Emfa, la grande incompiuta

Arrestato per corruzione l’ex capo di Gabinetto di Acquaroli: il terremoto di Fratelli d’Italia

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Il sisma, si sa, lascia crepe che non si vedono a occhio nudo, quelle che intaccano il sottosuolo morale prima ancora del cemento armato. Quando la Direzione Distrettuale Antimafia di Ancona e la Guardia di Finanza hanno aperto i fascicoli dell’operazione “Ricostruzione”, mettendo in fila cinquantuno indagati, otto ordinanze di custodia cautelare in carcere e cinquantasette milioni di sequestri, non stavano solo disvelando un comitato d’affari travestito da imprenditoria. Stavano rovesciando il tavolo di un intero sistema di potere che nelle Marche ha creduto di poter recitare la parte del governo immacolato, protetto da una filiera politica tutta interna a Fratelli d’Italia.
È in questo perimetro chiuso e asfittico che va in scena la recita dei vertici regionali. Il presidente Francesco Acquaroli ha affidato a un video, girato con la solennità dimessa di chi si scopre improvvisamente nudo, il proprio catalogo di amarezza. Ha parlato di tradimento, di ferita personale, invocando l’alibi del «non potevo neanche immaginare». Ma la politica non è un romanzo di formazione e i capi di gabinetto non sono passanti raccolti per strada. Fabio Pistarelli, l’uomo chiave finito agli arresti, era il perno amministrativo e politico dello staff di Acquaroli, scelto nel 2020 all’alba di un mandato che oggi mostra i suoi cedimenti strutturali. C’è un dettaglio, però, che smonta lo stupore improvviso: Pistarelli era stato silurato e allontanato dalla stanza dei bottoni già alla fine del 2025, in sordina, senza spiegazioni apparenti. Se i rapporti si erano incrinati mesi prima degli arresti, è lecito chiedersi se il palazzo non avesse già fiutato la combustione interna.
In questo scenario in cui la terra trema per davvero, fa rumore il tempismo della politica nazionale. Pochi giorni fa, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è mossa verso la provincia ascolana per un’inaugurazione di cantiere, una passerella in pompa magna in una terra amica, blindata da cerimoniali istituzionali e segnata da quel penoso striscione fatto sorreggere dai bambini in stile Pyongyang. Un cerimoniale che fa a pugni con la tempesta giudiziaria che si stava addensando sui palazzi dorati della Regione, come se si cercasse di esorcizzare una realtà ormai fuori controllo attraverso la passerella della premier nei panni dell’umarell. Ma queste, è ovvio, restano semplici congetture. A fare da contraltare a questo terremoto è la figura del commissario straordinario Guido Castelli, trincerato dietro il dogma rassicurante del ruolo di super commissario nel tentativo di mettere in sicurezza la figura istituzionale mentre quella politica era già affondata. Ma la verità è che nessuno dei protagonisti di questa classe dirigente può sottrarsi al giudizio di un fallimento che non è solo giudiziario, ma profondamente etico.
Postilla (per pochi, contro nessuno)
Poi c’è lei, l’opposizione in Consiglio regionale: una Cenerentola perennemente addormentata, incapace di un sussulto, ridotta a comparsa muta in un teatro dove la destra ha potuto banchettare indisturbata per anni. Questa sinistra sonnambula, che ha abdicato al proprio dovere di controllo, non è soltanto uno spettatore passivo, ma corresponsabile, per inerzia, della longevità e dell’impunità di questa classe dirigente. Se Acquaroli e il suo cerchio magico hanno potuto governare le Marche sentendosi padroni del vapore, lo devono soprattutto al nulla cosmico di un’opposizione che ha preferito non vedere, non capire e, soprattutto, non disturbare.

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