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“Paolo ti faremo giustizia!”… e via D’Amelio c’è

 

Palermo si stringe ancora una volta nel ricordo di quanti hanno perso la vita nella lotta contro la mafia e chiama a raccolta da tutta Italia uomini e donne, giunti fin qui per testimoniare la loro volontà di non dimenticare. L’appuntamento del 19 luglio, come da vent’anni a questa parte, si rinnova puntualmente, ma quest’anno via D’Amelio è davvero affollata; adulti e giovani, rappresentanti delle associazioni e delle istituzioni, famiglie intere e forze dell’ordine si ritrovano insieme, in piedi, sotto il palco allestito in fondo a questa via, purtroppo passata alla storia, e dal quale si alternano gli interventi previsti per tutta la giornata. Per espressa volontà dei familiari di Borsellino le corone dei fiori che solitamente certificano queste tragiche ricorrenze sono state respinte al mittente: «No fiori di Stato per stragi di Stato» è uno degli slogan che campeggia sulle magliette stampate per questa ricorrenza.
E proprio le magliette delle Agende Rosse e di Libera, di Addio Pizzo e dei ragazzi che fanno i campi di volontariato sui beni confiscati alle mafie offrono quel tocco di colore e di vita che riempie gli occhi e riesce ad avere la meglio sul nero dell’asfalto e il grigio dei palazzi della via, alcuni dei quali in corso di ristrutturazione, compreso quello dove abitava la madre del giudice e davanti al quale lo stesso venne eliminato con precisione chirurgica.

Qui, vent’anni fa, la gettata di asfalto nero fu sventrata in una domenica pomeriggio dall’esplosivo piazzato nell’autobomba collocata dai killer della mafia. Qui, vent’anni fa, andava in scena una moderna versione dell’inferno dantesco, senza che vi fosse spazio per la poesia ma soltanto per la tragedia.

Qui, vent’anni fa, lo Stato ammainava una delle sue bandiere più autorevoli e rappresentative, lasciando che la mafia colpisse impunemente uno dei pochi in grado di minarne fin dalle fondamenta il potere, perché ne aveva compreso i meccanismi più perversi ma soprattutto perché lasciava intendere che, mai e poi mai, avrebbe tollerato alcun rapporto collusivo tra istituzioni repubblicane e cosche criminali.

Qui, vent’anni dopo, si certifica il cedimento che alcune frange dello Stato hanno dolosamente messo in campo, nel corso di una trattativa indegna che ha mortificato le istituzioni repubblicane e ha legittimato le aspettative di una organizzazione mafiosa, coperta dalle rassicuranti deviazioni operate sull’apparato repressivo e giudiziario. Qui, vent’anni dopo, siamo tutti chiamati a interrogarci sulle responsabilità collettive e individuali, comprese quelle di ciascuno cittadino di questo Paese, nell’opera di denigrazione quotidiana che viene operata nei confronti degli operatori della giustizia, chiamati a dimostrare con il loro operato che la legge è uguale per tutti e non ci sono zone franche. Con fatica e sofferenza, con lucidità e indignazione, oggi si può tranquillamente affermare che tra le cause principali dell’uccisione del giudice palermitano vi sia stata sicuramente la sua indisponibilità assoluta ad accettare una qualsivoglia trattativa con Cosa Nostra.

Dopo vent’anni questa verità, in attesa di essere finalmente certificata in una sentenza della nostra Repubblica, è acquisizione recente dell’opinione pubblica più attenta e sicuramente patrimonio collettivo del popolo radunatosi in via D’Amelio. Le automobili degli abitanti oggi sono state rimosse, proprio per l’occasione della manifestazione che chiude il programma delle iniziative previste per il ventennale della strage in cui caddero il giudice Paolo Borsellino e i suoi cinque angeli custodi. Se la stessa accortezza fosse stata osservata vent’anni fa, oggi noi tutti non saremmo qui sicuramente.

Se vent’anni fa, si fosse accolta la richiesta della scorta di mettere un divieto di sosta permanente in uno dei luoghi che Borsellino frequentava assiduamente in visita alla madre e alla sorella, oggi noi tutti non saremmo qui certamente. Se vent’anni fa lo Stato avesse difeso Paolo Borsellino con la stessa solerzia con cui lo protesse ai tempi del maxiprocesso, “deportandolo” con l’amico e collega Giovanni Falcone all’Asinara, oggi la storia del nostro Paese sarebbe sicuramente diversa da quella che poi è andata prendendo forma, tra tradimenti personali e trattative inconfessabili. Oggi tutti si chiedono se la causa della strage sia stata una mancanza di professionalità e di efficacia da parte degli organismi preposti alla tutela del giudice più esposto d’Italia.

Oppure se tutto quanto avvenne, comprese le evidenti falle nel sistema di protezione, non sia stato piuttosto funzionale alla realizzazione di un deliberato disegno di morte, del quale lo stesso magistrato si era reso sempre più tragicamente consapevole con il passare dei 57 giorni che trascorse dalla perdita dell’amico di una vita fino alla sua morte violenta. Oggi tutti si chiedono se la creazione del falso collaboratore di giustizia Vincenzo Scarantino sia stata prodotta da un’ansia da prestazione volta ad offrire una verità atta a far tacere la pubblica opinione, scossa dall’ennesima ecatombe. Oppure se il terribile depistaggio messo in atto da parte di investigatori, poi promossi ad altri incarichi e ancora attivi oggi, all’infuori di Arnaldo La Barbera eliminato dal cancro, non sia stato piuttosto uno dei tanti frutti amari della trattativa.

