Ha scritto Giuseppe Fava: “Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza e la criminalità, impone ai politici il buon governo”. L’informazione ha il dovere di vigilare.
Il giornalismo investigativo, è fondamentale per la ricerca della verità: Report capitanata da Sigfrido Ranucci, Riccardo Iacona e i suoi collaboratori, Alberto Nerazzini, Nello Scavo, Paolo Berizzi, Francesca Mannocchi con le sue inchieste nei territori di guerra, Lirio Abbate, Nello Trocchia, Giovanni Tizian, i tanti cronisti del Sud che lavorano nelle testate locali privi di visibilità.
Le inchieste giornalistiche accendono le luci su fatti che i responsabili vorrebbero tenere nell’ombra. Quel fascio di luci – che negli anni si è molto indebolito – deve rimanere costantemente puntato sulla criminalità organizzata e sulla politica.
Uno scrittore-giornalista, che non ringrazieremo mai a sufficienza, che sa usare la parola facendola diventare un’arma in grado di combattere sia le mafia che politici collusi, corrotti, disonesti, incapaci, è Roberto Saviano, oggi all’attenzione della cronaca per aver vinto, in primo grado, dopo ben otto anni, la causa per diffamazione mossa nei suoi confronti da Matteo Salvini per aver usato, nei confronti del politico, una definizione già adoperata all’inizio del Novecento dal costituente Gaetano Salvemini contro Giovanni Giolitti: “ministro della Mala Vita”, per denunciare un modo di esercitare il potere fondato sulla paura, sul consenso facile, sull’uso della forza contro i più deboli. Giolitti considerava il Nord il traino dell’Italia e il Sud solo un serbatoio di voti da gestire. Definizione che allora non fu considerata diffamatoria ma critica politica. Saviano è stato assolto per non aver diffamato Salvini che a sua volta, quando era a capo della Lega Nord inveiva contro il Sud, poi non ha avuto scrupoli a farsi eleggere al Senato con i voti della Calabria e l’aiuto di alcuni politici sempre del Sud.
Dopo la sentenza di assoluzione il ministro ha immediatamente dichiarato: “Non smetterò di denunciare Saviano”.
E’ la settimana dedicata alla Resistenza che si conclude con il 25 aprile Festa della Liberazione. I resistenti di oggi sono quei giornalisti, come Roberto Saviano insieme a tante persone comuni impegnate a portare nella nostra società la giustizia sociale per la quale, dopo l’8 settembre 1943, l’inizio della lotta di Liberazione contro il nazifascismo, morirono tanti giovani italiani che si erano uniti alle brigate partigiane per non andare con le camice nere di Salò e tanti cittadini innocenti furono trucidati durante le stragi nazifasciste.
La parola che ha portato Saviano ad essere considerato un uomo a rischio della propria vita, condannato dai Casalesi, dai camorristi dello stesso paese dove lui è nato e vissuto fino agli anni del liceo, è anche la sua forza e la sua grande difesa. Finché avrà la possibilità di usare la parola, il faro che lui ha acceso sulla camorra rifletterà la luce anche su di lui, nonostante la condanna a sacrificare gli affetti e a una vita senza fissa dimora. Salvini, in questi otto anni non si è mai presentato in tribunale e prima di essere definito “ministro della Mala Vita” ha più volte dichiarato che, una volta al Governo, avrebbe fatto togliere la scorda a Roberto Saviano. Per fortuna nelle Procure c’è qualcuno più responsabile del segretario della Lega, altrimenti per lo scrittore, vivere senza la scorta, sarebbe stato una condanna a morte certa.
Il ministro che è anche vicepresidente del Governo più di destra dal dopo guerra ad oggi, formato da partiti che usano le “querele temerarie” per minacciare e togliere la parola ai giornalisti, dovrebbe, per coerenza, avere il coraggio di rinunciare all’immunità e confrontarsi con Saviano da comune cittadino.
