E’ stato presentato in anteprima nazionale come manifesto artistico e inno alla pace dell’undicesima edizione di “Imbavagliati” il brano «Esperanto (Help Me)», scritto dal percussionista napoletano Tony Esposito con l’importante contributo di Moni Ovadia, attivista e cantautore italiano di origine bulgara e Baba Sissoko, musicista maliano, coarrangiato con il produttore e musicista Sasà Flauto. Il contributo musicale ha aperto la prima giornata del Festival internazionale di giornalismo civile Imbavagliati, festival ideato e diretto da Désiré Klain in programma fino al 13 maggio, il cui tema centrale quest’anno è “Il silenzio delle innocenti: chi dimentica diventa il colpevole”, in collaborazione con l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici con ODG, FNSI, SUGC e Articolo21.
«Desidero ringraziare di cuore – ha detto il musicista partenopeo – alcune persone che hanno ispirato e arricchito questo lavoro, come la giornalista Antonella Napoli di Darfur Italia e direttrice di Focus on Africa, che con i suoi video personali girati in Sudan mi ha coinvolto e mi tiene costantemente aggiornato sulle tragedie di questa martoriata terra d’Africa; Moni Ovadia, artista eclettico che da sempre mette la sua arte a disposizione dell’amore e della verità, per i suoi preziosi contributi video sul Medio Oriente. Ringrazio infine Baba Sissoko, un superbo artista che rappresenta magnificamente la grande arte della sua Africa, per aver regalato a questo lavoro un colore originale e prezioso».
“In un momento di grande inasprimento culturale – ha aggiunto Esposito – il ruolo di un artista, di un musicista è quello di stare sul palco per offrire una testimonianza di quello che accade nel mondo”.
Esperanto è anima e sangue, voglia di cambiare qui e adesso. E’ il canto che Tony Esposito, Moni Ovadia e Baba Sissoko donano al mondo in esperanto, la lingua creata nel 1887 dal medico polacco L. L. Zamenhof per facilitare la comunicazione tra popoli di nazionalità diverse. E’ un inno d’amore universale, entro il quale calarsi, spogliandosi del proprio ego e abbracciando il prossimo sempre e comunque.
La prima giornata del festival contro le censure si è aperta con la decima edizione del Premio Pimentel Fonseca, consegnato alle giornaliste Leila Sarwari (Afghanistan) e honoris causa a Barbara Schiavulli (Italia), entrambe impegnate nella difesa dei diritti delle donne e dell’informazione indipendente.
Barbara Schiavulli è una delle più note giornaliste di guerra italiane. Negli ultimi 30 anni ha lavorato come inviata freelance per la maggior parte dei quotidiani e settimanali. Nel corso degli anni, si è recata in Pakistan, Kashmir, Afghanistan, Malesia, Haiti, Cile, Venezuela e Groenlandia. Era sulla prima Global Sumud Flottilla, ed è stata arrestata dalle autorità israeliane all’altezza del Cipro e tenuta in custodia 96 ore poi liberata.
Proprio per la sua testata, Radio Bullets, lavora la cronista afghana Leila Sarwari, l’altra premiata, il cui vero nome è tenuto nascosto per motivi di sicurezza. Leila ha studiato all’università di Kabul, ha fatto un master, e il suo sogno era diventare una diplomatica. La sua vita e i suoi sogni, come per tutte le donne afghane si sono infranti il 15 agosto del 2021 quando i talebani hanno preso il potere. A ritirare il suo premio una giornalista afghana rifugiata a Napoli, Ferzana Jafari, giornalista, attivista e artista. Dopo la caduta dell’Afghanistan e l’ascesa del regime talebano, è prima fuggita dal suo paese, emigrando con tutta la famiglia in Iran, ed è poi approdata in Italia, a Napoli, con un visto umanitario. Ferzana ha ricordato che le donne in Afghanistan sono come fantasmi, non avendo diritti e possibilità di nessun tipo, per questo motivo anche i corridoi umanitari sono sospesi, motivo per il quale Ferzana non ha potuto portare in Italia la sorella gravemente malata di leucemia per ricevere cure adeguate. Sentire la loro voce è un modo per non dimenticarle e un monito per quello che il potere fa quando le società civili non intervengono.
Ad aprire la cerimonia l’esibizione della compagnia I SUD, che da anni fa del teatro un luogo di incontro tra Napoli, una delle porte dei Sud del mondo, e le comunità africane presenti sul territorio. La giornalista Roberta d’Agostino ha reso poi omaggio a Gianni Sallustro, l’attore e regista napoletano che aveva donato con la sua Accademia Vesuviana del Teatro e Cinema al festival e al Premio Pimentel Fonseca uno straordinario spettacolo in costume con abiti storici. In particolare una loro dedica epica commosse Anna Motta e Pino Paciolla quando, nel 2022, la Compagnia concluse la scena finale, chiedendo verità e giustizia per Mario Paciolla.
A seguire l’intervento della giornalista congolese Miphy Buata Eleke che ha raccontato censure e bugie del regime in epoca pandemica nella Repubblica Democratica del Congo e dell’attivista messicana Kena A. Megan, che ha raccontato con commozione delle sparizioni forzate, piaga del suo paese. Hanno chiuso la giornata il giornalista campano Mimmo Rubio, a cui un movimento parlamentare e civile ha contribuito a ripristinare la scorta, e Giuseppe Giulietti, Coordinatore nazionale di Articolo 21, che ha ricordato le centinaia di giornalisti assassinati in Medio Oriente e la necessità, da parte dei media internazionali, di non tacere sul genocidio in corso a Gaza.
