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Prove di neocolonialismo

 

Cade giusto in questi giorni la ricorrenza del 28 ottobre qui in Grecia. Si ricorda in questo giorno quanto avvenne nel 1940 allorquando all’ambasciatore italiano Emanuele Grazzi, latore di un ultimatum con il quale si chiedeva alla Grecia il libero passaggio delle truppe italiane provenienti dall’Albania e l’occupazione di alcuni luoghi strategici a guardia del traffico sul Mediterraneo, venne risposto, dall’allora Capo dello Stato ovvero il dittatore Ioannis Metaxas, un secco “NO”.

Questa risposta fu evidentemente determinante per i fatti relativi alla seconda guerra mondiale, almeno relativamente ad Italia e Grecia, fatti che tutti conosciamo. L’episodio non è qui solamente divenuto leggendario (una delle poche testimonianze durante le quali un dittatore nella storia viene ricordato con orgoglio) ma, eletto a festa nazionale, questo anniversario coinvolge tutto il paese tanto che girare per le strade di ogni città o paese significa passeggiare tra bandiere che puntano da un numero indicibile di finestre, terrazze, tetti, porte e balconate.

Sfilano le forze armate ma, sopra ogni cosa, sono le sfilate degli studenti quelle che simboleggiano questa ricorrenza. Proprio per il valore educativo che si è voluto darle, ovvero, quello di un rifiuto alla guerra, di una fiera opposizione ad ogni violenza. Si dimentica in verità di menzionare il fatto che nel 1940 lo Stato Greco era economicamente in mano ad inglesi e francesi e probabilmente la veemente risposta che quanto meno la leggenda ci riporta non fu proprio dettata unicamente da spirito ed ardore patriottico e fiero, quanto, senza dubbio, indotta da non poche pressioni, non avendo ancora nessuno, in quell’inizio di guerra, ben capito di cosa sarebbe stata capace la Germania.
Più volte in questi ultimi anni ho cercato di rilanciare il significato di questa celebrazione, affinché quel “NO” venisse  riproposto contro un tipo di invasione diversa che sta attuandosi in questo paese, senza bisogno di fucili, ma con carta moneta o addirittura moneta elettronica, impalpabile, ma non meno mortale (visto il numero spaventoso di suicidi di questi ultimi quattro anni).

Il risultato è stato quello di assistere l’anno scorso alla sfilata degli studenti davanti al Presidente della Repubblica in mezzo a due ali di poliziotti antisommossa, con i genitori lontani dalla piazza, trattenuto da un “cordone sanitario” onde evitare disordini (gli studenti vennero fatti sfilare – e qui si parla di studenti che vanno dalle elementari all’università – con la folla prevalentemente costituita da genitori, tenuta a 500 metri di distanza, in un silenzio surreale. Non mancarono gesti di protesta allorquando gli studenti più grandi in buona parte si rifiutarono di porgere il saluto al palco delle autorità, presente il Presidente della Repubblica). Molto educativo. Molto democratico e soprattutto, molto greco, visto che in questo paese l’unica forma di comunità ancora intoccabile è la famiglia.
Quel “NO” di allora è stato sempre portato ad esempio del sentimento greco che rifugge ogni oppressore, del sentimento che allora portò a scegliere seppur dolorosamente per il bene del paese di restare seppur fragilmente indipendenti. O comunque di scegliersi alleati più libertari. Domenica, cosa avranno il coraggio di raccontare i politici che immancabilmente saranno chiamati ad esprimersi?  Già oggi il Primo Ministro Samaras ha invocato a Salonicco (in occasione della  ricorrenza della liberazione della città dal giogo ottomano nel 1912) l’unità del paese, grazie alla quale, dice, “nessuno priverà la Grecia della propria libertà”.

La domanda sorge spontanea: di quale libertà sta parlando?

Si parte qui dall’assunto che uno stato libero ed indipendente è uno stato sovrano. Ovvero uno stato che prende sia in tema di politica estera che interna, in assoluta autonomia, le proprie decisioni. Questa almeno la definizione che più correntemente viene accettata e condivisa sia dagli specialisti di diritto internazionale che dai comuni vocabolari enciclopedici.
In parole molto più spicciole tutto ciò dovrebbe significare che un paese indipendente e libero, decide di propria volontà con quali altri stati intraprendere relazioni commerciali e politiche nonché militari e, soprattutto, come organizzare la società al proprio interno, dotando il popolo di leggi e regole da rispettare.

