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Sarajevo, la memoria elastica, le religioni

 

La maledizione di Sarajevo 1914. Qualsiasi data scegli per affermare che quella tale guerra è iniziata in quel tale giorno, già esprimi una opinione e non un fatto. Per stare a Sarajevo, la prima guerra mondiale la fai iniziare con l’assassinio dell’arciduca Ferdinando d’Asburgo e sua moglie Sofia da parte di Gavrilo Princip, o un mese dopo quanto ambasciatori col pennacchio cercarono la loro vendetta nei Balcani? O prima, quando l’impero dinastico asburgico portò via la Bosnia all’impero multietnico ottomano? Scegli una data e scegli uno schieramento. E Gavrilo diventa, a tuo piacere, patriota o regicida o semplice occasione. Attorno alla Sarajevo di 20 anni fa, l’opportunismo politico si somma a molta ignoranza dei fatti. Il Comune di Sarajevo -a larghissima maggioranza bosniacca musulmana- ha deciso che l’assedio serbo bosniaco iniziò il 6 aprile del 1992. Dalla Sarajevo scritta in caratteri cirillici serbi -Capajebo- l’inizio della disgregazione e dei massacri nasce col referendum di separazione dalla Jugoslavia voluto dall’islamico Izetbegovic. Nell’Erzegovina croata e cattolica, attorno a qualche presunto santuario, si allevavano già i futuri nuovi crociati combattenti. Ora la comunità internazionale della politica impotente cerca di nascondere le sue vergogne dietro la nobile iniziativa ecumenica della Comunità di Sant’Egidio celebrando il ventennale con la vendemmia. Peccato che allora in Bosnia era già guerra e che Sarajevo era già assediata. La testimonianza di ciò è personale e diretta.

Le finte paci dopo guerre vere. La guerra di Bosnia, uno dei passaggi, il più cruento, della disgregazione jugoslava che ha favorito anche tanti interessi occidentali, aspetta ancora di diventare storia. Relegata per ora alla memoria giornalistica, diventa inevitabilmente cronaca tifosa, spezzettata, ad episodi. Frammento di verità. Libri pochi e in genere troppo autoreferenziali, per l’autore o per la parte in conflitto narrata. Ed oggi, solo editori avari di memoria e sterili di libri. Direttori giornalistici incapaci o estranei alle sofferenze del mondo, che riscoprono Sarajevo soltanto per la visita di alcuni (pochi) potenti della terra. E Balcani rimane così una parolaccia. Anche per le cancellerie, per le diplomazie ricche di promesse e avare di soluzioni, dispensatrici generose di regole per gli altri e taccagne di progetti e di concretezze che sottrarrebbero qualcosa a loro. Solidarietà a gettone con l’inganno incorporato. I cessate il fuoco (gli armistizi) firmati a Dayton che diventano “Paci”. Taroccature di parole che nascondono fatti molto più gravi. Una Bosnia dei “separati” in casa, in attesa della prossima crisi tra le parti su cui incombe le ferite ancora sanguinanti della violenza di ieri. E la formula magica che doveva trasformare i fronti di guerra in banali confini tra regioni amministrative di un’unica Europa ha oggi la consistenza di un miraggio. L’Unione europea vi darà pace e benessere, era la promessa. Oggi, ben che vada, l’Ue ti dà la Bundersbank e le regole di bilancio. E la speranza affidata a un dio, declinato in quattro fedi.

Tante bestemmie nel nome di Dio. Il passaggio al confronto ecumenico delle fedi per superare gli odii laici di ieri. L’idea vola alto. Il passato dice invece altro. Nella Bosnia degli slavi del sud, un parte dei quali, nei secoli dell’impero ottomano, soprattutto la borghesia urbana, aveva deciso, la più comoda conversione all’Islam, mentre altri -soprattutto nelle campagne- avevano scelto di rimanere fedeli agli insegnamenti dei padri. Cristiani e musulmani in difficile convivenza. Ma peggio, litigio antico in casa, tra le due versioni di cristianità. Un balzo indietro tra la chiesa di Roma e quella di Bisanzio. I due Imperi romani a litigare su icone e dettagli: serbi e croati con lo stesso segno della croce, ma fatto con la mano destra o sinistra. Nella Sarajevo della storia c’era anche una numerosa comunità ebraica, le vittime della cristianissima Isabella di Castiglia, accolte dagli infedeli sultani della Sublime Porta. E chi ha conosciuto da vicino quei quattro anni di massacro bosniaco sa che le esibizioni di appartenenza di fede, erano state riesumate dalle cantine della laica Jugoslavia socialista per sottolineare differenze che nella vita comune erano scomparse da tempo, o erano comunque dettagli relegati nella storia. La Sarajevo dell’assedio e della solidarietà nei quattro anni di follia, spartiva equamente morti e preghiere a Dio, senza badare a come ti ci rivolgevi. L’Islam senza veli e la solidarietà restituita, dai tempi di Isabella assassina, da parte della ebraica società di mutuo soccorso “Benevolentia”. Eppure, nel nome di Cristo, si ammazzava di più e meglio.

