Giornalismo sotto attacco in Italia

L’emergenza casa. Inefficacia delle iniziative pubbliche. Impatto sociale ed economico

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la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee di una mano” (Italo Calvino)

Alcuni giorni fa mi sono imbattuto in una dichiarazione della Presidente del Consiglio che trionfalmente annunciava un piano casa per circa centomila alloggi di edilizia pubblica nei prossimi dieci anni. Il dato, così come narrato, potrebbe sembrare positivo, ma se lo analizziamo in proiezione sociologica, economica e statistica, risulta sostanzialmente nullo. L’edilizia pubblica è una componente importante per la sociologia dell’urbanizzazione, delle infrastrutture, del paesaggio e quindi del territorio, in quanto, se insufficiente o mal progettata, produce effetti negativi sociali, economici, d’inclusione e persino sull’aumento dei reati. Il disagio sociale deriva anche, appunto, da politiche abitative miopi. Nell’analisi che segue ho cercato di recuperare dati sull’emergenza abitativa. Di fatto, in Italia, non esisterebbe una emergenza abitativa in senso fisico in quanto abbiamo un elevatissimo numero di case sfitte, in quantità che, come vedremo, potrebbero teoricamente colmare il fabbisogno. Il costo dell’affitto privato è quasi diventato proibitivo, così come l’acquisto di una casa, sia per l’elevato costo degli interessi, sia, e soprattutto, a causa del precariato del lavoro, specie nelle grandi città come Milano. L’indice di povertà cresce inesorabilmente a causa di fattori macro e microeconomici, locali ed internazionali. Il potere d’acquisto non solo non si è adeguato al costo della vita, bensì è sensibilmente diminuito. Pertanto, l’emergenza abitativa è cresciuta e continuerà a crescere, a un ritmo ben superiore all’impegno programmatico assunto dal governo, che appare non andare oltre lo slogan. In ultimo, ma non per ultimo, è necessario rivolgere anche una critica che riguarda l’eccessiva cementificazione, quando invece l’emergenza climatica imporrebbe di razionalizzare e sfruttare le aree urbane già edificate e spesso non utilizzate. Secondo ISTAT le abitazioni totali in Italia sarebbero circa 35 milioni, e quelle non occupate circa 9 –10 milioni. È quindi evidente che non esiste una carenza fisica di abitazioni nel nostro Paese. Eurostat ci dice che dal 7 all’8% delle famiglie sostiene una spesa abitativa superiore al 40% del reddito, in quella che viene definita Housing Cost Overburden Rate. Ciò significa che i consumi essenziali vengono necessariamente ridotti e questo produce anche un rallentamento della crescita economica complessiva del Paese, ma soprattutto aumenta il rischio di morosità, a cui fisiologicamente segue un incremento del rischio di sfratto.

