E’ un segno dei tempi (della loro barbarie) non della geografia (tradita dalla storia: il nuovo mondo ricettacolo del vecchio…), la fuga programmata di Flavio Bolsonaro, la consorte Fernanda e due figlie, dalle perdute elezioni presidenziali brasiliane fino al rifugio in una corte per latitanti nell’altro emisfero continentale. E’ un esito clamoroso, senza precedenti, d’una sconfitta politica (peraltro nient’affatto assoluta). Spiegabile non con il timore d’una persecuzione dovuta a un odioso pregiudizio dei vincitori, del tutto irragionevole, a prescindere dalle loro intenzioni. Visto e considerato che tra madri, mogli ed ex mogli, nipoti e parenti stretti vari, comunque ben sette esponenti della famiglia Bolsonaro sono stati eletti nelle due assemblee del Congresso in cui la comune parte politica è maggioranza e si dispone a rendere la vita assai difficile al prossimo governo di Ignacio Lula da Silva. Bensì a varie storiacce di speculazioni, bancarotte, riciclaggio, finanziamenti e arricchimenti occulti che per la giustizia brasiliana coinvolgerebbero anche Flavio Bolsonaro, a dispetto delle sue chimeriche promesse d’una rinnovata Città del Sole, che molti elettori hanno sospettato però fin da subito oscurata in realtà da intrighi e ruberie.
Per concorde testimonianza di varie fonti d’informazioni sudamericane, è stata infatti una fuga precipitata, con più decolli e atterraggi, ma tutto sommato confortevole e segreta fino a un certo punto. La notizia, si può quasi dire che fosse stata anticipata qualche settimana addietro dal fratello Eduardo, a sua volta da lungo tempo ospite degli Stati Uniti per sottrarsi alla giustizia brasiliana, quando in caso di sconfitta gli aveva consigliato pubblicamente di seguire in fretta il suo stesso esempio. E da parte sua -puntualmente- s’è fatto trovare lì, al suo arrivo a Miami, in Florida, dopo che il presidente Donald Trump e la Segreteria di Stato avevano annunciato che ne autorizzavano con piacere l’ingresso. Ha lasciato il suo paese per entrare in Argentina attraverso il ponte internazionale Tancredo Neves nella provincia di Misiones -dunque via terra, si direbbe, senza obiezioni da parte brasiliana- con un passaporto italiano di cui quasi tutti si erano dimenticati. Ma le autorità di frontiera argentine l’hanno negato fino all’ultimo momento. Solo nella tarda mattinata di questo mercoledi 28 è stato comunicato ufficialmente da Miami il felice atterraggio dell’aereo con a bordo Flavio Bolsonaro e famiglia, un Gulfstream G400 della società Baires Fly S.A. decollato nella notte da Porto Iguazù e compiuto uno scalo a Guayaquil, in Equador.
Tanto spadroneggiare di disponibilità personali non solo nell’odierno fuggi-fuggi cinematografico di Flavio, bensì nell’intera e tumultuosa vicenda politica dell’intero clan, non sarebbe casuale e men che meno estemporaneo. A ben vedere, costituisce di fatto una ripetuta elusione di leggi alle quali viene così arrecato ulteriore discredito, osserva qualche commentatore in Brasile. Altri aggiungono che non si tratta delle solite inadempienze facilitate dal pressapochismo del paese reale, inadeguato a quello legale fin troppo burocratizzato nella sua rincorsa a un mitico progresso. Abbiamo smesso da tempo d’essere palcoscenico d’utopie. La minaccia in atto che ora percepiscono e denunciano è quella di un nuovo patrimonialismo alla Max Weber, in cui l’uso privato di sempre maggiori risorse e potere pubblici cerca di nascondersi dietro una corruzione effettivamente pervasiva che però riflette un più ampio disegno neocolonialista, attribuito a quel sovrano universale di questi nostri tempi rappresentato dai grandi oligopoli delle tecnologie più avanzate di Silicon Valley e della loro massima espressione politico-istituzionale.
