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Contro la crisi ci vuole meno crescita e più cultura umanistica

 

L’imperativo della crescita nell’era della globalizzazione, la necessità di  “misure drastiche e impopolari” da parte dei governi delle cosiddette  democrazie occidentali per far fronte ai “falchi” del deficit che si aggirano  tra i mercati finanziari e allontanare lo spettro del fallimento delle  economie, il mantra della “flessibilità” cruciale per attrarre investimenti,  rilanciare lo sviluppo e rendere le economie più competitive.

Questo è ciò che  leggiamo, quotidianamente, sui giornali come spiegazioni valide ed attendibili,  da parte di economisti, giornalisti  ed esperti di politica economica di turno,  che dovrebbero aiutare a sbrogliare l’intricata matassa delle informazioni che  giungono ai cittadini al fine di permettere di relazionarsi con il mondo che li  circonda e dare un senso al presente ed alle prospettive future.

Ma “i cittadini non possono relazionarsi bene alla complessità del mondo che  li circonda soltanto grazie alla logica e al sapere fattuale. La terza competenza del cittadino, strettamente correlata alle prime due, è ciò che chiamiamo immaginazione narrativa! Vale a dire la capacità di pensarsi nei  panni di un’altra persona, di essere un lettore intelligente della sua storia,  di comprenderne le emozioni, le aspettative e i desideri. La ricerca di tale  empatia è parte essenziale delle migliori concezioni di educazione alla  democrazia, sia nei paesi occidentali sia in quelli orientali. Buona parte di  essa deve avvenire all’interno della famiglia, ma anche la scuola e addirittura  il college e l’università svolgono una funzione importante. Per assolvere a  questo compito, le scuole devono segnare un posto di rilievo nel programma di  studio alle materie umanistiche, letterarie e artistiche, coltivando una  partecipazione che attivi e perfezioni la capacità di vedere il mondo  attraverso gli occhi di un’altra persona”.

Questa lunga citazione è tratta dal saggio di Martha Nussbaum (nella foto) “Non per  profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica”. La tesi  fondamentale sostenuta dalla filosofa statunitense che insegna Law and Ethics  all’Università di Chicago, è che l’istruzione e la formazione di ogni singolo  cittadino sono tra i fattori più importanti dello sviluppo di una intera  economia. Massima esponente del filone dell’”economia della felicità” insieme ad Amartya  Sen, è una donna che pone al centro della sua riflessione filosofica la  necessità di un progetto di educazione nazionale come condizione indispensabile  per far avanzare il processo di sviluppo di un Paese.

La Nussbaum, nel suo recente libro “Creare capacità”, ci spiega, inoltre, come  liberarci dalla dittatura del Pil, dove i singoli cittadini sono esclusivamente  assoggettati alle leggi pure e semplici dell’economia: il Pil pro capite non è  ormai più in grado di rappresentare un buon misuratore rispetto ai molti  fattori che concorrono a creare sviluppo ed è per questo che la professoressa  propone un nuovo approccio di sviluppo umanistico, lo “Human Development  Approach, noto anche come “Capabilities Approach” che si concentra invece su  quello che i componenti di una popolazione sono capaci di fare e di essere,  veramente. Si tratta di un nuovo paradigma che concentra l’attenzione su ogni singolo  cittadino e sulle opportunità di cui dispone realmente in termini di  educazione, istruzione, diritti, salute e longevità.

Sono questi i fattori che, insieme, ci offrono il vero stato di salute e benessere di un Paese, dice la Nussbaum. E come possono le istituzioni nazionali sviluppare le capacità dei loro cittadini? Ecco la ricetta della filosofa: “le capacità di ognuno di noi consistono in competenze non già innate ma sviluppate nel corso del tempo, sono il risultato del sistema di educazione nazionale. L’educazione dovrebbe sviluppare non soltanto competenze utili sotto il profilo economico, ma anche abilità come il pensiero critico, la capacità di immedesimarsi nella situazione degli altri, la comprensione dell’economia globale e della storia del mondo. Infine, c’è un’altra sfera delle capacità da creare secondo la filosofa statunitense: parlo di capacità combinate, e sono più che competenze: vale a dire opportunità reali che esistono esclusivamente quando il governo e il sistema legale di una nazione le rendono concretamente possibili e permettono davvero agli individui di scegliere come agire”.

La Nussbaum si riferisce alle reali occasioni di impiego, alle leggi che tutelano i lavoratori da ogni tipo  di discriminazione e sfruttamento nei luoghi di lavoro, alle norme che  proteggono e salvaguardano la salute e la sicurezza dei cittadini, alle  disposizioni in materia di qualità ambientale.

Paolo Cacciari ha scritto su questo giornale on line che “la crescita è il nuovo falso mito e tutti sanno
in cuor loro che non ci potrà più essere (almeno in questa parte del mondo e nelle misure promesse), ma oramai è intesa e funziona come fattore sociale disciplinante: se non lavori di più a più buon mercato e con meno tutele sei nemico dell’“interesse generale”. La crescita è il nuovo patriottismo che dovrebbe mobilitare le masse nella guerra competitiva tra le diverse aree economiche del pianeta globalizzato dal capitale finanziario”.

Bisognerebbe, allora, indirizzare gli individui verso un nuovo approccio non  più orientato solo dalle logiche della cultura mercatista, ma che abbia invece  davvero cura della complessità attuale così come dell’interesse generale: un  nuovo modello di società dove la dinamicità è data dalla capacità delle  politiche pubbliche di saper valorizzare i singoli individui attraverso sistemi  scolastici ed educativi che diano nuovo slancio alla collaborazione e  cooperazione tra discipline umanistiche ed economiche, dove la coesione sociale  sia davvero un elemento fondamentale per la democrazia e lo sviluppo, pena un occidente che sfiorisce tra democrazie morenti. Non è utopia.

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