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Le parole di Abele e Caino

 

No, mai avrei pensato di intervistare per un documentario sulla strage di Bologna, Gelli e Fioravanti. Cosa avrei dovuto aspettarmi da simili incontri? Che mi aprissero gli armadi mettendo in luce misfatti e mandanti? Che mi svelassero sulla via del pentimento quel che nascondono in testa da oltre trent’anni? Incontrandoli, avrei pure dovuto stringergli la mano come si conviene in un incontro qualunque?

Due anni fa invece, di questi giorni, venni a sapere di una signora, una nonna che da tempo scriveva lettere alla nipote, raccontandole quei giorni dell’inferno esplosi nel cuore di Bologna alle 10 e 26 di un giorno d’estate.

La cercai al telefono, proponendole un’intervista per la tv, ma lei disse no, perché sapeva “soltanto scrivere lettere alla nipote affinché prendesse coscienza e tramandasse un giorno ai figli futuri quella strage maledetta, da non ripetersi più”. Mi chiese comunque di andarla a trovare per uno “scambio di parole”.

E così andai. Ricordo, la signora mi accolse sul pianerottolo delle scale con la mano appoggiata sul cuore.

Batteva forte il cuore a Clara Chersoni. Il due agosto di ogni anno, ancora di più. Dopo trent’anni, il ricordo era impresso nella mente e spuntava tra le pareti della sua casa operaia. Come allora, la signora Chersoni viveva nel quartiere Bolognina. Il rosso dei compagni del posto, aveva segnato il passo alle insegne rosse dei negozi, ristoranti e bazar, che han fatto di questo quartiere bolognese una China Town emiliana. Come allora, l’aria era torrida e un ventilatore sbuffava folate di aria calda nella salotto che custodiva il ricordo. Bologna era deserta come trent’anni fa. La mattina del 2 agosto del 1980, Clara Chersoni, infermiera, era di turno all’ambulatorio distaccato sul territorio dell’Ottonello, il reparto psichiatrico dell’ospedale Maggiore di Bologna. C’era poco da fare in quel giorno d’estate. Qualche paziente a ritirare un farmaco per lenire il disagio e nulla più. Insieme a Caterina, una collega infermiera, qualche parola per ingannare il tempo, in quell’ambulatorio di via Bastia, nei pressi di Piazza della Pace. Una denominazione quasi beffarda in quella giornata che si sarebbe rivelata una giornata di guerra, in un giorno qualunque di pace. Nella quiete, si infilò come una lama la sirena di un’ambulanza. Forse qualcuno falciato dal caldo o in un incidente di strada. Poi un’altra sirena e un’altra ancora. Nella stanza dell’ambulatorio irruppero le grida di una ragazza, psicotica, dalle manie di persecuzione che ogni tanto le ghermivano la mente, in un delirio pieno di dolore e d’angoscia. La ragazza, in preda al tormento, rovesciò quel po’ che incontrava in quella fuga senza meta, dicendo di essere inseguita da poliziotti e carabinieri, che di lì a poco l’avrebbero arrestata. “Perché la strada è piena di carabinieri e poliziotti”, urlava la ragazza il proprio terrore.

Caterina e Clara si affacciarono alla finestra e da piazza della Pace, sfrecciavano carabinieri, poliziotti, ambulanze e vigili del fuoco, in un carosello da tempo di guerra. Giunsero le prime notizie. Sulla stazione di Bologna è caduto l’inferno. La radio riferiva di un’esplosione, probabilmente dovuta all’esplosione di una caldaia a gas. Le notizie si accavallavano delineando uno scenario di morti, molti morti e feriti, e di treni sventrati.

L’infermiera Chersoni telefonò ai propri ispettori del Sant’Orsola, mettendosi a disposizione per qualsiasi necessità. Il tempo di sistemare i pazienti in cura all’ambulatorio psichiatrico in un altro luogo protetto, e la donna si sarebbe recata dove le avevano detto di andare. In Piazza della Pace, rotta dal frastuono dei mezzi di soccorso, la signora Chersoni incrociò un paziente in cura da tempo. L’uomo urlava a carabinieri e poliziotti di essere stato lui ad aver fatto scoppiare la stazione di Bologna. La signora Chersoni avrebbe voluto fermarsi per provare a calmarlo un po’, ma non c’era tempo da perdere. In via Saffi, vide sfilare a passo lento un autobus arancione, lenzuoli bianchi ai finestrini in segno di pietà a quel carico di morti che s’intravedeva accatastato sul pianale del bus, oltre le portiere spalancate.

L’infermiera in forza all’ambulatorio psichiatrico, raggiunse il luogo dove le avevano detto di andare a dare una mano. Ai colleghi della clinica dermatologica, avrebbe voluto dire che poco sapeva su come assistere persone dalla carne dilaniata, avendo avuto a che fare da tempo soltanto con i malati mentali. Ma l’infermiera dei pazienti psichiatrici, si rese subito conto che le sue sarebbero state parole inutili di fronte allo scenario di corpi sventrati e bruciati.