Questo avvitamento delle politiche sociali ha ampliato, in maniera preoccupante, l’area di disagio delle famiglie, oggi stimabile tra il 10% e il 15%. Tornando ai dati sull’edilizia residenziale pubblica (ERP), sempre secondo Federcasa, gli alloggi sarebbero circa 760.000–800.000, pari al 2–3% del totale. Per rendersi conto di quanto sia basso questo dato, basti pensare che in Francia è circa il 17%, nel Regno Unito il 16% e nei Paesi Bassi supera il 30%. Altro fattore che fotografa l’immobilità delle amministrazioni pubbliche è che nel nostro Paese circa il 10 – 15% degli alloggi di edilizia pubblica risulta inutilizzabile per degrado o mancanza di manutenzione. Tutto questo si traduce in un paradosso: abitazioni vuote per 9 – 10 milioni, famiglie in difficoltà abitativa tra il 2,5 e i 4 milioni e ERP disponibile di circa 800.000 unità. Ne deriva un fabbisogno stimato tra 300.000 e 600.000 alloggi per i ceti più fragili, a fronte di un evidente surplus immobiliare. Il risultato è una sperequazione sociale che non può che culminare in un ulteriore arretramento delle condizioni di vita delle classi più disagiate. È quindi logico pensare che queste condizioni favoriscano anche forme di microcriminalità, specie nelle periferie. Il problema casa non nasce oggi, ma è frutto della progressiva riduzione degli investimenti pubblici sin dagli anni ’90, accompagnata da politiche che hanno favorito gli investimenti immobiliari privati che appare ovvio riportare ad un evidente conflitto d’interesse tra la funzione pubblica e gli interessi imprenditoriali di chi la funzione pubblica svolge.  Tirando le fila del ragionamento, bisogna sottolineare che il punto centrale non è il numero assoluto di abitazioni previste, ma il rapporto tra la crescita dell’offerta e quella della domanda. Negli ultimi anni tutti gli indicatori suggeriscono un aumento del fabbisogno abitativo sociale. L’incremento della povertà, la pressione sugli affitti e l’aumento degli sfratti rendono plausibile una crescita annua della domanda di edilizia pubblica pari almeno al 2%. Applicando questo tasso al dato iniziale di 600.000 famiglie, si ottiene un incremento annuo di circa 12.000 nuovi nuclei. A fronte di una domanda che cresce di 12.000 unità, l’offerta pubblica ne produrrebbe, nelle intenzioni, 10.000. Ne deriva un saldo negativo strutturale di circa 2.000 unità annue. Non siamo quindi di fronte a un piano che riduce il deficit, ma a un piano che non riesce a compensare la crescita della domanda. Dopo dieci anni, il deficit non si riduce, ma supera le 620.000 unità; dopo quindici anni oltrepassa le 630.000. Il sistema, quindi, non converge verso un equilibrio, ma si allontana da esso. La domanda abitativa cresce con una dinamica esponenziale, mentre l’offerta pubblica segue una traiettoria lineare, una differenza matematica prima ancora che politica. A questo si aggiunge un elemento spesso ignorato: l’ipotesi che i 10.000 alloggi annui entrino immediatamente nel sistema è irrealistica. Tempi di costruzione, assegnazione e inefficienze amministrative ne riducono ulteriormente l’impatto.

