Giornalismo sotto attacco in Italia

Sudan. Una guerra invisibile, un paese allo stremo

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È una guerra tanto invisibile (più che oscurata) che è ritornata sulle pagine dei giornali soltanto per il tristissimo anniversario dell’inizio del quarto anno di conflitto. Eppure, i freddi ed impersonali dati ci restituiscono l’immagine di una grande nazione ormai nella polvere. 13 milioni di profughi (su 42 milioni di abitanti), 200 mila vittime, il 70% della popolazione che vive sotto la soglia di povertà e la peggiore crisi umanitaria in corso sul pianeta aggravata dalla drastica riduzione degli aiuti dirottati in Ucraina e Medio Oriente, ovvero i teatri di guerra che stanno facendo tremare il mondo.

Il Sudan è così scivolato nell’oscuro, indistinto e dimenticato elenco dei 59 conflitti (il più alto numero dalla fine della seconda guerra mondiale) che hanno infiammato il 2025. Le previsioni non sono delle migliori. La guerra in Medio Oriente ha intaccato fortemente il sistema di approvvigionamento delle organizzazioni umanitarie costrette a ricorrere a percorsi più lunghi, che richiedono quindi più tempo e di conseguenza sono più costosi. Gli attacchi di Stati Uniti ed Israele all’Iran hanno sancito la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz con forti ripercussioni anche sulle rotte provenienti dagli Emirati Arabi. Il conseguente aumento di cibo, carburante e fertilizzanti avrà un impatto catastrofico sul prezzo di generi di prima necessità che spingerà un numero ancora maggiore di persone verso la fame. “Le crisi globali in altri paesi rischiano di oscurare la sofferenza di milioni di famiglie sudanesi” è l’amaro commento del Programma Alimentare Mondiale.

Il Sudan è allo stremo. Gli economisti azzardano che se la guerra finisse a breve la ripresa del Prodotto Interno Lordo potrebbe aversi solo nel 2046! Se invece il conflitto continuerà, la nazione sarà costretta a sanguinare a tempo indeterminato. In un paese che sta conoscendo trasformazioni epocali per lo scontro in atto anche a livello ambientale (disboscamenti di foreste da addebitare alla mancanza di gas, inquinamento causato non solo dalla dispersione nell’aria di residui bellici ma anche dalle centrali petrolifere bombardate) l’unica attività che continua imperterrita è l’estrazione dell’oro, aumentata proprio durante la guerra. Solo nel 2025 la giunta militare ne avrebbe ricavato 1,57 miliardi di dollari ma entrambe le parti in conflitto lo commerciano illegalmente in un mercato in forte espansione per l’instabilità economica mondiale. L’oro sudanese serve anche a sostenere l’intervento russo in Ucraina: l’Africa Corps (il gruppo paramilitare di Mosca che ha sostituito la Wagner) provvede tra l’altro a esportare fuori dal Sudan immense quantità del prezioso metallo grazie ad accordi sottoscritti proprio all’inizio dell’invasione in Ucraina con il generale Mohamed Hamdan Dagalo (detto Hemedti), capo delle Forze di Supporto Rapido (Rsf), l’uomo che ha sfidato il generale Abdel-Fattah al-Burhan, capo della giunta di transizione.

I due hanno sostenuto a lungo il regime di Mohammed al-Bashir, incontrastato dittatore per 30 anni. Poi ne hanno deciso la caduta sfruttando anche le sollevazioni di piazza che infiammarono la nazione. Si accordarono per una transizione ma la scintilla del conflitto si accese quando Burhan decise di integrare nell’esercito sudanese le Rsf, la durissima milizia paramilitare di Hemedti. Lo scioglimento del gruppo armato avrebbe così privato quest’ultimo di ogni potere. Il 15 aprile 2023 le Rsf attaccarono all’improvviso l’aeroporto e la tv di stato innescando combattimenti senza fine, capovolgimenti di fronte, assedi di città, massacri di civili, segnando violenze brutali da parte delle due parti in conflitto.

Lo scontro si è trasformato anche in una guerra per procura di nazioni confinanti (e non solo) in lotta per le grandi risorse agricole e del sottosuolo sudanese. Il generale al-Burhan è un fedele alleato del presidente egiziano Abdel-Fattah al Sisi, con cui ha condiviso l’istruzione militare. L’Egitto lo rifornisce di armi e istruttori anche per contrastare le mire espansionistiche dell’Etiopia che con la Grande Diga della Rinascita si è assicurato il vasto sfruttamento delle acque del fiume Nilo, mettendo all’angolo il Cairo. Il generale Hemedti è invece appoggiato dagli Emirati Arabi Uniti, “debitori” perché i suoi mercenari hanno combattuto gli Houthi in Yemen. Ma anche l’Etiopia lo sostiene proprio in chiave anti-egiziana nella disputa sulle acque del Nilo.

Ora i combattimenti si stanno allargando anche in Kordofan. Il rischio di un effetto domino dovrebbe cominciare a preoccupare un mondo, già dilaniato da troppi fronti di guerra.

Fonte rivista CONFRONTI n.5 maggio ‘26


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