Nel caldo di una Roma che con il solleone si sfascia più del solito, il presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni Giacomo Lasorella ha tenuto ieri nell’aula dei gruppi parlamentari della Camera dei deputati la consueta relazione annuale sull’attività dell’organismo istituito dalla legge n.249 del 1997. Quasi trent’anni fa. Nel frattempo, la vita ha scritto un romanzo, per dirla con un blasonato (forse troppo) scrittore di fine Novecento.
Se fino a poco fa ci si poteva destreggiare sulla linea di confine tra l’universo analogico e quello digitale, ora la piovra delle Intelligenze artificiali (anche boom editoriale e convegnistico, tra l’altro) avvolge e stravolge velocissimamente tutto.
Ma, prima di scrivere un commento sul rapporto (spoilero, bello), vale la pena di accennare al contesto in cui si cala il testo, quaranta minuti di recitazione orale a fronte di 208 pagine del meticoloso scritto completo.
Il contesto del pubblico delle relazioni assomiglia al ballo della nobiltà vera o decaduta che sia: abbracci, vigorose strette di mano, senso di complicità di settori variamente dirigenti che si ritrovano a mo’ di un’aristocrazia.
Tanto i conflitti sono considerati un logoro e sgualcito retaggio del passato e se ci fosse un intoppo sarebbe solo un accidente temporaneo. Gettonatissimo Gianni Letta e pure seguiti dalle telecamere i vincitori del campionato analogico (non senza qualche favore del Politico) del gruppo Mediaset.
La partecipazione fisica all’evento annuale è come un album di famiglia, dunque.
Tuttavia, il clima è agrodolce, perché incombono piattaforme e Big Tech, con i riti e la sintassi delle IA. Insomma, il bastimento giocoso sta per sbattere contro iceberg malvagi, che non sono neppure aggirabili, visto che appartengono agli attuali Re del mondo occidentale, con Trump e Thiel a dirigere l’orchestra.
Torniamo al testo. Partiamo dalla crisi dell’editoria: nel 2025 la diffusione delle copie cartacee è crollata a 1,2 milioni di copie giornaliere. E le versioni online delle testate non coprono assolutamente le perdite. Chissà se prima o poi un governo che guardi al futuro non decida di redigere un piano straordinario con un investimento altrettanto straordinario per evitare che la chiusura di un ciclo storico assomigli ai Seicento di Balaklava, ovvero la catastrofe delle vite professionali.
Nei media tradizionali la televisione rimane sì il gigante del settore con il 74,1% delle risorse totali (i primi tre operatori detengono il 67% del mercato: Rai 26,6%; Comcast/Sky 22% e Fininvest/Mediaset 18,5%), ma si avverte l’onda inesorabile delle piattaforme (che pesano per il 23,3%, da Netflix a Dazn a Amazon e Disney+). Gli Over The Top crescono senza tregua: da Alphabet/Google a Meta/Facebook.
Alquanto timida, purtroppo, è risultata l’evocazione dell’European Media Freedom Act (Emfa), che sancisce l’illegittimità dell’attuale governance della Rai e mette il dito nelle piaghe delle intrusioni nelle attività giornalistiche o dell’assenza di una decente normativa sui conflitti di interesse.
Le comunicazioni elettroniche veleggiano attorno ai 30 miliardi di euro, con la parziale novità della discesa delle risorse generate dalle reti mobili rispetto alla crescita della rete fissa. Ci sono tracce di un’evoluzione positiva della copertura in banda larga e ultralarga anche delle aree di maggiore arretratezza.
I servizi postali mutano pelle ma hanno strade ormai spianate nel comparto dei pacchi, oltre che nelle attività finanziarie e nella scalata di Tim.
Sul tema della normativa europea, si è sottolineato che il Digital Services Act (Dsa) è un passo avanti, benché tuttora in fase di prima applicazione, mentre il corso degli eventi altro richiederebbe.
Infine, la questione della par condicio per l’imminente campagna elettorale. Siamo fermi alla legge n.28 del 2000 e il regolamento di Bruxelles sulla pubblicità politica è risibile. Quindi, l’Agcom ha davanti a sé due vie alternative: rallentare l’impatto con gli iceberg o sterzare e cambiare rotta entrando definitivamente nell’infosfera.
(Da Il Manifesto)
