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Diaz. C’è ancora tempo per rompere il “muro del silenzio”

 

Diaz, un film più di un film: un’occasione per ricordare, per non dimenticare cosa è accaduto. Ma, soprattutto, per riflettere su due aspetti: la violenza (istituzionale e di piazza) e su cosa c’è “sotto una divisa” e nella cultura di chi comanda le forze dell’ordine. A livello “tecnico” e di indirizzo politico, due aspetti
strettamenti correlati. Per potere riflettere anche sul giudizio e analisi
del quadro politico di quei giorni e di quelli seguenti.
Di come, mesi prima, a Napoli, con un governo di centrosinistra ci furono
le prove generali del metodo di “contenimento” della piazza, nel silenzio
(quasi) generale e con le procedure di addestramento delle forze
dell’ordine che sarebbero state impegnate a Genova,  già in corso: anche
qui nel silenzio (quasi) generale.

Lo dico da testimone e cronista della notte “della Diaz” e dei giorni di
Genova del 2001, per l’essere stato con il collega Attilio Lugli
(presidente dell’Ordine dei giornalisti della Liguria), poche ore dopo i
fatti, a portare alcuni testimoni in Procura quando ancora il tema era
“associazione a delinquere” per gli arrestati e pestati.

Come per Bolzaneto dove fu il collega genovese Marco Preve de la
Repubblica a sollevare il primo velo su un altro capitolo della violenza
del G8, violenza variamente connotata. Le verità giudiziarie sono spesso
diverse da quelle storiche, Diaz con un altro film, Blac Block, è
importante. Ma manca una riflessione e in un film non è facile da
realizzare, come difficile è provare a fare un libro (ci abbiamo provato,
ma è rimasto un tentativo isolato), sulla gestione dell’ordine pubblico, i
conflitti sociali e di piazza, la violenza della piazza e sul cosa c’è
dentro a una divisa a vari livelli.

Dal poliziotto semplice (non uno che abbia parlato) al massimo dirigente.
In polizia, carabinieri, guardia di finanza e forestale (sì c’erano anche
loro nel 2001), in questi anni, dal dopo riforma della polizia, dei
carabinieri IV Arma, cosa è cambiato e cosa è successo? Perché De Gennaro
è passato attraverso diversi governi di diverso colore, sempre nel suo
ruolo? Perché prima del G8 di Genova, alcuni mesi prima, a Napoli ci
furono le prove generali di metodo e merito della gestione dell’ordine
pubblico? Perché a “sinistra” o nel paese delle cosiddette anime belle si
è taciuto per mesi, sino al disastro genovese?

Un tema scomodo, poco valutato a sinistra se non nel demenziale tentativo
di rincorrere la destra sui temi della “sicurezza”.
Ho visto altri film (Acab e altri) sulla “polizia” e, francamente, li ho
trovati deludenti.

Ma che “c’azzecca” con la Diaz dirà qualcuno. C’entra, eccome. Ho seguito
dieci anni di indagini,dopo i fatti, per lavoro e da cronista, sulla
vicenda g8 genova 2001. I lati oscuri e irrisolti sono ancora molti, anche
sul fronte di chi era schierato con anime e motivazioni diverse sul fronte
che, genericamente, riassumo come no global. I media, quantomeno una
parte, molti colleghi, molti free lance hanno fatto davvero il loro
lavoro, con difficoltà. Ma con onestà intellettuale. Ricordo un fatto,
emblematico: a indagini in corso, nei primissimi tempi dopo i fatti, venne
presentata una denuncia contro vari giornali per diffusione di notizie
false e tendenziose. Archiviata dopo mesi. Questo per dire del clima di
ieri e di oggi.

E del tentativo di liquidare come una mera questione di ordine pubblico
quello che, a volte, è un pesante conflitto sociale. Il G8 2001 ha
cancellato più di una generazione dalla politica.
Ma siamo in terribile ritardo, come persone sensibili su questi temi, su
quelli dei diritti e dei doveri, nell’affrontare e cercare di vedere cosa
c’è sotto e dietro ad un uomo, donna, in divisa. E perché agisce così,
perché viene indotto ad agire così, perché gli viene inculcata una cultura
di un certo tipo oppure perché l’accetta. Nel libro che anni fa abbiamo
cercato di fare (Ripensare la polizia: ci siamo scoperti diversi da come
credevamo di essere) e ripreso da Lucarelli nella sua indagine tv (Ci
siamo scoperti diversi da come credevamo di essere) a parlare e dire
questo era una (oggi) ex funzionaria di polizia. All’epoca parlo ancora da
poliziotto, caso più unico che raro.

Non lasciamo questo mondo, quello delle cosiddette forze dell’ordine (o
del disordine come anche accade) esclusivo patrimonio di una cultura, di
un interesse conservatore, di destra, di una cultura che indica in chi sta
in piazza a rivendicare lavoro, diritti, case da ricostruire dopo un
terremoto, i ragazzi ultrà da stadio (fenomeno di cui noi sui media
scriviamo spesso senza mai essere andati a fare una trasferta con loro o
avere provato a capire o quantomeno conoscere cosa sono) sempre e solo
come un avversario, un nemico.

Colpe noi che siamo stati in mille piazze per mille manifestazioni ne
abbiamo e certi casini che abbiamo combinato non possiamo (non dobbiamo)
nasconderli. Diaz aiuta a discutere, quel piccolo nostro libro era stato
un tentativo. Vediamo se riusciamo a non regalare il mondo della
“sicurezza” a chi ne fa un uso distorto. Rompere, anche 11 anni dopo, il
muro di silenzio da parte anche di un solo poliziotto, carabiniere, etc
sarebbe un successo. Enorme visti gli 11 anni di silenzio totale, di
minima testimonianza da parte di quel mondo. Dove qualche amico,
conoscente, parente, lo abbiamo probabilmente tutti. Non mi illudevo il
mattino dopo la Diaz quando portammo due colleghi (uno francese, uno di
Roma) in procura per denunciare l’accaduto e portare una prima
testimonianza documentale. Non mi illudo oggi. Ma vale la pena di provarci
ancora? Io dico di sì.

L’autore è giornalista e segretario Associazione Ligure dei Giornalisti/Fnsi

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