Da Sinner a Kimi Antonelli, dagli studenti serbi alle piazze europee: una generazione che non vuole più essere raccontata soltanto attraverso i suoi campioni o le sue paure. Chiede casa, lavoro, pace e soprattutto il diritto di partecipare alle decisioni sul proprio futuro.
C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel modo in cui la nostra società guarda ai giovani.
Li celebriamo quando vincono. Li applaudiamo quando portano una bandiera sul podio, quando diventano campioni, quando dimostrano un talento fuori dal comune. Jannik Sinner e Kimi Antonelli sono il volto rassicurante di una gioventù capace di eccellere, di competere, di farci sentire orgogliosi. Diventano esempi, simboli, patrimonio collettivo.
Poi ci sono gli altri.
Quelli che non salgono su un podio, ma scendono in piazza. Quelli che chiedono un’università accessibile, un lavoro dignitoso, una casa che possano permettersi, un pianeta abitabile. Quelli che contestano il riarmo e rifiutano l’idea di dover ereditare un mondo attraversato da guerre, disuguaglianze e precarietà.
Di questi giovani parliamo spesso in un altro modo. Non più come promessa, ma come problema.
Eppure la domanda che dovremmo porci non è perché protestino tanto. È perché ci sorprenda ancora che lo facciano.
L’ammirazione per i giovani campioni è autentica e meritata. Sarebbe ingiusto contrapporre il loro talento all’impegno di chi manifesta. Il punto è un altro: il successo individuale viene facilmente accolto come una vittoria di tutti, mentre la richiesta collettiva di cambiare le regole viene spesso vissuta come una minaccia.
Il campione dimostra che, attraverso il talento e il sacrificio, si può arrivare in cima. Il giovane che protesta pone una domanda più scomoda: quante persone, pur impegnandosi, non avranno mai le condizioni per costruire una vita autonoma?
È la differenza tra raccontare l’eccezione e interrogarsi sulla regola.
Il successo di pochi non può diventare la prova che le opportunità siano uguali per tutti. Anzi, proprio l’ammirazione per il talento dovrebbe spingerci a domandarci quanto talento venga disperso ogni giorno dalla povertà educativa, dalle disuguaglianze territoriali, dalla precarietà economica, dall’impossibilità di studiare lontano da casa.
Una società che ama i suoi giovani dovrebbe preoccuparsi non soltanto di quelli che arrivano primi, ma anche di quelli ai quali non viene nemmeno consentito di partire.
In Serbia è accaduto qualcosa che merita di essere osservato ben oltre i confini nazionali.
Dopo il crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad, il primo novembre 2024, nel quale morirono sedici persone, gli studenti hanno trasformato una richiesta di verità e responsabilità in un movimento capace di coinvolgere una parte molto ampia della società.
Hanno occupato spazi pubblici, organizzato assemblee, costruito relazioni con insegnanti, lavoratori, professionisti e cittadini. Non si sono limitati a contestare un governo: hanno posto il problema della credibilità delle istituzioni.
Alle elezioni parlamentari del 25 ottobre 2026, la lista sostenuta dal movimento studentesco ha ottenuto la maggioranza dei seggi, sconfiggendo la formazione legata ad Aleksandar Vučić. Un risultato che segna il passaggio dalla mobilitazione alla possibilità concreta di governare.
Non sappiamo ancora se quella forza riuscirà a tradurre le proprie promesse in istituzioni più trasparenti e politiche efficaci. Ma il significato politico e generazionale è già evidente: i giovani non hanno chiesto soltanto di essere ascoltati. Hanno contribuito a cambiare chi prende le decisioni.
È un passaggio decisivo. Perché troppo spesso alle nuove generazioni viene riconosciuto il diritto di esprimere disagio, ma non quello di esercitare potere.
Dalla Serbia alla Francia, dal Belgio alla Spagna, Portogallo, fino all’Italia, le mobilitazioni giovanili hanno origini, linguaggi e obiettivi differenti. Sarebbe una semplificazione considerarle un unico movimento.
Eppure esiste un filo comune: la percezione che il patto tra generazioni si sia incrinato.
Per molto tempo, nelle società europee, diventare adulti ha significato attraversare alcune tappe riconoscibili: studiare, lavorare, raggiungere un’indipendenza economica, scegliere dove vivere, progettare una famiglia oppure un’esistenza diversa, secondo le proprie aspirazioni.
Oggi, per molti giovani, queste tappe non sono più garantite nemmeno quando si studia, si lavora e si rispettano tutte le regole.
La casa è diventata un ostacolo all’autonomia. Il lavoro non sempre protegge dalla povertà. L’istruzione rischia di trasformarsi da strumento di emancipazione in un investimento oneroso e incerto. La crisi climatica incombe sul futuro, mentre il ritorno della guerra nel linguaggio politico europeo alimenta nuove inquietudini.
Non è soltanto una questione economica. È una questione antropologica.
Quando una generazione non riesce più a immaginare il proprio domani, cambia il rapporto con il tempo, con le istituzioni, con l’autorità. L’attesa smette di apparire una fase naturale della crescita e diventa una condizione permanente.
E una gioventù alla quale viene chiesto continuamente di aspettare può arrivare a rifiutare l’attesa stessa.
C’è poi un’altra gioventù, quella che il discorso pubblico racchiude sempre più spesso nella parola maranza.
Un’etichetta che mette insieme abbigliamento, musica, linguaggi, provenienze sociali, appartenenze urbane e, talvolta, comportamenti violenti. Ma che rischia di trasformare una categoria vaga in un’identità collettiva attribuita dall’esterno.
La violenza, quando esiste, va riconosciuta e affrontata. Non può essere giustificata attraverso il disagio sociale. Ma nemmeno ogni ragazzo che indossa una tuta, ascolta un certo genere musicale o frequenta una piazza può essere considerato una minaccia.
