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Bavagli raddoppiati o estorsori? No grazie!

 

La voglia di bavaglio appare più forte della proclamata adesione ai sacri principi della libertà di stampa. L’audizione in Senato, alla Commissione giustizia, dedicata ai rappresentanti sindacali dei giornalisti, degli avvocati penalisti e dei magistrati non scioglie ancora i nodi sulla riforma delle norme che puniscono anche con il carcere la diffamazione a mezzo stampa : molti consensi – nelle intenzioni dichiarate -all’abolizione del carcere, ma l’audizione ha portato in luce molte spinte per un bavaglio-bis o “estorsore”…, come già definita da alcuni commentatori l’ipotesi di sanzioni pecuniarie molte elevate. Addirittura da aumentare per il vasto e diversificato mondo del web, dove convivono realtà d’informazione a carattere editoriale e professionale con l’informazione personale o di gruppi come nel caso dei blog.
L’idea di liberare la stampa da lacci e spinte all’autocensura sembra lasciare il passo a quella che considera da punire la stampa se irriverente.
L’ipotesi di emendamenti importanti e significativi al progetto di legge cosiddetto Chiti-Gasparri è già in stand by. Fino a qualche ora fa sembravano a portata di mano soluzioni ragionevoli a correzione di un impianto base che presentava diverse lacune e soprattutto apriva la strada della dissuasione a scrivere notizie scomode o a esprimere giudizi, appunto irriverenti, con sanzioni a partire da un minimo di trentamila euro. Positiva invece la cancellazione della galera come pena portante. Sembrava – per tornare alle ipotesi che dovevano portare ad una rapida approvazione di una nuova legge più in linea con gli indirizzi delle democrazie europee e con la giurisprudenza della Corte di Strasburgo sui diritti umani – che si potesse ripartire dai punti condivisi della bozza Pecorella di due legislazioni orsono alla Camera, soprassedendo a nuove norme per il web (su cui si richiede una riflessione più profonda). In sostanza i punti di equilibrio dovevano essere quelli della rettifica documentata come causa di improcedibilità, da pubblicare su richiesta dell’eventuale danneggiato o anche spontaneamente da parte del direttore del giornale interessato; l’introduzione di un giurì per la correttezza e la lealtà dell’informazione, con compiti di conciliazione e a garanzia dei diritti dei cittadini per il ripristino immediato del danno eventualmente riconosciuto per errori o per orrori deliberati di stampa; la riparazione pecuniaria con misura massima determinata (trentamila euro) e calibrata su fattori oggettivi; riforma, in parallelo, dei meccanismi di valutazione deontologica oggi scarsamente efficace, anche per le scorciatoie che una legge del 1963 consente. Nello stesso tempo in cui si chiede responsabilità e ancoraggio severo ai dati di fatto ai giornalisti, vanno protetti con il segreto professionale anche i più deboli, come i collaboratori pubblicisti spesso isolati nelle aree di frontiera e del rischio perfino personale.
Attraverso questa strada, l’eventuale diffamato può avere ristoro, tempo per tempo, di danni subiti a garanzia del proprio patrimonio umano e professionale. Si tratta di una via corretta per “punire” un giornalismo che dovesse risultate fondato su fatti non veri o assunti, per questo, a motivo di attività di disinformazione o lotta contro avversari ideali, culturali o politici. Nessuno sconto perciò a chi deliberatamente voglia fare altro che diffondere notizie di interesse pubblico con lealtà o far circolare libere, diverse, concorrenti opinioni.
Non serve il carcere. Rischia di fare vittime e di punire la libera stampa, ingiustamente. Altrettanto avverrebbe con le sanzioni pecuniarie esorbitanti, che toglierebbero la parola soprattutto ai giornalisti che non possono stare sotto la luce dei riflettori, che non godono di potenza mediatica propria, ai piccoli editori e ai giornali liberi della rete. Sarebbero, tutti questi, strumenti di sostanziale intimidazione, soprattutto per impedire a una stampa libera di controllare i pubblici poteri e coloro che hanno più potere per offrire garanzie di uguaglianza dei diritti a tutti i cittadini, soprattutto a chi non ha voce o è più debole. Chi sa di dover essere sotto la tensione o il giudizio della pubblica opinione, pare, invece, volere a tutti i costi esserne il controllore.
Se dovesse alla fine essere questa la piega delle iniziative assunte per eliminare il carcere dalle pene previste e il reato di diffamazione a mezzo stampa, sull’onda delle reazioni alla condanna a 14 mesi di carcere del direttore del “Giornale”, Alessandro Sallusti, meglio fermarsi lì. Non ci sarebbe neanche la soluzione del cosiddetto “male minore”. Le leggi che chiediamo non sono ad personam ma per la libertà, nella responsabilità, di tutti.
Ai bavagli il Sindacato dei giornalisti si opporrà sempre, qualunque forma, nelle mutazioni possibili, dovessero assumere per legge. Se il Parlamento non può o non vuole fare la legge liberale si fermi. Certo qualcuno dovrà poi spiegare come concilia le grida a favore della libertà di stampa con la voglia di “correggere” e intimidire i giornalisti con bavagli raddoppiati o estorsori.
Fare le cose giuste e per bene in poco tempo si può, visto che ci sono le idee e le proposte. Se si guarda davvero all’interesse del bene comune e a come far compiere al Paese un balzo in avanti nelle classifiche della libertà di stampa nel mondo, basta mezz’ora in ciascuna delle Camere. Il tempo è poco. Domattina il Senato dovrà pronunciarsi e far sapere se e quale strada ha scelto.

* Segretario Fnsi

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