Uno stato che non sia in grado per impossibilità o per incapacità di fare questo non è più uno stato libero ed indipendente. E’ uno stato che non può più definirsi uno “stato sovrano”. Ed anche in questo caso ciò può succedere solo nei rapporti internazionali, allorquando lo stesso decida di entrare a far parte di una comunità più ampia come una confederazione o, ad esempio la Comunità Europea. O ancora parzialmente rinuncerà almeno parzialmente alla propria sovranità (e quindi alla propria indipendenza e libertà) in campo economico allorquando decida di adottare una moneta che non è più la sua. Tutto ciò ovviamente perché ne ravvisa dei vantaggi. O ancora, come spesso succede in caso di guerra (quella militare si intende), quando nascono delle temporanee alleanze come recente successo in occasione dei conflitti in Irak o in Libia.

Molto più difficilmente si verifica il fatto che uno stato modifichi la propria organizzazione interna, ovvero il proprio stato sociale perdendo la parte più importante della propria sovranità. Ogni stato infatti liberamente decide cosa e come muoversi con le proprie leggi interne. O quanto meno, lo fa in autonomia, assumendosi nei confronti dei propri cittadini tutte le responsabilità e gli oneri connessi ad ogni e qualsiasi decisione.  E quando lo fa, si presume almeno, lo fa in un contesto di miglioramento delle condizioni del proprio popolo, siano questi obiettivi a breve, a media o a lunga scadenza.

Sempre più spesso, a partire dagli anni ottanta del secolo scorso, tali decisioni, in specie in Europa, vengono prese non tanto nel contesto di progresso sociale (le cosiddette riforme strutturali per intendersi), quanto per riportare in certi parametri  la situazione finanziaria di una nazione. Visto il dilagare di questo costume verrebbe da dire: o le regole fatte sono inadeguate o buona parte dell’Europa è governata da deficienti o, ancora, i popoli che vi risiedono sono in buona parte truffatori e ladri. Ebbene, è quanto meno curioso quanto sta accadendo in questi giorni, in questo tartassato paese.

Tutti siamo a conoscenza del fatto che la cosiddetta Troika, che ricordo è costituita dai rappresentanti di Comunità Europea, Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea, ovvero da un ente non sovrano costituito da membri non eletti come la Comunità e da due Enti privati in quanto proprietà esclusiva di persone o soggetti giuridici, è rimasta a lungo ad Atene per riuscire a concordare con il governo del Paese, quella serie di soddisfacenti nuove norme  da adottare per fare sì che venga erogata la fantomatica ulteriore tranche di aiuti (che pare siano 31,5 miliardi di euro). Non dimentichiamo che su ogni documento ufficiale esistente è scritto e sancito che la Grecia, oggi, è uno stato indipendente, libro e sovrano.

Orbene, due giorni fa il Ministro delle finanze Iannis Stournaras annunciò in un comunicato che non solo un accordo era stato trovato ma, e soprattutto, erano stati accordati quei due anni in più che la Grecia chiedeva per rientrare nei parametri economici stabiliti dalla Comunità (gli avventatamente sottoscritti parametri di Maastricht!).

I media di mezza Europa, quelli italiani in testa a tutti, ebbero in un primo momento (e si sa come il primo impatto oramai nella comunicazione sia fondamentale) a riportare come unico e solo commento quello del Ministro delle Finanze tedesco, come se a lui  fosse delegato dall’Europa tutta il compito di valutare le affermazioni degli altri stati. Gli altri portavoce, direi non solo con più garbo, ma anche  con maggior grano salis, rinviarono le loro valutazioni a dopo l’incontro in sede europea che si è svolto a seguire.

Questa la generica ed universale versione dei fatti.Ciò che non si conosce in Europa è il contenuto, per quanto ancora in effetti da mettere a punto per certi “dettagli”.
Ebbene l’adozione da parte della Grecia dei provvedimenti richiesti e discussi rappresenta  la perdita della propria sovranità.  Pertanto, e di conseguenza, è possibile dichiarare ufficialmente  aperta l’era del nuovo colonialismo, quello finanziario. Nei fatti e non più solo negli intenti.

Stavolta non si tratta infatti di sottoporre la popolazione a nuove misure di austerità come il preannunciato ulteriore taglio delle pensioni o degli stipendi o ancora il drammatico inizio dei licenziamenti di massa nel settore pubblico.
Questa volta si chiede allo stato greco di cambiare in maniera radicale molte delle leggi che regolano i rapporti di lavoro e le professioni, chiedendo di liberalizzarne alcune, ficcando il naso su periodi di preavviso da concedere o meno, addirittura mostrandosi ( i rappresentanti della troika) disponibili ad accettare un pagamento di tale periodo (dei dipendenti che dovrebbe scendere a tre mesi dai sei previsti in taluni casi dalla vigente legislazione)  che inizialmente avevano (loro!!! E non i legislatori greci) stabilito in 1.500 euro e che adesso potrebbero – per bontà forse- diventare 2.000.