L’inferno era piombato su Bologna, in una giornata d’agosto, i feriti nei loro lamenti e i morti tra persone disperate che cercavano tra i morti e feriti, un amico o parente. Una persona si avvicinò a Clara e l’abbracciò per attutire la disperazione, tra il puzzo acre di carni ghermite dal fuoco e da schegge di una bomba. Sì, perché cominciava a serpeggiare la tesi dell’attentato, sconfessando la causa accidentale, ventilata nelle prime ore. No, ben presto si sarebbe compreso che si trattava di un’azione pianificata, in quella folle strategia della tensione in atto da tempo nel nostro Paese.

Qualcuno aveva fatto saltare la stazione con una bomba, in un’azione terroristica vile, infame, scegliendo un orario di maggior affluenza alla stazione, le 10 e 26 di una mattina di agosto.

Al reparto di dermatologia, in attesa di rinforzi, l’infermiera Chersoni, un’altra collega e un medico, passarono la notte a salvare il salvabile, in un reparto dove la lotta era impari, per l’entità del  massacro inferto.

Clara mi disse che mai  avrebbe dimenticato quel ragazzino di tredici-quattordici anni. Il calore dello scoppio della bomba, gli aveva gonfiato la testa come nessuno potrebbe immaginare. Clara lo accarezzò, poi il ragazzino morì liberando la propria agonia sulla scia dei morti.

La signora Chersoni, da quel giorno di trent’anni prima, aveva conservato nella mente di ogni giorno quel ragazzo dilaniato alla stazione. “Era lì di passaggio, per prendere un altro treno che l’avrebbe portato verso Riola di Vergato, dalle parti di Porretta, per visitare la chiesa progettata da Alvar Aalto. Era un giovane inglese, venuto apposta dall’Inghilterra”, – sospirò Clara Chersoni nella sua Bolognina, la China Town emiliana -, che “cresce sempre più ”.

La pensionata Chersoni guardò negli occhi la nipote. Valentina, due anni fa, tredici anni. La nonna sfiorò i capelli della nipote, “la Valentina”, e mi guardò dritto negli occhi: “Mi sono accorta che anche qui a Bologna, si è persa l’abitudine di parlare tra noi. Non ci parliamo più. Allora, ho pensato di lasciare a Valentina l’eredità più grande, che è la parola. Regalerò le mie parole alla Valentina finché potrò”.

E a Valentina, la signora Chersoni, da tempo scriveva delle lettere. Tra queste una lunga lettera dalla grafia incerta, eppure con la solennità di un testamento. “Cara Valentina, questa che ti racconto è la tragedia che ha colpito la stazione di Bologna il 2 agosto del 1980, alle 10.26. [….] Tua nonna lavorava all’ambulatorio dell’Ottonello. Poi corse a dare una mano[….] . Non dimenticare quegli 85 morti e gli oltre 250 feriti. Batti i pugni, in ogni occasione, per la verità. Non dimenticare e racconta un giorno ai tuoi figli. Non potrò che lasciarti l’invito alla dignità. Tua nonna, Chersoni Clara”.

Ecco, no, per un doc sulla strage di Bologna mai e poi mai avrei osato chiedere interviste a Fioravanti e Gelli. Convinto infine che la giustizia, dopo aver sancito verdetti e sentenze, difficilmente riuscirà a districare il mistero della pagina orrenda che ha massacrato una ottantina di persone e ne ha ferite duecento e più, colpendo nella mente e nell’anima la collettività intera. Che chiede da anni giustizia. E prima poi si provvederà ad attuare la legge varata nel 2007, per l’abolizione del segreto di stato? E per quanto tempo ancora durerà l’attesa dell’applicazione della legge del 2004 finalizzata ai risarcimenti nei confronti delle vittime del terrorismo?

Matteo Pasi, giovane reporter, autore del doc “Un solo errore”, il giorno della strage del 2 agosto del 1980 aveva un anno o due. Probabilmente è cresciuto con il desiderio di conoscere quei misteri che mutilarono la sua terra, in una strage infame e maledetta. Circondato da coetanei che per lo più poco sanno di quel giorno, ha voluto  metterci le mani intervistando pure Gelli e Fioravanti. Gelli ha sputato affermazioni aberranti. Fioravanti, secondo Matteo, avrebbe detto frasi per quanto riportate, nauseanti.

La signora Chersoni in quella strage di 32 anni fa, non ha perso parenti, vicini o lontani. Tra quei morti non conosceva nessuno, neppure tra i feriti. Ma quel ragazzo inglese, di passaggio alla stazione di Bologna in attesa di un treno per Riola di Vergato, dove voleva visitare la chiesa progettata da Alvar Aalto, che morì tra sue le braccia, sarebbe divenuto un suo figlio per sempre.

Tutti i morti e i feriti della strage di Bologna saranno per sempre i figli perduti di Bologna.

Già, nessuno tocchi Caino, ma la signora Clara Chersoni nel tempo ha scritto lettere a Valentina, raccontandole quei giorni di strage, affinché nessuno dimentichi.

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