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Matteo Messina Denaro, una latitanza che non si “arresta”

 

Un giorno potrebbe esserci un processo a proposito della mancata cattura dell’attuale super latitante della mafia trapanese, Matteo Messina Denaro? Un processo che potrebbe essere la replica di quello in corso a Palermo per la mancata cattura di Bernardo Provenzano e dove è imputato il generale dei carabinieri Mario Mori? Domande d’obbligo da quando nel giro di pochi mesi sono venuti fuori fatti che fanno pensare a qualche “manina” che, provvidenzialmente, ha fermato indagini in corso per arrivare al nascondiglio del boss belicino, uccel di bosco dal 1993, 19 anni esatti.

All’esito di una recente operazione antimafia messa a segno nell’agrigentino ha fatto gran clamore l’intervento carico di ira messo nero su bianco dal procuratore aggiunto della Dda di Palermo, Teresa Principato. Il blitz ha condotto in carcere un professore, Leo Sutera, che aveva un rapporto “epistolare” – scambio di “pizzini” – con Matteo Messina Denaro, “uomo-cerniera” tra le mafie trapanesi ed agrigentine che si muovono nell’orbita di Messina Denaro. Secondo il procuratore Principato se Sutera non fosse stato preso, poteva essere utile per arrivare al latitante.

Cronaca a parte, facendo un semplice esercizio di memoria si scopre che non è la prima volta che ciò accade e che cioè un blitz eseguito con la misura del fermo di polizia emesso per emergenze investigative direttamente dalla Procura, avrebbe causato “danno”. Appena due anni addietro quando a Trapani fu eseguita l’operazione “Golem 2”, ci fu il sospetto che quella cerchia di soggetti più vicini al boss latitante, a cominciare dal fratello Salvatore Messina Denaro e dal cognato, Vincenzo Panicola, se ulteriormente controllata poteva svelare segreti e movimenti utili alla cattura, i poliziotti avevano scoperto il sistema di comunicazione del latitante, individuati erano stati i tempi dei periodici invii dei “pizzini” forse sarebbe bastato attendere il maturarsi dei tempi, per la consegna dei nuovi “pizzini” per arrivare a scoprire il covo.

A Palermo, invece, negli uffici dei pm sarebbero giunti pressioni altolocate, romane, da uffici del Viminale, e così il blitz scattò e la possibilità di avvicinarsi ancora di più al latitante venne interrotta. E ancora, dalla famosa indagine sulle “talpe” al Palazzo di Giustizia di Palermo, dove furono indagati e condannati due eccellenti come i marescialli Giuseppe Ciuro, della Dia, e Giorgio Riolo, del Ros. Furono svelati particolari importanti sulle strategia di ricerca. C’è poi una storia finita quasi nel dimenticatoio, emersa da una indagine dei carabinieri trapanesi, denominata “Hiram”, sui rapporti tra la mafia e massoneria, terreno fertile sul quale è cresciuta storicamente Cosa nostra trapanese. Un’indagine che portò i militari a fare perquisizioni anche presso lo Sco, il servizio centrale operativo della Polizia, tra i soggetti indagati, e condannati, una poliziotta Francesca Surdo che avrebbe avuto possibilità di accedere ai fascicoli più riservati dello Sco.

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