57 i giornalisti minacciati in Campania, ma la città non si indigna

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«Mi sono commosso, più volte lo faccio. Non per paura, quella ce l’ho ma so come dominarla, ma per rabbia. Quella che ti prende quando pensi che tutto sia inutile, che tanto le cose non cambiano. Io non penso che le cose possano cambiare in questa città, ma sono convinto però che chi sbaglia prima o poi i conti con la giustizia li fa. Quando parlo di ciò che mi è accaduto, che mi accade, mi commuovo perché sono “incazzato”. Questa rabbia mi prende ogniqualvolta penso a Napoli, alla mia città intrappolata nella camorra. Vorrei che tutti ci indignassimo di fronte alla criminalità e vorrei che la mia città si indignasse quando uno dei suoi figli viene minacciato.

Non è solo il mio caso, sono 57 i giornalisti minacciati in Campania, ma la città non si indigna. Questo fa “incazzare”. Vorrei che le istituzioni, i preti, gli insegnanti facessero comprendere a tutti il valore della libertà di informazione. Un giornalista minacciato è un problema di tutti, deve essere un problema di tutta la città, non solo il mio o della mia famiglia. Io scrivo per il quotidiano Roma, il più antico del Mezzogiorno d’Italia, fondato dai garibaldini quando sognavano un’Italia unita ed inneggiavano a Roma capitale di una nazione con sani valori. Da luglio, dopo alcune inchieste su un giro milionario di estorsioni organizzato dai alcuni clan napoletani, sono stato bersagliato con sette atti intimidatori sotto casa, hanno violato la mia intimità distruggendomi l’auto. “Sappiamo dove sei ma non ci palesiamo”, questo il messaggio oscuro che mi lanciano. Vado avanti. Tutti i miei colleghi lo fanno. Napoli è una città di frontiera, sogno che diventi capitale della libertà».


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