Qui entra in gioco un meccanismo antico: la società adulta tende a leggere alcune culture giovanili attraverso i propri timori. La differenza diventa devianza, la provocazione diventa pericolo, il gruppo diventa branco.
Il sociologo Stanley Cohen ha descritto il fenomeno del panico morale: il processo attraverso cui determinati gruppi vengono rappresentati come minacce ai valori e alla sicurezza collettiva. Non significa negare i problemi reali, ma interrogarsi sulla sproporzione che può crearsi tra i comportamenti di alcuni e il giudizio rivolto a un’intera categoria.
Dovremmo domandarci che cosa raccontino davvero certe forme di aggregazione giovanile. Quali bisogni di riconoscimento esprimano. Quali spazi di socialità manchino. Quali fratture culturali e sociali rendano così difficile il dialogo tra generazioni.
Perché un’etichetta può essere comoda per un titolo di giornale, ma è uno strumento assai povero per comprendere una società.
C’è un’espressione dura, ma capace di restituire il senso di una parte della protesta giovanile: non vogliamo essere carne da macello.
È il rifiuto di una condizione nella quale le nuove generazioni rischiano di essere considerate soprattutto in funzione di bisogni decisi da altri: forza lavoro flessibile, consumatori, contribuenti futuri, eventualmente soldati.
Si chiede loro di essere resilienti, adattabili, competitivi. Di accettare sacrifici in nome della crescita, della sicurezza, dell’emergenza economica. Ma quanto spazio viene loro concesso per discutere la direzione di quelle scelte?
Le manifestazioni contro il riarmo, così come quelle per il diritto allo studio, per la giustizia climatica o per la casa, non esprimono necessariamente le stesse idee politiche. Condividono però una domanda di fondo: chi ha il diritto di decidere quale futuro dobbiamo abitare?
Non si tratta di idealizzare i giovani, attribuendo loro una superiorità morale automatica. Le nuove generazioni sono attraversate dalle stesse contraddizioni del resto della società. Esistono differenze economiche, culturali, politiche e profonde disuguaglianze anche al loro interno.
Ma proprio per questo è necessario smettere di considerarle una categoria da amministrare e cominciare a riconoscerle come soggetti politici.
In Italia esiste uno strumento che potrebbe aiutare a cambiare prospettiva: la Valutazione di Impatto Generazionale, introdotta dalla legge 167 del 2025.
Il principio è tanto semplice quanto impegnativo: valutare preventivamente le conseguenze sociali, economiche e ambientali di determinati atti normativi del Governo sulle giovani generazioni e su quelle future.
Non è un dettaglio tecnico. È il riconoscimento che una decisione può apparire conveniente oggi e produrre costi ingiusti domani.
Che cosa accade quando si investe troppo poco nell’istruzione? Chi sopporterà il peso del debito pubblico? Quali effetti avranno le politiche abitative sui giovani che cercano indipendenza? Come si distribuiranno i costi della transizione ecologica? E quale futuro si costruisce destinando risorse crescenti alla difesa anziché ad altre priorità sociali?
Sono interrogativi politici, non soltanto contabili.
La valutazione di impatto generazionale non risolve automaticamente questi conflitti. Tanto più che il suo ambito applicativo presenta limiti, tra cui l’esclusione dei decreti-legge. Ma offre un criterio fondamentale: nessuna politica dovrebbe essere giudicata soltanto in base ai benefici immediati, ignorando chi ne subirà le conseguenze nel tempo.
Eppure, nel dibattito pubblico, le politiche giovanili vengono ancora troppo spesso ridotte a bonus, incentivi, contributi temporanei. Misure che possono essere utili, ma che non sostituiscono una strategia strutturale.
Le mancette non costruiscono l’autonomia. Possono alleggerire una difficoltà, non modificare le condizioni che la producono.
La differenza è tra aiutare un giovane a pagare un affitto per qualche mese e rendere possibile, attraverso salari, servizi e politiche abitative, il suo diritto a vivere autonomamente.
Forse la formula più ingannevole che continuiamo a ripetere è che i giovani sono il futuro.
Sembra un riconoscimento, ma può nascondere una forma di esclusione. Perché se qualcuno è sempre il futuro, qualcun altro continua a possedere il presente.
I giovani sono già lavoratori, studenti, cittadini, ricercatori, genitori, attivisti. Producono cultura, innovazione, ricchezza, partecipazione democratica. Subiscono oggi gli effetti delle decisioni pubbliche e non soltanto quelli che arriveranno tra vent’anni.
Non hanno bisogno di essere celebrati una volta all’anno, né di essere trasformati in eroi quando vincono o in nemici quando protestano.
Hanno bisogno di essere riconosciuti come interlocutori legittimi, anche quando fanno domande scomode. Soprattutto quando fanno domande scomode.
Il punto, allora, non è scegliere tra Sinner e gli studenti in piazza, tra Kimi Antonelli e chi manifesta per una casa, tra il talento individuale e la partecipazione collettiva.
Una società matura dovrebbe saper ammirare entrambi.
Dovrebbe essere orgogliosa di un ragazzo che conquista un traguardo sportivo e altrettanto attenta a una ragazza che pretende un’università accessibile. Dovrebbe investire nel talento senza dimenticare i diritti. Dovrebbe garantire sicurezza senza trasformare il disagio in uno stigma.
E soprattutto dovrebbe accettare una verità che la politica sembra ancora faticare a comprendere: i giovani non chiedono più soltanto un posto nel mondo che abbiamo costruito. Vogliono partecipare alla costruzione di quello che verrà.
La domanda, a questo punto, non è se siano pronti.
È se siamo pronti noi a condividere il potere.
