi impossibile orientarsi, mancano diversi principi seriamente normati: il citato conflitto di interessi, la riforma della Rai come bene comune dell’età crossmediale, la neutralità della rete contro ogni censura di mercato, la lotta al digital divide e la completa alfabetizzazione informatica, la scelta del free software, una revisione evolutiva del copyright, l’introduzione di un Fondo per la libertà dell’informazione (ex Fondo dell’editoria). Naturalmente, si potrebbero aggiungere per un verso la bellissima proposta di Stefano Rodotà di inserire nella Costituzione italiana l’accesso garantito e libero ad internet (articolo 21 bis), per un altro il superamento del «media-evo» costituito dalla pena del carcere per il reato di diffamazione.

E si conclude la legislatura senza neppure un «piccione in mano», per usare la metafora di Bersani. Persino il governo Monti, privo di problemi di consueto consenso, non ha fatto granché, se si fa eccezione per il cambio del vertice della Rai con il tandem Tarantola-Gubitosi e per la timidissima Agenda digitale. Anzi. È ancora nel libro dei sogni l’asta delle frequenze tv, dopo la bocciatura da parte dell’Unione europea della prima bozza di regolamento varata da un’incertissima Autorità per le comunicazioni e dopo il lento timing immaginato dal Ministero dello Sviluppo. È una brutta storia, che rappresenta una sorta di metafora del disastro italiano nella televisione. Le frequenze, bene pubblico per antonomasia il cui esercizio se mai può essere affidato in uso oneroso all’emittenza commerciale, sono state occupate tanti anni fa da una logica proprietaria da Far West, che ha premiato i trust e penalizzato le esperienze locali.

Ora ci troviamo a tracciare un bilancio degli ultimi anni, non per fare una impropria
autocoscienza, bensì per aprire una effettiva «fase costituente» di un punto di vista moderno e democratico sui media. Dobbiamo passare da un rapporto strumentale tra informazione e politica ad un’idea di trasformazione della stessa politica nell’era dei social network, capaci di «mediare» linguaggi e stili della e nella sfera pubblica. È in gioco non un semplice programma elettorale, quanto piuttosto la transizione alla Politica 2.0: la democrazia digitale. Dunque, non si tratta di rinverdire i fasti dell’Unione del 2006 o dell’Ulivo del 2000, quando rispettivamente si compilò un libraccio eclettico e Doroteo e si preferì portare nelle aule parlamentari la riforma del Titolo quinto della Costituzione in luogo della riforma della Rai e della pubblicità (il rimosso disegno di legge 1138) e del testo sul conflitto di interessi.

All digital (le proposte chiarissime formulate dagli Stati generali dell’innovazione), applicazione in Italia del Foia (Freedom of information act), restituzione della Rai ai cittadini secondo le linee tracciate recentemente ad Acquasparta (nell’assemblea di Articolo 21 sul futuro della Rai) e nelle sue numerose iniziative dal MoveOn, ripresa dei punti cruciali della legge argentina nelle aperture alle esperienze sociali e comunitarie: sono la cornice generale, la chiave interpretativa, la sintassi del programma, divenendone il tessuto nervoso. Una sorta di prefazione, tesa ad illuminare l’insieme delle proposte.

La spina dorsale del futuro è la rete e qui passeranno la formazione di nuovi linguaggi
creativi e la definizione di un lavoro intellettuale adeguato al tempo veloce digitale. È generico «nuovismo»? No, il contrario. Si tratta di recuperare il significato profondo della comunicazione, a partire dalla sua etimologia: comune, missione. Potremmo citare le definizioni laiche di Roger Silverstone (Mediapolis La (ir)responsabilità dei media nella civiltà globale, 2009) o i Vangeli di Giovanni e di Luca. La comunicazione della e con la rete non è una sofisticata e sempre transeunte
tecnicalità. È un elemento decisivo, costituente per davvero della democrazia dopo le
forme della rappresentanza del Novecento. E se il papa di Roma scrive su twitter, il più povero e reietto dei cristiani deve poterlo leggere e rispondere. È l’epifania della Politica pólis. La comunicazione è la politica; la politica è la comunicazione.

*tratto dalla rivista Confronti, numero di gennaio 2013

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