Qui, a Palermo in via D’Amelio, s’incontrano nuovamente gli amici di altre battaglie, i compagni di un tempo lontano e vicino, ma s’incrociano anche per la prima volta gli sguardi dei piccoli e dei giovani portati a questo rendez-vous civile dai genitori, dagli insegnanti, delle educatrici provenienti da ogni angolo di Italia. Qui, a Palermo in via D’Amelio, se, solo per un attimo, ti soffermi a pensare quanto tempo sia trascorso senza verità e giustizia per questa come per altre stragi, capisci come la forza del nostro Paese stia proprio in questa capacità di non dimenticare, di fare memoria proprio quando il ricordo nel farsi sempre più struggente rischia di non farsi storia. Qui, a Palermo in via D’Amelio, oggi si respira un’aria pesante e leggera allo stesso tempo.
Un’aria pesante perché su tutti grava il peso dello strappo istituzionale che si è consumato nei giorni scorsi con la richiesta del Capo dello Stato di sollevare conflitto di attribuzioni con la Procura di Palermo davanti alla Corte Costituzionale. Una richiesta rivendicata da Napolitano sia nel messaggio inviato per la cerimonia della mattinata del 19 luglio in Tribunale che nell’incontro del giorno dopo con i giornalisti, durante la tradizionale cerimonia del ventaglio al Quirinale. In molti si chiedono ancora perché accanto al chiarimento avanzato sulle sue prerogative costituzionali, il Presidente non abbia contestualmente invitato i magistrati di Palermo ad andare avanti nell’accertamento della verità ma, solo nei giorni successivi, resosi conto di quanto avvenuto abbia poi cercato di porre rimedio in qualche modo e con scarsa fortuna.

Un’aria che è anche leggera perché il grido disperato di Salvatore Borsellino esploso al culmine del pomeriggio di ricordo – «Paolo ti faremo giustizia!!» – per tutta la folla riunita che replica con un applauso si trasforma subito in parola d’ordine: segno di un rinnovato impegno a difesa dei magistrati attualmente impegnati nella ricostruzione dello scenario delle stragi del 1992/1993 e nella individuazione delle responsabilità penali connesse.

E che la tutela dei magistrati all’opera fosse la priorità il fratello di Borsellino lo ha ripetuto più volte, nel corso delle iniziative di quest’anno: il 18 sera presso la Facoltà di Giurisprudenza, durante la manifestazione organizzata da Antimafia Duemila, la mattina del 19 in Tribunale durante la commemorazione ufficiale dell’Associazione Nazionale Magistrati e, appunto il pomeriggio del 19: «Non siamo qui per ricordare il sacrificio di un magistrato ucciso con i suoi ragazzi, ma per tutelare i magistrati vivi che oggi si battono per verità e giustizia!!».

Ecco perché al centro delle diverse iniziative vi sono state proprio le parole e gli interventi dei magistrati da tempo attivi nella ricerca della verità per i caduti di via D’Amelio: da Antonio Ingroia a Nino Di Matteo, da Nico Gozzo a Roberto Scarpinato, senza tralasciare i contributi di Luca Tescaroli, Leonardo Guarnotta e Giovanbattista Tona, solo per citarne alcuni. Tutti i giudici che si sono spesi in questi ultimi anni sono stati chiamati a portare la loro testimonianza, sia presso la Facoltà di Giurisprudenza che sul palco di via D’Amelio nel giorno dell’anniversario. Sotto i riflettori dei mass media, anche per la polemica a distanza con Marcello Dell’Utri, esplosa nel corso delle giornate del ricordo, Antonio Ingroia ha manifestato la sua soddisfazione per i passi in avanti decisivi fatti nelle indagini sui fatti avvenuti in quei mesi del 1992.

E ha voluto farlo usando una metafora efficace: «Dopo essere stati per anni nell’anticamera, ora siamo entrati nella stanza della verità. Solo che la sorpresa è stata grande quando ci siamo accorti di essere al buio, perché le finestre sono state sbarrate e qualcuno ha provveduto a mettere fuori uso le lampadine. Quindi dobbiamo procedere con le nostre candele, ma arriveremo a far luce nella stanza e ad accertare la verità, questo è il giuramento fatto sulla bara di Paolo e dei suoi agenti». Anche sulla scorta di questa immagine di Ingroia, da parte di tutti gli altri magistrati è venuto l’invito ad accompagnare le inchieste, tanto di Palermo che di Caltanissetta, con una straordinaria mobilitazione civile. La magistratura, si è detto a più riprese, non può arrivare fino in fondo da sola. Serve che una comunità consapevoli accompagni i passi dei giudici e insieme si arrivi a stabilire una verità che regga al vaglio dei tribunali, ma soprattutto della Storia. Non è più il tempo di versioni di comodo, di indagini pilotati e di processi deragliati dal corso naturale delle vicende che devono stabilire.

Da via D’Amelio arriva quest’anno l’invito ad andare avanti e le parole ascoltate da quella folla ora devono precipitare in impegno quotidiano per placare la fame e sete di giustizia delle famiglie e di tutto il Paese. Nel lasciare via D’Amelio e nel pensare con gratitudine al messaggio di speranza che arriva quest’anno, pur tra mille difficoltà, è di consolazione il pensiero che questo popolo, che si raduna per tributare onore e riconoscenza al giudice e ai suoi angeli custodi, è la prova migliore del fatto che Paolo Borsellino, in fondo, la sua battaglia l’ha già vinta. E non è poco. Ora, però, tocca a noi vincere la nostra.

Da LIBERA INFORMAZIONE

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