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E ora le opere per la fase due

 

Nella lunghissima conferenza stampa da Palazzo Chigi, con Monti, Fornero,Camusso, Bonanni e Marcegaglia, il presidente ha ricordato che il tema centrale che affanna gli italiani, quello dello sviluppo, sarà affrontato anche a partire dal grande piano delle opere pubbliche.Nella lunghissima conferenza stampa da Palazzo Chigi, con Monti, Fornero,Camusso, Bonanni e Marcegaglia, il presidente ha ricordato che il tema centrale che affanna gli italiani, quello dello sviluppo, sarà affrontato anche a partire dal grande piano delle opere pubbliche. Per le quali – ha detto – “La dottoressa Camusso ha già espresso il parere favorevole della sua confederazione alla Tav”. Non credo si possa parlare di zuccherino per indorare la pillola dell’articolo 18, così unitario e intimo essendo il rapporto tra mercato del lavoro e sviluppo, e non esauribile nel cambiamento delle norme relative a quel mercato. Sicché lo stesso Corriere, nel quale le riserve contro il 18 si sono sprecate, ha richiamato infine un primo e un secondo tempo della riforma Fornero, il primo rappresentato dalle nuove regole, il secondo dalla nuova occupazione.

Ma sappiamo che, a differenza delle regole, “la crescita non si fa per decreto”. Occorrono cose nuove, intellettuali e materiali. Fra queste, forse la più ovvia ma praticata sotto tutti i cieli – dalla democrazia roosveltiana del New Deal all’ “asfaltar” dei parafascisti di Franco – , è la politica delle opere pubbliche di grande rilevanza strutturale: qualità che non avrebbe avuto, per dire, il ponte di Messina ideato per stupire, mentre l’ avrebbero e l’ avranno, benché contestati, i trafori delle Alpi e degli Appennini: Val di Susa, Brennero, Terzo valico (Genova-Tortona), capaci di rivoluzionare il rapporto Italia-Europa, costringendo la penisola fluttuante nel Mediterraneo a diventare terraferma, regione integrata d’Europa.

Da una settimana, la commissione presieduta dal sottosegretario Ciaccia sta facendo l’inventario delle opere pubbliche iniziate e non finite, e di quelle individuate come necessarie e mai cominciate. Né sappiamo ancora se il governo vorrà procedere alle grandi opere con la stessa intransigenza usata nei confronti di chi ha difeso fino all’ultimo, un po’ per ideologia un po’ per convinzione, il quadro normativo dell’articolo 18, temendone la metamorfosi in quadro normativo dei licenziamenti facili. Ma è importante quel riferimento di Monti alla Tav e alla scelta della Cgil di sostenerla: è la consapevolezza di Palazzo Chigi che, senza un’immediata ripresa dello sviluppo, la legislazione neolavorista rischia, coi suoi effetti naturalmente non immediati, di apparire un esercizio intellettuale. I lavori pubblici, piaccia o no, sono i soli immediatamente “lucrabili” dai cittadini (potendo dar loro il senso di un paese in rinascita), proprio mentre l’intero Pil del 2012 si presenta inferiore dello 0,5 per cento rispetto a quello dell’anno scorso. E pensare che tutti avevamo lamentato che il previsto 1 per cento di crescita sarebbe stato “troppo poco”. Siamo dunque al di sotto del “troppo poco”.

Anche in  considerazione di questo contesto recessivo abbiamo apprezzato come “segnale”  il sopralluogo di Monti a L’Aquila in questi giorni calidssimi. Ha potuto constatare che dopo tre anni tutto sta come nel giorno del terremoto, o quasi. Non ha fatto promesse, per suo costume e nostra fortuna, ma la volontà di avviare le grandi opere comprende naturalmente il recupero di una delle più belle città d’Italia. (Non tutti i sindaci possono, come il simpatico Renzi, gingillarsi tra ripavimentazioni quattrocetesche e cimiteri dei residui abortivi, che peraltro la legge già contempla, senza ricorrere a ideologie altrettanto fondamentaliste di quella di Landini: che presto ritroveremo anche sulla ferrovia  del Brennero, a contestarla, continuando la Flm, non importa se volente o no, a porsi come avanguardia del partito della retorguardia. Il partito del No a tutto, inceneritori, termovalorizzatori, rigasificatori, centrali, discariche, strade, ferrovie e quant’altro ci assicura le comodità cui nessuno di noi rinuncierebbe mai , a patto che chi ce le garantisce stia e resti fuori dalla penisola mediterranea.

Qualche giorno fa il Censis ha denunciato che “Le grandi opere sono al palo da 20 anni”. Solo la Repubblica, ci è parso, ha ricordato che l’essenza politica del problema attiente al privatismo esasperato che sta distruggendo le ultime tracce del senso della comunità, che invece ha animato per qualche tempo gli italiani nei 150 anni della loro convivenza. Nel decennio 2000-2010, gli investimenti per opere private sono saliti dal 100 al 121 percento (per poi ridiscendere con la crisi al 103); gli investimenti per costruzioni pubbliche sono caduti dal 100 all’83,1 per cento. Nel 2004 avevano raggiunto la punta massima del 123, i surrogati sono venuti dopo:  tagli di nastri, benedizioni di monsignori, pose di prime pietre a Messina, in Sardegna e altrove,  progetti di carta. Se tutto deve cambiare, è  necessario che Monti usi con gli interessi privati dei Nimby e quelli delle caste travestiti da pubblici o sociali la stessa forza mostrata ai pensionati e ai lavoratori nel ridurne i “privilegi” fuori temopo. Ci sembra il solo modo per darci la seconda rata della riforma Fornero, affinché sia riforma in meglio del lavoro e non in peggio delle regole sul lavoro.

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