Ma il Re Ue oggi è nudo. La più grande e vergognosa menzogna del massacro bosniaco è stato il tentativo di definirla una “guerra di religione”. Guerra di potere, di territorio, di dominio personale, come ogni guerra. Con qualche (molti, troppi) presunto ministro di un dio e farsi parte e bandiera di differenze inesistenti che favorivano l’odio da costruire nel sentire comune. Le religioni strumento, fu allora, e la politica del potere sul territorio che le regole se le fa e se le disfa a piacimento. Regola internazionale per la Bosnia lacerata da 100 mila vittime in casa. I confini delle vecchie Repubbliche jugoslave sono intoccabili e voi dovrete convivere per l’eternità, fu la sentenza di Dayton. Poi, qualcuno oltre oceano, decise che potevano esservi delle eccezioni. In Kosovo ad esempio. E quindi la possibilità all’autodeterminazione della stragrande maggioranza di popolazione albanese in quella provincia serba. Ed il problema ora è rimbalzato in Bosnia. Nella Sarajevo dei minareti moltiplicati e delle donne velate, inesistenti prima. La Sarajevo sostanzialmente monoetnica del dopoguerra e l’impossibile dialogo con le altre due comunità costitutive del Paese che non riesce a diventare Stato. Difficile spiegare oggi ai serbi di Banja Luka perché non potrebbero scegliere Belgrado, come fatto all’incontrario da Pristina. Oppure, agli erzegovesi di Mostar di non poter optare per Zagabria. Tutto questo mentre l’Unione europea delle promesse mancate, parla la lingua incomprensibile di spread e di rigore di bilancio in luoghi dove il rigore da superare è quello del riuscire a vivere.

Sempre per rispetto a Dio. Credenti o non credenti hanno l’obbligo di verità rispetto al nobile impegno della creatura comunitaria di monsignor Paglia, vescovo di Terni, e del ministro Riccardi, fondatori di Sant’Egidio. Un bel Confiteor collettivo come premessa di preghiera ecumenica perché, nella Sarajevo dei quattro anni di massacro che ho vissuto io, di uomini di Dio ne ho visto circolare pochi. Non ho memoria di pope o monaci serbi impegnati a predicare la pace, ma li ho visti accanto a Karadzic e Mladic a benedire gli armati. Lo stesso ho visto tra i francescani di Mostar e Medjugorie, predicatori di odio etnico ereditato dalla crociate. Poi gli Imam benedicenti i futuri martiri della guerra agli infedeli accanto alla “legione araba” che portò i primi combattenti della Jihad a Zeniza. Al Quaeda in Europa arrivò allora, in esercitazione-trasferta dall’Afghanistan. E forse, qualcosa di allora è rimasto, ma è argomento fuori tema. Per la parte ebraica, nonostante le durezze israeliane che ho dovuto assaggiare dopo, ho visto l’incredibile e salvifico saldo di gratitudine e soccorso delle minestre, dei medicinali e della comunicazioni radio, offerte a tutta Sarajevo. Anche sul fronte della cristianità latina ho un dovere riscatto, oltre la palude erzegovese. L’eroismo semplice del Cardinale Pulic che ogni domenica mattina sfidava i cecchini raggiungendo la cattedrale in divisa abbagliante. O il vescovo ausiliare Pero Sudar: gran bella testa, con una risposta rimasta in sospeso tra di noi, in occasione della giornata della gioventù in collegamento da Sarajevo assediata con Papa Wojtyla. Quanto c’è di cattolico e quanto di croato in certi atti di fede.

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