Per concludere, diamo uno sguardo a ciò che ci insegna la sociologia dell’urbanizzazione e vediamo come il problema casa incida negativamente e pesantemente sul tessuto economico, sociale e quindi politico delle zone urbanizzate, citando alcuni sociologi che hanno affrontato, nel tempo, questo problema. È ancora una volta l’Italia, e in particolare l’ambito accademico torinese, che contribuisce a consolidare un pensiero sociologico espresso anche da altri studiosi internazionali. Luciano Gallino (Il lavoro non è una merce, 2007) ha insistito sulla relazione tra struttura economica e disuguaglianze sociali, mostrando come la precarizzazione del lavoro si traduca inevitabilmente in precarietà abitativa. Non esiste, nella sua analisi, una separazione tra mercato del lavoro e mercato della casa: quando il primo si indebolisce, il secondo diventa selettivo ed escludente. La casa, quindi, non è solo un bene, ma un indicatore della qualità complessiva del sistema economico. Analogamente, la professoressa Chiara Saraceno (Il lavoro non basta, 2015) ha più volte sottolineato come l’accesso all’abitazione sia uno dei principali fattori di riproduzione delle disuguaglianze. In particolare, evidenzia come le difficoltà abitative colpiscano in modo differenziale le famiglie più fragili, amplificando le disuguaglianze intergenerazionali. Il problema casa, in questa chiave, non è solo una conseguenza della povertà, ma anche una sua causa. La questione abitativa non è mai solo una questione di metri quadrati, ma una variabile strutturale della disuguaglianza urbana. Già Manuel Castells, in The Urban Question (1972), sosteneva, a ragione, che i conflitti urbani non nascono casualmente, ma si organizzano attorno a ciò che definiva i “mezzi di consumo collettivo”, tra i quali la casa occupa, come è ovvio, una posizione primaria. In questa prospettiva, l’accesso all’abitazione non è un bene privato isolato, ma un nodo attraverso cui si distribuiscono opportunità, servizi e diritti. L’ottenimento dei diritti e la giusta distribuzione delle risorse pubbliche giustificano la richiesta della società, verso il singolo, del rispetto dei doveri e quindi della legalità. Quando questo nodo si inceppa, l’intero sistema urbano entra in corto circuito e produce gli effetti negativi che tutti i giorni abbiamo sotto gli occhi. David Harvey ha descritto la città come luogo di accumulazione e, insieme, di conflitto. Nel suo lavoro sul “diritto alla città” (Rebel Cities, 2012), Harvey sostiene che l’organizzazione dello spazio urbano riflette rapporti di potere e processi economici più ampi. Il mercato immobiliare, in questa lettura, non è neutrale: tende a produrre “segregazione spaziale” e a espellere le fasce più deboli verso margini sempre più lontani. Un contributo più recente, ma ormai classico, è quello di Saskia Sassen, che ha analizzato il fenomeno delle “global cities” (The Global City, 1991). Sassen mostra come le grandi aree urbane, proprio nei momenti di maggiore crescita economica, producano anche processi di espulsione sociale. La pressione immobiliare, alimentata da capitali globali, tende a trasformare la città in uno spazio selettivo, dove l’accesso all’abitazione diventa sempre più difficile per le classi medie e basse. La crescita, quindi, in quest’epoca in particolare, non è inclusiva per definizione ed è su questo ragionamento che la politica dovrebbe riflettere prima di promuovere solamente leggi repressive. Infine, già Henri Lefebvre, nel formulare il concetto di “diritto alla città” (Le droit à la ville, 1968), aveva colto il nodo essenziale. La città non è solo un luogo da abitare, ma uno spazio da cui non si può essere esclusi senza conseguenze “politiche”. Quando l’accesso alla casa viene meno, si produce una frattura che non è solo sociale, ma anche democratica. Se si leggessero questi contributi alla luce dei dati analizzati, il quadro dovrebbe essere di facile lettura. Un sistema in cui il fabbisogno abitativo cresce più rapidamente dell’offerta pubblica non è semplicemente inefficiente, ma è un sistema che tende a generare instabilità strutturale. L’aumento dei costi abitativi comprime i consumi, riduce la mobilità sociale, spinge le famiglie verso situazioni di vulnerabilità e, nel medio periodo, alimenta tensioni politiche, sfiducia istituzionale e, non per ultimo, fenomeni di criminalità. Dove il mercato e l’intervento pubblico non riescono a garantire un accesso equilibrato alla casa, la città smette progressivamente di essere uno spazio di integrazione e diventa un dispositivo di selezione sociale esplosivo e incontrollabile.Ed è esattamente in questo passaggio che il problema economico si trasforma in problema politico, che evidentemente viene ignorato nei progetti di inclusione sociale dei governi.

Per concludere, voglio spiegare il perché all’inizio ho citato Italo Calvino. Non a caso nelle Città invisibili (1972), scrivesse che “la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee di una mano”. In questa immagine vi è tutta la sintesi del problema: le disuguaglianze abitative, le periferie degradate e le difficoltà di accesso alla casa non sono fenomeni improvvisi, ma il risultato di scelte stratificate nel tempo, che oggi emergono con tutta la loro evidenza.

6 maggio 2026

BIBLIOGRAFIA

  • ISTAT – Censimento abitazioni
  • Eurostat – Housing Cost Overburden Rate
  • Federcasa – Rapporto ERP
  • Castells, M. (1972), The Urban Question
  • Harvey, D. (2012), Rebel Cities
  • Sassen, S. (1991), The Global City
  • Lefebvre, H. (1968), Le droit à la ville
  • Gallino, L. (2007), Il lavoro non è una merce
  • Saraceno, C. (2015), Il lavoro non basta

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