Le richieste dunque molto chiaramente esulano dal settore delle riduzioni, dei tagli e dei recuperi ma, mostrandosi evidentemente gli stessi insufficienti, è entrata di slancio nelle norme che regolano il mercato del lavoro, sia per quanto riguarda i dipendenti che i liberi professionisti, senza che tutto ciò sia valutato nel contesto di un rilancio dell’economia distrutta di questo paese ma solo, ripeto, solo ed unicamente con lo scopo di appianare un debito.  Con il solo ed unisco scopo di racimolare quanto prima possibile l’ammontare del debito. Un debito sulla cui natura, costituzione e importo qui non ci soffermiamo per motivi di decenza. Perché è un debito che ogni anno lievita meglio della migliore pasta da pizza, e guai se si estinguesse. E, se ciò non bastasse, è al vaglio adesso l’invio di una task force di esperti europei che dovrebbe “coadiuvare” (speriamo che il senso letterale del verbo sia riconducibile ai fatti) dove forse, vi sarà posto anche per esperti greci. Gli esperti greci in realtà non hanno negli ultimi decenni fatto una gran bella figura questo va riconosciuto.  Ma tutto ciò, in questi modi e termini, assume tanto il sapore più dell’imposizione che non della collaborazione, in virtù anche del fatto che il fine ultimo e dichiarato è quello di agevolare il rientro nei parametri di Maastricht e non di collaborare ad un nuovo sviluppo del paese, fatto che dovrebbe, forse, verificarsi incidentalmente per necessità anche perché, altrimenti, tra non molto non vi sarà più nulla da prendere. Vivi per obbligo congiunto dunque.

Ed il grottesco è che mentre domenica prossima 28 ottobre la farsa cui oramai è ridotta questa celebrazione si perpetuerà nelle piazze di città e villaggi, mentre con un leonino coraggio chi parlerà specie ai giovani cercherà di far capire loro che una volta, qui v’era uno stato, non proprio bello e rifinito ma c’era e con esso un poco di orgoglio e, soprattutto quel tanto di libertà sufficiente a poter scegliere, nel frattempo si dovrà conciliare tutto questo con la situazione attuale dove oramai, anche per la più piccola necessità si dipende da altri.

La libertà di scegliere c’era una volta quella che oggi non c’è più (a meno che non si contemplino reazioni radicali, reazioni alle quali la doppia ultima tornata elettorale ha detto il suo “no”, preferendo che oggi, per conseguenza, i neonazisti siano la terza forza politica del paese [cfr. recente sondaggio del quotidiano To Vima]). Il 16 novembre la Grecia, se non arrivano gli aiuti non potrà pagare i titoli di stato in scadenza. Lo stato fallirà. Non pagherà stipendi ai propri dipendenti, non pagherà pensioni, non pagherà più nulla di quel poco che ancora riesce a pagare.
E per sovrapprezzo al terrore, i parlamentari di oggi che curiosamente (e qui il popolo greco faccia un serie di 100 mea culpa!!!) sono i soliti di 30 anni fa, o meglio, gli allievi di allora cresciuti nelle stesse case di partito, all’ombra delle grandi famiglie di politici, hanno trovato in questa contingenza di che scardinare completamente il paese attribuendo le proprie decisioni all’emergenza, all’impossibilità di poter fare altrimenti, pena il fallimento. Politica e ritornello questo il quale, a rotazione, hanno cantato tutti i governanti d’Europa negli ultimi cinque anni fino a che, per molti di loro – ahimé – le cose hanno iniziato ad andare nella stessa direzione ed oggi, dunque, preferiscono far fare la parte del mastino alla Germania. E si che la Germania stessa rendendosi conto di restare sempre più isolata e comprendendo che se il giocattolo Europa oggi si rompesse, sarebbe quella rimetterci di più,  ufficialmente preferisce mascherarsi dietro i verdetti della troika.

In altre parole è oramai la troika che decide. Bruxelles ratifica. La BCE gongola. La Grecia, come già in precedenza, in tempi ancora passibili di epiche svolte,  a febbraio di quest’anno ben prima della doppia tornata elettorale, ebbi a denunciare  sul mio blog (http://www.blogperappunti.it/article-aumenta-il-deficit-della-grecia-cambiati-tutti-i-libri-di-storia-nelle-scuole-di-ogni-ordine-e-grad-99904918.html) è oramai una colonia. La prima del nuovo millennio, la prima di questo nuovo neocolonialismo, ultimo atto forse del neoliberismo che l’ha generato.
Resta la curiosità di vedere domenica prossima 28 ottobre, la giornata del “NO” (Επέτειος του Όχι, come dicono qui), cosa avranno tutti il coraggio di raccontare a tutti noi, greci, stranieri come me, giovani e meno giovani.

Qui Atene, Colonia di Grecia, 26 ottobre 2012

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