È una storia personale e familiare quella che ci racconta Roberto Della Seta (autore di “Ribelli a Israele. Da (bis)nonno Raimondo a Gaza: storie di ebrei in fuga da se stessi”, Donzelli editore), intrecciando memorie private e riflessioni relative al 7 ottobre alla barbarie in corso a Gaza e in Cisgiordania e al voto che potrebbe cambiare il corso della vicenda pubblica israeliana (sembra che sia nuovamente in testa Netanyahu, il che avrebbe conseguenze tragiche per l’umanità).
La sua analisi, volendola riassumere in poche parole, è che chiunque abbia a cuore le sorti di quella regione e dell’ebraismo in generale dovrebbe ripudiare il mito dell'”Eretz Israel”, ossia della Terra promessa, tanto simile al “Destino manifesto” americano quanto pericolosissimo per le sorti dell’umanità.
Non a caso, benché gli sia costato molto, Della Seta ha scritto: “Cosa significa ‘ribellarsi a Israele’? Non è certamente rinnegare vicinanza, amore per la comunità degli ebrei d’Israele. Significa prendere stto del fallimento etico, ormai anche politico, del progetto di uno Stato ebraico democratico e fondato sul diritto. Significa, anche, prendere atto che lo Stato ebraico – come Stato-nazione che s’identifica in una ‘terra’ – si è alienato dal meglio dell’identità ebraica: che è stata sempre un’identità di cultura, di progetto, non di sangue e di territorio, e quasi mai un’appartenenza esclusiva com’è per sua natura quella nazionalista”. Raramente un’analisi ci è sembrata più coraggiosa e appropriata di questa.
