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Caso Aldrovandi: la cassazione decide, giovedì la sentenza definitiva

 

Federico Aldrovandi tra meno di un mese avrebbe compiuto 25 anni. Ne aveva da poco compiuti 18 quando se ne andò, all’alba del 25 settembre del 2005, “deceduto durante un controllo di polizia”, come riportarono allora i verbali della questura e come scrissero per mesi gli organi di informazione. Se quel giorno Federico non avesse incontrato in un parchetto di via Ippodromo a Ferrara Enzo Pontani e Paolo Pollastri, Paolo Forlani e Monica Segatto,  poliziotti componenti delle pattuglie Alpha tre e Alpha 2, oggi sarebbe ancora vivo. Così hanno scritto le sentenze di primo e secondo grado, che hanno condannato i 4 agenti a tre anni e sei mesi per eccesso in omicidio colposo. Federico è morto per uno shock cardiaco, provocato dallo schiacciamento del torace, sottoposto alla pressione delle ginocchia degli uomini in divisa. Anche questo hanno provato e detto le perizie e i processi. Il 21 giugno, giovedì prossimo, la IV sezione della Corte di Cassazione è chiamata a chiudere definitivamente un percorso giudiziario lungo, amaro, emblematico, ma che comunque tra ritardi e contraddizioni una parziale giustizia l’ha fin qui portata. Restano buchi neri su quello che realmente successe, in particolare che cosa scatenò il furioso pestaggio durato mezz’ora contro il ragazzo. Per colmare queste lacune oggi restano solo fondate ipotesi, che aggravano la realtà dei fatti, ma la giustizia ha bisogno di prove certe e di testimonianze, che in questo caso mancano e sono ridotte al minimo: unica testimone oculare  fu una signora camerunense, Anne Marie Tsague, allora in attesa del rinnovo del permesso di soggiorno. Perchè subito dopo la morte di Federico le indagini non furono fatte, anzi vennero occultati i manganelli rotti, nessun rilievo sulle auto della polizia e sull’asfalto, i genitori di Federico furono informati  oltre quattro ore dopo la morte del figlio, i verbali “furono scritti a quattro mani dagli agenti intervenuti” (vedi motivazioni sentenza primo grado), non furono disposti controlli telefonici o esami medici sugli stessi poliziotti. L’inchiesta scattò  mesi  più tardi  quando il quadro probatorio era già stato ampiamente inquinato. Per questo non fu possibile contestare un reato più grave, omicidio colposo, pena massima 5 anni, e già fu una vittoria arrivare ad un processo e ad una condanna, seppur simbolica. Per questo Federico Aldrovandi  è stato ucciso due volte, la prima dagli autori materiali, la seconda da chi ha depistato e ha coperto i responsabili.

La tragedia di Federico, oltre al dramma che “uccide senza apparente motivo un giovane in un città civile”, è diventata il simbolo di chi lotta per affermare i propri diritti, di chi chiede allo Stato trasparenza e democrazia, di chi vuole che il Ministero dell’Interno  quando  suoi uomini commettono reati si ponga al fianco  delle vittime e non al servizio della  cieca e incondizionata difesa di un corpo inteso superiore e al fuori della legge. I quattro agenti condannati fino ad ora da due gradi di giudizio, sono regolarmente al loro posto di lavoro, mai  sospesi nemmeno per un giorno, solo inizialmente trasferiti in altre questure, qualcuno rientrato in attività a Ferrara. In ciò Genova e Ferrara sono tremendamente vicine, per questo ai nomi di Federico se ne possono accostare tanti altri, vittime vere o sospette, casi successi prima e dopo, con modalità e responsabilità penali diverse e da accertare, ma tutti uniti dal comune denominatore dell’insabbiamento e della negazione a prescindere delle responsabilità istituzionali.  Questa battaglia di civiltà oggi porta i nomi di alcune donne, non sono persone straordinarie, sono solo madri, figlie, sorelle che hanno   la forza, raccolta da un grande cuore, di  trasformare un dolore privato “a cui non si sopravvive” in una battaglia pubblica per la democrazia. Queste donne si chiamano  Patrizia, Domenica, Ilaria, Lucia. Giovedì ci saranno tutte nell’aula  della IV sezione della Cassazione,  una presenza che testimonia la volontà  di chi non si arrende nemmeno e soprattutto quando gli imputati sono rappresentanti  dello Stato. Noi di articolo 21 ci saremo, al loro fianco, per poter ricordare nuovamente  senza incorrere in querela  che “E’ stato ucciso un ragazzo”.

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