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Il 25 aprile con i Radicali. Prendiamoci cura della salvaguardia della democrazia

 

25 esponenti religiosi, 59 associazioni, 87 tra dirigenti e rappresentanti di istituzioni, partiti politici e associazioni, 10 garanti dei diritti dei detenuti, 13 direttori penitenziari, 4 medici penitenziari e operatori, 18 rappresentanti sindacali, 34 intellettuali e artisti, 34 tra giornalisti e testate, 51 deputati, 34 senatori, 30 consiglieri regionali e 23 provinciali, 131 consiglieri comunali, 24 tra sindaci e comuni, 17 docenti universitari, 38 avvocati. Questi sono i numeri di coloro che hanno formalmente aderito alla “Seconda marcia per l’amnistia, la giustizia e la libertà” del 25 aprile, festa della Liberazione, promossa dai radicali italiani.

Tra i primi firmatari compaiono: Rita Levi Montalcini, Rudra Bianzino, Ilaria Cucchi, Lucia Uva. Eppure, poco o per niente si parla sui media italiani di questa iniziativa voluta per chiedere al Parlamento un impegno concreto e solerte, adeguato ad affrontare le drammatiche condizioni in cui versano la giustizia e le carceri nel nostro Paese. “Il muro del silenzio è tale che persino coloro che hanno aderito non conoscono l’entità delle adesioni che stanno arrivando, che abbiamo costruito in mesi di lavoro”, ha detto Emma Bonino in un’intervista rilasciata a Radio Radicale. E ha proseguito: “A promuovere la marcia è una base sociale vera, che non è fatta solo da tutti coloro che lavorano nelle carceri o con la giustizia. La rete che si muove sulla parola d’ordine ‘amnistia per la repubblica, democrazia e libertà’ è un punto di riferimento essenziale, ampio, perché continuiamo a pensare che senza legalità non c’è democrazia. E questo è uno degli elementi della putrefazione, ed il silenzio della televisione e dei giornali ne è l’ulteriore prova”.

Oggi ancora più di sei anni fa, dalla prima marcia indetta nel Natale del 2005, si tratta di una delle più grandi questioni sociali in Italia, fonte continua di condanne – ripetutamente sin dal 1980 – da parte delle Corti di Giustizia europea e internazionali, per violazione dei diritti umani fondamentali, ricordano i promotori Radicali. Questa marcia mette insieme mondi apparentemente lontani ma uniti da un obiettivo comune, quello di intervenire con “prepotente urgenza” – per usare l’espressione coniata dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione dell’incontro  al Senato del luglio 2011 – sul tema carceri e giustizia. Da Maria Bonafede, moderatora della Tavola valdese a don Luigi Ciotti, dal regista Carlo Lizzani al filosofo Gianni Vattimo: sono molte le firme eccellenti che mettono insieme religiosi, filosofi, intellettuali, artisti, giornalisti, associazioni, direttori di penitenziari, sindacalisti, professori universitari. Un tema che appassiona e unisce: salvare la nostra democrazia e la legalità, difendere i diritti umani.  “Ormai è una quotidiana carneficina – ricorda Valter Vecellio, direttore di Notizie Radicali –, una strage. Di detenuti che si sono tolti la vita, di altri che hanno cercato di farlo e sono stati salvati dalla polizia penitenziaria; altri ancora sono morti per la mancata assistenza: stavano male, le loro condizioni erano incompatibili col regime carcerario, li hanno lasciati in cella, sono morti. Di queste morti – rileva Vecellio – la classe politica, salvo rare eccezioni, non sembra saper e volersene fare carico; non la sente come sua responsabilità. E questa dismissione di responsabilità è una gravissima responsabilità”.

Alcuni dati significativi: 66.900 detenuti stipati in 44.500 posti; 7000 agenti mancanti; solo nel 2011 all’interno delle nostre carceri si sono verificati 186 decessi, di cui 66 suicidi: in Italia ci sono 10,24 morti violente in carcere ogni 10.000 detenuti, mentre  negli Stati Uniti il 2,55%. “Nelle carceri italiane – ricorda la deputata Radicale eletta nelle liste del Pd Rita Bernardini – le morti violente accadono con una frequenza addirittura quattro volte maggiore rispetto a quanto avviene nei famigerati penitenziari americani, inoltre, negli ultimi dieci anni, anche 80 agenti penitenziari si sono tolti la vita”. 27.251 sono i detenuti che soffrono una vera e propria carcerazione preventiva. Di questi, ben 13.625 sono in attesa del primo giudizio. I detenuti stranieri poi sono davvero tanti: 24.200 su 69.900, ossia il 36,2%. Molti di loro grazie al “reato di clandestinità”: non perché colpevoli dunque ma perché privi di denaro per potersi pagare gli avvocati o semplicemente perché non in grado di poter parlare la lingua italiana.

Dare la propria adesione alla Marcia del 25 non è solo aderire alla proposta Radicale per l’amnistia, ma prendersi cura della salvaguardia della democrazia. E dopo aver aderito, partecipato, consiglio di andare a vedere al cinema il film “Diaz”, crudo, violento, sincero, sia per chi c’era, a Genova, sia per chi non c’era. Diceva Pasolini: “I film sono una forma diversa di comunicazione, altrettanto reale ma diversa da quella scritta. Per questo ho deciso di dedicarmi all’arte cinematografica. Quando ci fermiamo a pensare o sogniamo, il nostro cervello realizza veri e propri piccoli film, dove dentro mettiamo la verità dei nostri sentimenti. I piccoli film che noi creiamo ci aiutano a rendere più comprensibile la realtà”. Speriamo dunque che qualcuno decida in futuro di realizzare un film sul tema carceri in Italia, è ora che si prenda consapevolezza anche di questo.

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