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Terremoto in Emilia. La discontinuità necessaria

 

Il 12 dicembre dell’anno scorso è stato presentato all’Accademia Nazionale di S. Luca a Roma un densissimo volume di Emanuela Guidoboni e Gianluca Valensise,  edito da Bononia University Press, Il peso economico e sociale dei disastri sismici in Italia negli ultimi 150 anni ( 1861 – 2011).
Un libro straordinario perché, per la prima volta, vi sono raccolti, sintetizzati,  interpretati con metodologia scientifica dati documentari quantitativi, e non solo basati su stime, sulle  conseguenze  negative di simili fenomeni.
Dalla lettura del libro esce ulteriormente rafforzata la convinzione che l’unica strada per ridurre, se non proprio azzerare, le perdite in termini economici e ( ancora più importante) in termini di vite umane è costituita dalla prevenzione, cioè da tutte quelle operazioni che servono a mettere in condizioni di sicurezza gli edifici e, di conseguenza, chi vi abita.
Il riconoscimento di tale necessità non è nuova, e mi limiterò qui a citare gli studi e la mostra che 30 anni fa, a pochi anni dal disastro friulano, l’Istituto Centrale del restauro dedicò alla Protezione del patrimonio monumentale dal rischio sismico.

Inutile dire che l’iniziativa ebbe un riscontro scarso, se non nullo, a cominciare dal competente Ministero dei Beni culturali ( di cui l’Istituto faceva e fa parte), tanto che al Direttore Giovanni Urbani, che, oltre a pensarla, ne aveva anche  fortemente voluto la realizzazione, non restò che dare le dimissioni, tanto più che precedenti, analoghe iniziative avevano avuto lo stesso esito.
Naturalmente, allora e ora, l’obiezione principale è quella della insostenibilità della spesa totale, come se un’operazione così vasta e complessa dovesse potersi concludere nello spazio di un bilancio annuale … e come se non fosse sotto gli occhi di tutti la durata infinita ( con aumento esponenziale dei costi) di quelle che vengono pomposamente chiamate “ grandi opere” !

Ma qual’ era allora il costo stimato per interventi di messa in sicurezza del patrimonio monumentale dell’intero nostro Paese?
2.700 miliardi di vecchie lire, ben lontane ( pur tenendo conto che, nel frattempo, proprio per mancato intervento, sono sopravvenuti nuovi disastri e la lira si è deprezzata) dai 650 miliardi di euro che – secondo stime non casualmente fatte circolare al momento della decisione di trasformare L’Aquila in una serie di new town –  sarebbero stati necessari per ricostruire  l’ennesima vittima del terremoto.
Non so se risponde al vero l’intramontabile clichet secondo il quale il cuore degli Italiani si mostra al suo meglio proprio nelle disgrazie: credo però sia esperienza di tutti che ad alcuni, anzi a tanti dei nostri connazionali, in simili occasioni il cuore ( e non solo il cuore …) si ingrandisce in misura incontenibile, tanto che ( come è successo all’Aquila) arriva ad  esprimersi in risate d’allegria.

Abbiamo letto su alcuni giornali che, non avendo il sisma in corso in Emilia-Romagna investito monumenti o centri urbani di particolare pregio, non sarà facile ottenere dalle autorità competenti quell’attenzione anche in termini di risorse economiche che invece sarebbero state normali in presenza di grandi città storiche, specie se attrattive dal punto di vista turistico. Chi così ragiona, sottovaluta il valore sociale dell’ambiente fisico in cui siamo nati e cresciuti e la cui perdita o alterazione può procurare gravi patologie psichiche.
E’ quello che risulta da indagini recentemente condotte dal “ Centro ricerche e studi psicodiagnostici” di Roma e a chi scrive per averne avuto diretta esperienza in occasione del sisma del ’68 nella Valle del Belice, quando il paesino di Poggioreale venne integralmente trasferito e ricostruito, secondo criteri da post-modern, alle spalle di una piazza alla De Chirico progettata da Paolo Portoghesi in prossimità dello snodo stradale. Conseguenza: almeno il 15-20% della popolazione risultò affetta da seri problemi psichici, prima sconosciuti.

Inutile sottolineare come, in un momento di crisi diffusa come l’attuale, l’impatto con questi problemi sarebbe ancora più grave di allora e che pertanto non possiamo non aspettarci dall’attuale Governo segni inequivocabili di discontinuità rispetto alla recente ( e ancora drammaticamente irrisolta) esperienza aquilana.
Esistono infatti tutte le condizioni necessarie affinchè tale svolta si realizzi: la strumentazione giuridica- amministrativa, le professionalità ( non a caso l’Italia viene considerata in tutto il mondo la patria del restauro), le esperienze operative, proprio alla luce di quanto fatto in occasione del sisma del Friuli e dell’Umbria e delle Marche e volutamente ignorato dalle competenti autorità in occasione del sisma dell’Aquila.

Un’attività di diffusi interventi preventivi sul territorio nazionale, oltre che laddove i danni sono già avvenuti, avrebbe oltretutto il vantaggio non piccolo di innescare un volano occupazionale più aderente alle esigenze delle singole comunità di quanto non possano esserlo le “grandi opere” prefigurate dal ministro dello Sviluppo economico e le cui rilevanti risorse andrebbero stornate proprio in direzione della prevenzione dei disastri che sempre più frequentemente colpiscono il nostro martoriato Paese.

A due condizioni:
– che il coordinamento e la direzione delle operazioni siano affidati a veri esperti ( e, ovviamente, la realizzazione a mano d’opera specializzata, eventualmente aggiornata o formata allo scopo)
– che le procedure di assegnazione dei lavori rispondano a regole di rigorosa trasparenza e sui risultati vengano effettuati reali controlli

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