Emfa, la grande incompiuta

Il giovedì nero spiegato male. Il video di Ignazio La Russa dal divano

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Certe volte la politica italiana sembra aver esaurito il repertorio del grottesco, eppure c’è sempre un margine per fare un passetto in più. Prendi Ignazio La Russa, la seconda carica della Repubblica, un divano e uno smartphone. Poi mettici dentro la sua versione di come andarono le cose quel 12 aprile del 1973 a Milano, il famigerato “giovedì nero”. E il risultato è un esercizio di funambolismo che lascia interdetti, non tanto per il tentativo revisionista — ampiamente noto —, ma per la sfrontatezza con cui viene servito dal vertice di Palazzo Madama. Nel racconto del presidente, i fatti storici e le sentenze dei tribunali vengono presi e frullati con una disinvoltura disarmante. Punto primo: i feriti. Per La Russa in quella giornata di piombo non ci sarebbero stati feriti all’infuori dell’agente Antonio Marino, dilaniato da una bomba a mano lanciata da un gruppo di fascisti. Peccato che la realtà giudiziaria e la cronaca di quel giorno raccontino tutt’altra storia: il bilancio ufficiale dei feriti registrato in quella giornata fu di 35 feriti, di cui 26 appartenenti alle forze dell’ordine, 12 dei quali feriti direttamente dallo scoppio della bomba, insieme ad altri agenti e manifestanti/cittadini coinvolti nei disordini di piazza. Fino a qui, qualcuno potrebbe obbiettare che l’età non agevola il ricordo. Se non fosse per il lapsus, per così dire, quel vecchio vizio di scaricare la colpa del caos tutta sulla Questura che osò vietare il comizio all’ultimo minuto. Lo dice esplicitamente nel suo video: “incidenti originati inevitabilmente da quel divieto”. Il ragionamento è spericolato: se lo Stato ti vieta di scendere in piazza, la violenza diventa una reazione “inevitabile”? Ci auguriamo allora che queste parole non arrivino mai alle orecchie dei giovani che oggi per una protesta in piazza rischiano il carcere. Alla fine però resta l’amaro in bocca. Non solo per il ribaltamento della realtà e la sua negazione, ma perché a offrirlo è colui che dovrebbe incarnare i valori di garanzia e imparzialità democratica.

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